Il corso del fiume

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Summary

COMPLETO Avventura/Erotico/Romantico/Azione Ruben viene imprigionato nei sotterranei di una delle fortezze del Sud ed evade solo grazie all'aiuto di Miles, soldato da otto anni in quel luogo. I due fuggitivi dovranno poi raggiungere il confine per trarsi in salvo.

Status:
Complete
Chapters:
17
Rating:
4.5 2 reviews
Age Rating:
18+

1. Ruben (Parte I)

[PoV Ruben]

Appoggiai la testa al muro in pietra fredda, osservando il fuoco di una delle fiaccole, che illuminava scarsamente il corridoio della prigione. Sospirai. Ero in quella cella già da qualche ora e non ne potevo più di attendere. Ero stato catturato quel pomeriggio nel bosco, nei pressi di una delle fortezze del Sud, ed ora aspettavo che arrivasse qualcuno ad interrogarmi. L’avvenimento più interessante della serata era stato il soldato che era passato a portarmi la cena e a ritirare il vassoio vuoto, lasciandomi solo la brocca d’acqua. Era ormai notte ma non riuscivo ancora ad addormentarmi. La prigione era deserta, quindi non potevo parlare con nessuno. Mi sistemai meglio contro la parete, in uno dei due angoli più lontani dalle sbarre in ferro. Ero seduto per terra, su un sottile giaciglio in paglia. I miei polsi erano immobilizzati da una corda ruvida e appoggiati pigramente sulla mia pancia, che si muoveva ad ogni mio respiro. Tacqui per un attimo e chiusi gli occhi. Tesi le orecchie, ma sentii solo i rapidi passi di un ratto. Per il resto, nulla. Nessuno sarebbe arrivato. L’interrogatorio sarebbe stato il giorno seguente. «Che inefficienza», sibilai seccato. Dopo altro tempo passato a cercare di prendere sonno, rinunciai. Intanto, la frustrazione sessuale che si era accumulata negli ultimi mesi era riemersa di colpo in quel momento di pace. Decisi di assecondare la mia voglia e, lentamente, spostai le mani all’inguine. Iniziai ad accarezzarmi da sopra i pantaloni. Mi sfiorai con la punta delle dita, poi passai una mano su tutta la mia lunghezza. Al contatto, piccoli brividi di piacere mi risalirono la spina dorsale. Continuai a toccarmi piano, mentre sentivo le sensazioni intensificarsi. Espirai piano. Mi soffermai a massaggiare la punta attraverso la stoffa. Quando fui completamente duro, abbassai i pantaloni fino a metà coscia – con qualche difficoltà – e ricominciai ad accarezzare, pelle contro pelle. La mano faticava a scorrere sull’erezione e il piacere diminuì in fretta, lasciandomi frustrato e insoddisfatto. Feci una smorfia. Mi guardai in giro. Afferrai il manico della caraffa che mi era stata lasciata e cercai di versare un po’ d’acqua sull’altra mano, senza rovesciarla a terra. La mia pazienza si consumò in un lampo e versai l’acqua direttamente sul mio membro eretto. Imprecai all’inaspettata sensazione fredda, mollando d’istinto la presa sulla caraffa, che cadde rumorosamente. L’acqua schizzò sul pavimento della cella ma non m’importò. La calciai via. Ripresi ad accarezzarmi, prima piano e poi con più vigore. Portai goffamente l’altra mano ai testicoli ma, essendo legate assieme, non riuscii a raggiungere bene la zona e rinunciai. Il mio respiro divenne irregolare. Aumentai ancora la velocità, in parte ostacolato dall’altra mano. Il mio bacino scattò in avanti, iniziando a rispondere ai movimenti della mano. Strizzai gli occhi dal piacere e inclinai la testa all’indietro. Ero vicino. Rilasciai un tremulo respiro. Improvvisamente sentii dei passi. Il rumore di tanti stivali che scendevano rapidamente la tromba di scale in pietra, accompagnati da dei sussurri, che echeggiavano nella prigione vuota.

Sgranai gli occhi e mi bloccai, sentendo il mio membro pulsare in maniera quasi dolorosa. Mugolai dal fastidio. Le persone si stavano avvicinando rapidamente, quindi mi affrettai a coprirmi con i pantaloni, il respiro ancora accelerato. Mi sistemai sul giaciglio nell’angolo, portando le ginocchia al petto, e imprecai silenziosamente. Nemmeno quel giorno ero riuscito a soddisfarmi. Cercai di pensare ad altro, per distrarmi. Mi accorsi solo allora del lieve bruciore ai polsi, conseguenza dello sfregamento con la corda. Feci una smorfia. Le voci in corridoio aumentarono e vidi una luce spuntare dalle scale. Davanti ai miei occhi apparve un gruppo di giovani in uniforme. Soldati del Sud. Alcuni tenevano una lanterna in mano, altri bottiglie di vino aperte. Sembravano tutti ubriachi. Notai che uno aveva in mano quella che sembrava essere una chiave in ferro. Mi feci più attento.

Un ragazzino di forse vent’anni, che prima era nascosto dagli altri, venne spinto verso la mia cella. I pantaloni dell’uniforme gli stavano leggermente lunghi e lui rischiò di inciampare. Riprese l’equilibrio e si scostò dalla faccia un ciuffo di capelli biondi con gesti sbrigativi. Si voltò verso il gruppo.

«Ecco qui la cella», disse un soldato con tono di scherno indicando la mia cella, l’unica occupata. Bevve un sorso di vino dalla bottiglia, poi continuò: «Se passi la notte qui, noi chiudiamo un occhio sul fatto che lo prendi in culo. Che ne dici? Sembravi così convinto di volerlo fare prima e ora guardati, tremi come una femminuccia». Il gruppo sghignazzò. Il ragazzino gonfiò le guance orgoglioso e strappò le chiavi di mano all’altro. In tono offeso disse: «Mi piaceranno anche gli uomini, ma questo non mi rende una donna. E non ho paura».

Mi alzai in piedi e mi avvicinai silenziosamente alla porta della cella, ormai dimentico della tensione sessuale di poco prima. Volevo vedere meglio la situazione e valutare un piano di fuga, magari sfruttando quella confusione per evadere. Il ragazzino si avvicinò alla porta della cella con la mano tesa verso la serratura, ma venne bloccato prima che potesse fare qualsiasi cosa.

«Sei impazzito ad aprire la cella senza precauzioni? Ma sai chi è quello? Se scappa il Capitano Tris ci ammazza».

Qualcuno gli tirò uno schiaffo e lui indietreggiò, finendo con le spalle contro le sbarre della cella. Le chiavi caddero a terra, fuori dalla mia portata. Fissai lo sguardo sul ragazzino. In quel momento sembrava avere più paura dei suoi compagni che di me. Sembrava terrorizzato, malgrado cercasse di non dimostrarlo. Un compagno gli passò una bottiglia di vino piena solo per metà. «Coraggio liquido», puntualizzò. Lui la prese con le mani che tremavano visibilmente. Anche la lanterna che aveva con sé proiettava una luce traballante. Gli altri si scambiarono un’occhiata d’intesa e, repentinamente, aprirono la cella e ci scaraventarono dentro il ragazzino, richiudendo subito a chiave. Mi diedi dell’imbecille, quella sarebbe stata un’occasione d’oro per uscire. Se solo non mi avessero preso alla sprovvista... Invece mi ritrovai non solo imprigionato ma anche in compagnia di un soldato incompetente e ubriaco.

«Torniamo domani mattina. Vedi di sopravvivere», disse il capetto del gruppo con un sorriso crudele, facendo dondolare le chiavi sul dito indice.

I soldati se ne andarono sghignazzando. Sia io che il ragazzino sentimmo il breve dialogo degli ultimi della fila. «Come mai l’abbiamo messo con il prigioniero? Potevamo lasciarlo in un’altra cella a morire di fame. Nessuno scende mai qui.» «Quello nella cella è Ruben Svadnik, il noto Assassino del Nord. Ci libererà di lui una volta per tutte.» «Ottimo lavoro! Ci siamo finalmente levati di torno quel finocchio.»

Il giovane gemette disperato e scivolò lungo la parete, sedendosi. Appoggiò ordinatamente la lanterna e la bottiglia sul pavimento freddo. Malgrado la luce fosse poca, notai la sua espressione ferita e persa. Mi spuntò d’istinto un sorriso furbo in faccia. Già che il ragazzino era lì, mi sarei potuto divertire a giocare un po’ con lui per passare il tempo. Mi inginocchiai davanti a lui, che trasalì e portò le mani davanti a sé per proteggersi, urtando la bottiglia. Parte del vino uscì e s’infiltrò tra le piastrelle del pavimento. Mi affrettai a raccogliere la bottiglia e bevvi un sorso. Qualche goccia mi finì sulla camicia bianca, macchiandola. Non che importasse, visto che l’avevo addosso già da almeno due giorni. Mi sistemai la bottiglia tra le gambe per tenerla stabile. «C’è di meglio ma non mi lamento», dissi, passandomi la lingua sulle labbra, per catturare le ultime gocce di vino. Lui rimase zitto. Lo afferrai per il colletto dell’uniforme, stringendo senza fargli male. «Slegami i polsi», sibilai più serio. Lui obbedì e sciolse i nodi con le sue abili mani, senza emettere un suono. Poi arrotolò efficientemente la corda su se stessa e la appoggiò accanto a sé. Volevo massaggiarmi i polsi ma mantenni la presa sul suo collo, malgrado il soldato non sembrava avere alcuna intenzione di fuggire. Come se si fosse rassegnato e avesse accettato di morire quella notte. Il che sarebbe stato ideale se avessi avuto l’intenzione di ucciderlo. Quello che volevo fare però era ammazzare la noia – e uccidere l’unica fonte di intrattenimento che avevo in quel momento non era così geniale –.

«Nome», dissi perentorio. «Miles», balbettò lui, fissandomi per la prima volta negli occhi. Il suo fastidioso ciuffo era tornato a coprire parte della sua faccia. Lo scostai con una mano, sistemandolo alla bell’e meglio dietro l’orecchio. Lo fissai intensamente negli occhi.

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