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1 | The prince. ( yoonmin #ita )

Summary

✅ 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐄𝐓𝐀 | New York City, 2019. Min Yoongi è un principe ricco e affascinante che nasconde un segreto.

Genre:
Romance / Drama
Author:
myv
Status:
Complete
Chapters:
40
Rating:
n/a
Age Rating:
16+

1

Jimin non riusciva a credere che sua sorella fosse stata invitata ad una cena di gala, perché di solito erano solo i politici, importanti imprenditori e celebrità a poter partecipare, e lei non aveva niente a che vedere con quel mondo.

La osservò specchiarsi con aria preoccupata - i capelli non le ricadevano nel modo giusto contro la fronte, diceva, ma per Jimin appariva semplicemente perfetta. Indossava un vestito rosa cipria, un paio di decolté argentate abbinate ad una pochette intarsiata di Swarovskj - un regalo del suo accompagnatore, aveva detto.

“Non è il mio fidanzato” aveva ribadito più volte, arrossendo “E’ solo un ragazzo che frequento, tutto qui”. Eppure, a Jimin sembrava che quei due si vedessero sempre più di frequente e non erano rare le notti in cui la sorella non tornava a casa. Quello che però più lo incuriosiva era l’identità di questo misterioso individuo... sua sorella era categorica a riguardo, non poteva parlare di lui e non si era mai fatta scappare nemmeno un dettaglio sulla sua identità. Sua madre era preoccupata si trattasse di un uomo molto più grande, ma se così fosse stato, Jimin dubitava l’avrebbe ostacolata... La ricopriva di regali lussuosi, nel vialetto di casa quasi ogni sera si posteggiava un Porsche carrera nero che costava più dell’appartamento in cui vivevano... e nel bene o nel male, che la figlia avesse attirato le attenzioni di un uomo avvenente faceva piacere ad entrambi i genitori.

“Verrà a prenderti?” domandò Jimin giusto per fare conversazione. Era ovvio che lo avrebbe fatto, infatti sua sorella annuì e sorrise attraverso il riflesso dello specchio.

“Alle nove in punto” rispose, prendendo un gloss per laccare di lustrini le labbra.

Jimin si sdraiò sul letto e incrociò le braccia dietro la testa. Provava un po’ di genuina invidia, perché gli ultimi ragazzi che aveva frequentato erano stati uno più disperato dell’altro. Tra tutti spiccava per inadeguatezza Peter, che era sparito per mesi per poi rivelargli che non lo aveva dimenticato, era semplicemente stato arrestato per aver tentato di rapinare una farmacia mentre era strafatto. “Ora sono agli arresti domiciliari, se vuoi che ci vediamo devi venirmi a trovare”. Jimin aveva reclinato l’invito e bloccato il suo numero di telefono.

Il cellulare della sorella vibrò e lei sussultò. “Eccolo!” disse, con un pizzico di eccitazione nella voce. Si alzò e prese un paio di respiri profondi. Era emozionatissima, felice come non l’aveva mai vista prima. “Augurami buona fortuna”.

Jimin si domandò che bisogno ce ne fosse. Stava andando in un posto bellissimo, non in un’arena a combattere con i leoni. Tuttavia decise di non farglielo notare e si limitò a dirle “Buona fortuna” e poi “Cerca di non fare figuracce e di apparire una signorina per bene”. Erano raccomandazioni che avevano senso? Conoscendola, sì. Era capace di inciampare sui tacchi e rovesciare una tavolata ricolma di cristalli.

“Sarà fatto” promise, “Buona notte Jiminie!” disse prima di lasciarlo solo nella sua stanza. Jimin restò sdraiato finché i passi che discendevano le scale non si ammutolirono, poi schizzò alla finestra e spiò fuori da dietro le tende. Sperava che il misterioso ragazzo scendesse in strada per aprire la portiera, ma vide sua sorella aprirsela da sé e salire sul Porsche. La macchina rombò e sparì nella notte. Jimin restò qualche attimo a fantasticare su come sarebbe stato essere al posto della sorella e si immaginò vestito di tutto punto mentre parlava con George Clooney sorseggiando dello champagne e mangiando tartine con scaglie di tartufo. Scosse la testa e acciuffò il telecomando. La sua serata l’avrebbe passata in compagnia di reality show e popcorn al formaggio.

---

Erano le due del mattino quando il cellulare di Jimin prese a squillare. Il ragazzo si svegliò di soprassalto e allungò una mano verso il comodino. Sbloccò il display e con la voce impastata disse “pronto?!“. Il cuore gli batteva all’impazzata nel petto. Le chiamate nel cuore della notte non erano mai un buon segno.

“Jimin” la sorella stava piangendo. Il ragazzo scattò seduto sul letto con tutti i sensi all’erta “Vienimi a prendere, ti prego” lo supplicò tra i singhiozzi.

Jimin scese immediatamente e iniziò a levarsi il pigiama “Cazzo, arrivo, dimmi solo dove sei. Cosa è successo? Quel figlio di puttana ti ha picchiato? Giuro che se ti ha anche solo sfiorata con un dito, io-”

“No” piagnucolò disperata “Vieni e basta, ti prego!“.

I momenti dopo furono una furia confusa. Jimin si era vestito con le prime cose che aveva trovato sul pavimento (ossia, vestiti sporchi che non aveva avuto voglia di mettere nella cesta dei panni da lavare durante i giorni precedenti), aveva ignorato i capelli tutti sollevati ed era schizzato in macchina - una vecchia Ford il cui motore rombava non per la potenza, ma perché con oltre 200 mila km il minimo che potesse fare era imprecare ogni volta che veniva messo in moto. Premette l’acceleratore a tavoletta finché non si trovò sotto il lussuoso palazzo in cui aveva avuto luogo l’evento. Parcheggiò in doppia fila e mise le quattro frecce, scese dalla macchina senza nemmeno preoccuparsi di chiuderla (chi avrebbe mai rubato quel rottame?). In pochi attimi era nella hall dell’edificio. Le occhiate che si beccò furono niente in confronto all’aggressione del buttafuori, un uomo alto almeno due metri che avrebbe potuto senza problemi giocare nell’NBA.

“Se sei sbronzo vatti a fare un giro lontano da qui” aveva detto con voce scura. Jimin, che al suo fianco si sentiva alto come uno gnomo da giardino, tentò di fare la voce grossa. “Senti, Jordan, mia sorella è nei guai e io non me ne vado finché-”

“JIMIN!”

La bellissima ragazza in abito rosa cipria gli corse in contro e lo abbracciò, singhiozzando disperata. Jimin la strinse possessivamente la sorella tra le braccia e lanciò un’occhiataccia al buttafuori, che ora che aveva visto che non era un ubriaco molesto appariva meno minaccioso in volto. “Cosa è successo?” le domandò accarezzandole i capelli.

“Mi ha lasciata!” disse lei, la voce rotta dal pianto. “Mi ha lasciata, io non capisco... cosa ho sbagliato? Cosa ho fatto di male?”

“Vai in macchina, ci penso io” ringhiò Jimin. “Dimmi solo chi è lo stronzo e giuro che gliela faccio pagare”

“No, Jimin, portami a casa”

“Vai in macchina, ho detto.” insistette “Se non vuoi dirmi chi è non importa, lo trovo da me!”

La sorella alla fine era andata in macchina davvero, più che altro per sfuggire a tre vipere che la guardavano e ridendo parlando tra loro a sottovoce. Jimin le fulminò con lo sguardo ma passò oltre: non erano quelle tre arpie il suo obiettivo. In realtà non sapeva nemmeno chi fosse il suo obiettivo, e dopo un quarto d’ora passato a girare tra perfetti gentiluomini che ridevano garbati e parlavano di quote in borsa iniziò a sentirsi un po’ spaesato. Poteva essere chiunque, tra loro, e allo stesso tempo aveva l’impressione che non fosse nessuno. Un anziano dai modi incredibilmente british gli sorrise. “Look originale” disse “Fai parte di qualche gruppo punk?“. Jimin lo ignorò. Tutto quel girare gli aveva fatto riempire la vescica, perché ogni volta che passava davanti ad un cameriere questo gli mollava in mano un bicchiere di champagne nel giro di una mezz’ora ne aveva già scolati quattro. Decise di andare in bagno a svuotarsi e rinfrescarsi le idee. Il telefono vibrava all’impazzata nella sua tasca ma decise di ignorarlo. Sicuramente era solo sua sorella che gli chiedeva di tornare indietro e lasciar perdere.

Fu mentre si tirava su la zip dei pantaloni che vide un ragazzo meraviglioso entrò in bagno. Sembrava uscito da uno dei manga erotici che tanto Jimin adorava leggere. Capelli neri, pelle bianchissima, occhi scuri e profondi dal taglio asiatico, movenze delicate come quelle di un principe. Restò imbambolato a guardarlo mentre il cuore prendeva a battergli rapido nel petto. Quello sì che era un ragazzo di categoria A. Niente a che vedere con mezzi delinquenti come Peter. Restò a guardarlo fisso e innamorato finché il ragazzo non si accorse che qualcuno lo stava fissando.

“Vuoi una foto, per caso?” domandò stizzito. Jimin chiuse la bocca (solo in quel momento realizzò che era rimasta socchiusa tutto il tempo) e arrossì.

“Sì, no, cioè- ...” non sapeva cosa dire.

“Pft. Certo che devono essere proprio disperati... a queste feste ultimamente fanno entrare proprio chiunque.”

“EHI!” disse dapprima Jimin, e poi “Io non sono invitato, cioè, non me ne importa un accidente di queste feste. Sono solo venuto a sbrigare una faccenda”

“L’incontinenza è una brutta bestia. Peccato colpisca anche i giovani”

Jimin arrossì di nuovo, punte delle orecchie comprese. “Ma che...” fece per uscire dal bagno, ma il ragazzo si frappose tra lui e la porta. “Quanta fretta. Prima mi osservi come un leone guarderebbe una gazzella, e poi vuoi tagliare la corda?”

“Non so di cosa parli” si difese debolmente Jimin.

“Ormai sei qui, no? Qualsiasi faccenda dovessi sbrigare puoi metterla da parte giusto il tempo di berci qualcosa assieme. E’ da tempo che non vedo qualcuno che non sembri uscito dall’atelier di Gucci”

Quelle parole per Jimin non avevano assolutamente senso, ma il modo in cui il ragazzo parlava era ipnotizzante e non poteva fare a meno di starlo ad ascoltare.

“No, non posso, mia sorella mi sta aspettando”

Il ragazzo lo guardò a lungo, sopracciglio inarcato e faccia indispettita. Non era abituato a sentirsi dire di no, ma alla fine si spostò. “Se è così, allora...” disse, e poi tirò fuori un bigliettino da visita dal taschino. Era rettangolare, bianco, una scritta in corsivo leggermente in rilievo recitava in oro “MIN YOONGI - prince of” e una serie di luoghi di cui Jimin non aveva mai sentito.

“Principe?” domandò, convinto si trattasse di uno scherzo.

“Ma no, chiamami Yoongi” ghignò l’altro. Jimin per poco non lo mandò a quel paese, però si calò il bigliettino nella tasca e con uno sbuffo uscì dal bagno.

Avrebbe voluto restare, bere qualcosa con quel principe e scoprire se oltre alle apparenze da damerino e la faccia da stronzo c’era qualcosa di salvabile... ma sua sorella aveva bisogno di lui, e Jimin aveva perso già troppo tempo.

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