1. Il caschetto contro l’umidità
Esiste un preciso momento, nella vita di ogni donna, in cui la pazienza finisce e subentra un istinto puramente omicida. Per me quel momento era scattato tre giorni prima, alle dieci e mezza di sera, nel backstage della sfilata d'apertura della Milano Fashion Week.
Mentre cercavo di spiegare al trapper del momento – un diciannovenne coperto di tatuaggi e decisamente troppo ubriaco – che presentarsi all'evento di punta di Baronis con la felpa del marchio concorrente sarebbe stato un disastro, il telefono mi era vibrato in tasca. Un unico messaggio da parte di Tommaso, l'uomo che da quattro anni definivo il mio fidanzato solo per abitudine: “Emma, scusami. Credo che la nostra storia sia diventata fredda. Pensi solo al lavoro. Forse sei un po' troppo algida per me. Ti auguro il meglio.”
Tommaso. Un avvocato civilista che passava più tempo a stirarsi i pantaloni che a guardare me. Algida. A me, che avevo passato l'ultima settimana a fare da balia a stilisti sull'orlo di una crisi di nervi.
La mia reazione era stata impeccabile: avevo spento il telefono, asciugato gli occhi e una settimana dopo avevo sbattuto gli smartphone aziendali sulla scrivania del mio capo.
«Vado via per una settimana. Non cercatemi», avevo detto.
Dieci ore dopo ero su un volo per le Maldive. Sola. Con un unico obiettivo: staccare da tutto. Zero umani, zero drammi.
Solo che l'Oceano Indiano non aveva letto i miei piani.
«In che senso, overbooking?» la mia voce risuonò troppo acuta nella reception del resort, una struttura da sogno fatta di legno scuro e sabbia bianchissima.
Davanti a me, un ragazzo maldiviano con un sorriso fin troppo splendente continuava a digitare sul computer, sperando forse in un miracolo. «Mi dispiace infinitamente, signorina Castelli», rispose con una cortesia che in quel momento mi urtava i nervi. «C’è stato un errore con l'agenzia di viaggi di Milano. La sua Water Villa risulta occupata. Abbiamo il tutto esaurito questa settimana e...»
«E io dovrei dormire sulla spiaggia? Con i granchi?» mi sistemai una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Era il mio tic nei momenti di massimo stress, un gesto automatico per rimettere in riga il mio caschetto castano. Un taglio geometrico, perfetto, fatto dal miglior parrucchiere di via Montenapoleone, che in quel preciso istante stava perdendo la sua battaglia contro il novantotto percento di umidità delle Maldive. Sentivo i capelli gonfiarsi minuto dopo minuto.
«Assolutamente no, ci mancherebbe!» esclamò il ragazzo, sollevando le mani. «Il nostro resort offre standard altissimi. Abbiamo trovato una soluzione temporanea per questa prima notte. Un altro ospite, arrivato ieri da solo, occupa una delle nostre palafitte doppie presidenziali. Ha gentilmente accettato di dividere la sistemazione per dodici ore, in attesa che domani mattina si liberi la sua stanza singola.»
Sgranai gli occhi, incredula. «Dividere la camera? Con uno sconosciuto? Senta, io ho pagato una cifra altissima proprio per non vedere nessuno. Se avessi voluto condividere i miei spazi sarei andata in un ostello a Ibiza, non in un atollo sperduto.»
«La villa è immensa, signorina. Più di centocinquanta metri quadri. Avrà la sua totale privacy, promesso. È solo per una notte. Inoltre, il resort le offrirà tutti i massaggi della Spa gratis per il disturbo.»
Massaggi gratis. La parola magica per una schiena distrutta da mesi di ufficio. Espirai lentamente, cercando di mantenere la calma. Ero troppo stanca per combattere. Avevo dodici ore di volo sulle spalle, i piedi gonfi e i capelli fuori controllo.
«E va bene», cedetti, prendendo la tessera magnetica dalle mani del receptionist. «Ma se domani alle otto in punto non sono nella mia stanza, giuro che vi faccio una recensione terribile.»
Dieci minuti dopo stavo camminando lungo il pontile di legno sospeso sull’acqua cristallina. Il sole stava calando, tingendo il cielo di rosa e arancione. Trascinavo il mio trolley, e il rumore delle ruote sul legno sembrava un bollettino di guerra.
Individuai il numero della villa. La numero 12. Feci un respiro profondo, mi sistemai i capelli e infilai la tessera nella fessura. La luce verde scattò con un piccolo clic. Spinsi la porta, pronta a incrociare – nella peggiore delle ipotesi – un anziano turista in pantaloncini o una signora di mezza età.
La realtà, invece, si rivelò molto più complicata.
La villa era un capolavoro, con ampie vetrate che davano direttamente sul mare e un letto a baldacchino immenso al centro della stanza. Ma non fu il panorama a colpirmi. Fu l'uomo sdraiato sul letto.
Senza curarsi minimamente del mio ingresso, c'era un ragazzo. Ed era un ammasso di muscoli e centimetri che sembrava occupare da solo l'intera stanza. Aveva i capelli castano chiaro, spettinati e ancora umidi di salsedine. Non indossava altro che un paio di boxer neri aderenti. Il suo corpo era perfetto, scuro per il sole, con spalle talmente larghe da far sembrare il letto matrimoniale una brandina. Il braccio destro era interamente coperto da un intricato tatuaggio nero e grigio che sfumava in un leone sulla spalla, mentre altri piccoli simboli scuri gli decoravano le dita della mano e la clavicola.
Rimasi ferma sulla porta, con la bocca leggermente aperta, stringendo il manico del trolley come se fosse un'arma.
Lui aprì lentamente gli occhi. Erano di un verde incredibilmente limpido, quasi della stessa sfumatura dell'acqua sotto la palafitta. Mi squadrò da capo a piedi con una calma irritante, senza la minima traccia di imbarazzo per il fatto di trovarsi praticamente nudo davanti a una sconosciuta. Poi, le sue labbra si piegarono in un mezzo sorriso. Sulla sua guancia destra comparve una fossetta profonda, un dettaglio che stonava del tutto con quell'aria da pirata tatuato.
«Be'», disse, con una voce profonda, ancora roca per il sonno, sporcata da una cadenza toscana morbida e sfrontata che eliminava d'istinto ogni parvenza di formalità. «Devo dire che il servizio in camera di questo posto è migliorato parecchio da ieri. Sei inclusa nel prezzo o sei un extra?»
Il mio cervello si riattivò all'istante, investito da un'ondata di purissima stizza. La stanchezza del viaggio, il messaggio di Tommaso e il disastro dei miei capelli trovarono finalmente un bersaglio perfetto.
«Come, prego?» sbottai, lasciando andare il trolley che produsse un rumore secco sul pavimento. «Inclusa nel prezzo? Senta, lei... si dà il caso che io abbia pagato per una vacanza esclusiva e che l'unica cosa che desiderassi fosse il vuoto assoluto. Invece mi ritrovo in stanza una specie di bagnino esibizionista che non ha nemmeno il buon gusto di mettersi un paio di pantaloni!»
Il ragazzo non si scompose minimamente. Anzi, il suo sorriso si allargò. Si mise a sedere sul letto, appoggiando la schiena tatuata contro la testiera di legno e mettendo in mostra addominali d'acciaio.
«Caspita», commentò, incrociando le braccia sul petto ampio. «Urli tantissimo per essere così piccolina. E comunque, per la cronaca, questo sarebbe il mio bungalow. Sono io quello che ha accettato di farti dormire sotto il mio tetto per non lasciarti in mezzo alla spiaggia. Un minimo di gratitudine non guasterebbe.»
Si bloccò un secondo, fissandomi il viso. «E poi», aggiunse, divertito, «dovresti darti una calmata. Ti si stanno gonfiando i capelli. Sembri un leoncino infuriato.»
Portai istintivamente le mani alla testa, realizzando con orrore che l'umidità aveva definitivamente vinto: i miei capelli erano corti, gonfi e completamente fuori controllo.
«Io non sono un leoncino!» replicai, facendo un passo avanti, furiosa. «E lei è un insolente. Domattina alle otto sarò fuori di qui, ma nel frattempo esigo che si vesta. Questo è un resort a cinque stelle!»
Lui si alzò in piedi. Fu in quel momento che mi resi conto di quanto fosse alto. Almeno un metro e novanta di muscoli e tatuaggi. Fece due passi verso di me, lento e sicuro, costringendomi a sollevare il mento per guardarlo negli occhi. Si fermò a pochi centimetri. Potevo sentire il profumo della sua pelle, un misto di sole e sale.
«Primo: mi chiamo Leo. Solo Leo», disse, abbassando la voce, le labbra vicinissime alla mia fronte. «Secondo: ti assicuro che i miei boxer sono di ottima marca. Eterzo...» Fece una breve pausa, guardando la ciocca di capelli che continuavo a tormentare dietro l'orecchio. «...se pensi di passare le prossime dodici ore a darmi ordini con quella vocina da maestrina di città, credo che questa convivenza sarà molto più divertente del previsto.»
Mi passò accanto con una spallata leggera e si diresse verso il terrazzino esterno della villa, lasciandomi da sola al centro della stanza.
Fissai la porta a vetri da cui era uscito. Il mio caschetto era un disastro, il mio fidanzato mi aveva mollata per messaggio, ed ero bloccata su un'isola deserta con l'uomo più irritante, arrogante e attraente che avessi mai incontrato.
La mia vacanza era ufficialmente iniziata. E prometteva di essere un disastro totale.
Il primo capitolo finisce qui, ma la convivenza forzata nella Villa 12 è appena iniziata.
Se volete sbloccare subito il Capitolo 2 e scoprire cosa succederà durante la loro prima notte, lasciate una recensione o una reaction!
Se arriviamo a 5 commenti, l'algoritmo sbloccherà il prossimo aggiornamento in anticipo.
Chi è nel Team Emma (Excel e controllo) e chi nel Team Leo (Tatuaggi e caos)?








