Chapter 1
Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita e, nel bene e nel male, spesso si ritrovano ad influenzare le nostre scelte.
Hanno un potere immenso. Sono in grado di spingerci ad agire di impulso o, al contrario, di impedire al nostro corpo di compiere movimenti, di paralizzarci.
È interessante scoprire quanto l'essere umano sia, per eccellenza, incline a provare emozioni. Alcuni studiosi e uomini di scienza ritengono addirittura che alcune di esse siano presenti fin dalla nascita: la rabbia, il disgusto, la sorpresa, la tristezza, la paura e la felicità.
Oh, la felicità. È questo, quindi, che l'essere umano è portato a inseguire da quando viene concepito e messo al mondo?
Potrebbe aprirsi un lungo e infinito dibattito filosofico ma non sarebbe questo lo scopo nè il momento adatto per discuterne.
Il punto è che le emozioni, come dice la parola stessa, muovono qualcosa al nostro interno in grado di scatenare un'attivazione fisiologica che può essere più o meno evidente e avvertita anche all'esterno.
Grazie all'esperienza, alla maturazione e attraverso le interazioni sociali, possiamo diventare esperti nella gestione dell'emozione e imparare a controllare le reazioni che sono in grado di scatenare.
Quando è arrabbiato, infatti, il bambino utilizza il pianto per esprimerlo e per attirare l'attenzione dell'altro. L'adulto, quello in grado di gestire la rabbia, invece, verbalizza a agisce dopo un'accurata riflessione. Entrambi provano lo stesso sentimento, in entrambi si scatena la stessa attivazione fisiologica, il battito cardiaco inizia ad accelerare, la pressione sanguigna aumenta e i muscoli diventano tesi... ma reagiscono in modi totalmente differenti.
Personalità ed esperienza: queste sono le chiavi fondamentali per imparare a gestire le emozioni e questo Will lo provava ogni giorno sulla sua pelle.
Ogni volta che si ritrovava a dover interpretare un personaggio, era costretto a inventarsi e reinventarsi di continuo. Non si trattava solo di un semplice cambio di abito e di pettinatura ma di una vera e propria introspezione. Una totale e completa identificazione nell'altro e nel suo complesso mondo interiore. Nei suoi pensieri, negli stati d'animo, nelle sensazioni provate, nel suo carattere e nei suoi sentimenti. Il personaggio interpretato doveva esprimere, provare e provocare emozioni e, per farlo, il buon attore doveva conoscerle e averle provate. Una ad una.
Con i suoi quarantasei anni e una vita lavorativa ricca di successi, poteva ritenersi esperto?
"Non lo si è mai abbastanza" rispondeva sempre a chiunque glielo domandasse.
Non aveva mai amato rilasciare interviste.
Fino a qualche anno prima aveva rifiutato categoricamente qualsiasi contatto con i giornalisti se non fosse stato strettamente necessario o obbligato per vie contrattuali. Alcune testate dei famosi tabloid avevano preferito pubblicare quanto il suo carattere, al di fuori del set, fosse burbero e indisponente. La realtà era che, con le sue risposte alle innumerevoli domande, temeva di far emergere i suoi tratti di personalità più intimi e nascosti. Preferiva recitare, quindi, anche al di fuori della scena, la parte dello scontroso e dell'introverso.
Da qualche mese a questa parte, però, era davvero diventato impossibile sfuggire a fotografie, richieste, autografi e conferenze stampa a causa di quel maledetto Oscar ricevuto come miglior attore non protagonista dell'ultimo film che gli aveva provocato un'evidente visibilità.
Era il prezzo da pagare per la sua fottuta popolarità, per il suo fottuto lavoro: sacrificare la sua fottuta privacy. Il rovescio della medaglia che doveva imparare a gestire per tutelare se stesso, la sua famiglia, i suoi figli, la sua vera vita. Sarah lo aveva supplicato di farlo.
"Capisco che sia complicato per te, Will – gli aveva confessato una delle tante sere di mezza estate, mentre stavano per mettersi a letto- ma ho l'impressione che anche i ragazzi inizino a sentire la pressione. La situazione sta cominciando a diventare davvero ingestibile. Mi sento osservata costantemente. Non possiamo mettere il naso fuori dalla porta senza rischiare di essere accecati dai flash!".
Come darle torto?
Eppure Sarah conosceva alla perfezione il mondo dello spettacolo. Anni prima aveva lavorato come modella e assistente personale di una famosa attrice ed era consapevole di quanto potesse essere difficile, se non impossibile, separare la vita privata dalla vita lavorativa, soprattutto se entravi a far parte di quel determinato settore. Sapeva quanto i direttori dei tabloid fossero così infimi e superficiali, interessati solamente a condannare alla gogna, in cambio di quattro soldi, i personaggi più celebri del momento, attendendo un minimo passo falso e dimenticandosi che fossero prima di tutto persone.
Quando parlava con suo marito, però, sembrava dimenticarsi del suo passato e di quale fosse il prezzo da pagare.
"Devi trovare una soluzione..." Aveva concluso, esausta, prima di spegnere la luce dell'abatjour e
appoggiare la testa sul cuscino di seta beige, dando le spalle all'uomo. Sapeva come prenderlo, come spingerlo all'azione e sapeva altrettanto bene quanto quella frase non lo avrebbe lasciato indifferente, dedito, com'era, alla sua famiglia e alle sue responsabilità come padre e marito.
Quella notte William non riuscì a chiudere occhio. Aveva atteso con calma le sei del mattino, orario più che ragionevole per scendere le scale, dirigersi a piedi nudi verso la cucina e inviare un messaggio whatsapp a Tom, il suo agente.
Il suo telefono prese a vibrare dopo qualche istante, proprio mentre apriva la scatola dei biscotti posta ordinatamente sul piano dell'isola della cucina.
"Pronto?" Aveva risposto alla chiamata, addentando il cookie al cioccolato appena pescato.
"Dici sul serio?" La voce dell'uomo dall'altro capo del telefono mostrava incredulità e stupore.
"Ti ho mai preso in giro?" Aveva replicato William, sorridendo sotto i baffi e continuando a masticare.
"Non smetterai mai di stupirmi... - Tom non era riuscito a trattenere una risata dall'altra parte della cornetta– Ti sento masticare, stai facendo colazione?"
"Fa parte del mio lavoro lasciare a bocca aperta le persone. A proposito, sapevi che i biscotti al cioccolato della caffetteria all'angolo sono davvero fenomenali?"
"Non sei obbligato a rispondere alle domande con altre domande..."
"Davvero? E se ci prendessi gusto?"
"L'importante è non esagerare. Allora, è confermato? Rilascerai l'intervista a Victoria? Quando verrà fuori la notizia impazziranno tutti! Ho bisogno di avere una tua conferma vocale perché fatico a cred..."
"Sì, Tom. Ora è meglio chiudere la chiamata e agire, prima che me ne penta..." Aveva risposto l'attore, stropicciandosi gli occhi con una mano. Se c'era una cosa che aveva imparato frequentando Thomas Murray era che bisognava interromperlo per tempo, prima che iniziasse a straparlare; aveva l'abitudine di fare così quando era agitato.
"Bene, allora ti richiamo non appena ho notizie. A dopo Will!"
Terminata la comunicazione William aveva subito poggiato l'Iphone sul tavolo in marmo, allontanandolo con la mano il più possibile da sé, onde evitare di cambiare idea, mentre continuava nervosamente a fissarlo, dondolandosi sullo sgabello. Forse avrebbe dovuto richiamare l'agente per fermarlo e dirgli che ci aveva ripensato. Odiava il fatto di non poter controllare la situazione. Ma chi, al suo posto, ci sarebbe riuscito? Proprio in quel momento, mentre era immerso nel silenzio dei suoi pensieri, una vocina lo fece sussultare, interrompendo ogni sua preoccupazione.
"Papà?"
Il piccolo Joseph lo fissava con lo sguardo assonnato, in piedi sulla porta della cucina con indosso il pigiamino azzurro, reggendo con una manina il braccio del suo orsetto Teddy.
Will sorrise e non potè fare a meno dirigersi verso di lui per prenderlo in braccio.
"Come siamo mattinieri! Cosa ci fai già sveglio Burrito?"
"Ho sentito che parlavi e volevo fare colazione insieme a te!" Rispose, con la dolce vocina.
Williamm lo strinse tra le braccia. Una tenerezza infinita lo pervadeva sempre quando abbracciava i suoi figli. Non aveva mai provato un amore così completo, così intenso per nessuno al mondo.
Appoggiò il naso alla fronte del bimbo, assaporando il lieve profumo alla camomilla della sua pelle e dei suoi capelli, residuo dello shampoo della sera precedente.
"Bene, allora svegliamo anche mamma ed Anne. Oggi facciamo colazione fuori!"
"Niente fotografie?" Gli occhioni scuri del bambino fissavano interrogativi e intensamente quelli verdi del padre, cercando una risposta, una certezza, una rassicurazione mentre con una manina gli accarezzava la barba, incolta e brizzolata. Il cuore dell'uomo si chiuse in una morsa che lo portò a ricambiare lo sguardo del figlio.
"Niente fotografie - lo rassicurò, poggiando il suo indice sul nasino a punta del bimbo- Niente di niente. Solo tu, Anne, mamma ed io!"
"Evviva!"
Il volto di Joseph si illuminò all'istante e, dopo essere sceso dalle braccia di William, si diresse correndo con l'orsetto Teddy, verso la camera da letto dei genitori.
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Joseph era talmente entusiasta che entrò in macchina saltellando e canticchiando: "Andiamo da Fromin, andiamo da Fromin!". Incredibile quanto bastasse poco a renderlo felice.
"Vuoi stare zitto, Joe?" Anne rimproverò il fratello fulminandolo con lo sguardo. Era prima mattina e sembrava infastidita da qualunque rumore. Difficile dire se fosse colpa degli ormoni, dell'adolescenza o del fatto che avrebbe preferito dormire ancora, approfittando degli ultimi giorni di vacanze estive.
William, nel frattempo, accompagnava Sarah sottobraccio al lato anteriore del passeggero.
"Dopo di lei, signora Bates" Disse, aprendole la portiera del Pick-Up.
"Grazie, Mr Bates" Aveva risposto amicando lei e ringraziandolo con un bacio sulle labbra.
Dopo aver chiuso tutte le portiere si diresse verso sua postazione di autista.
Mentre guidava non poteva fare a meno di osservare la scena. Dallo specchietto retrovisore poteva benissimo scorgere il piccolo Joseph, immerso a guardare fuori dal finestrino e la sua bellissima Anne "Banana" con lo sguardo basso e imbronciato, intenta a infilarsi le cuffiette nelle orecchie. Difficile capire se volesse isolarsi o, semplicemente ascoltare le sue canzoni preferite. Quanto era orgoglioso di loro, esseri umani perfettamente perfetti anche nelle loro imperfezioni.
Alla sua destra aveva Sarah, la sua splendida moglie, al suo fianco da ormai più di vent'anni. Meravigliosa e impeccabile anche quando usciva con un filo di trucco. Gli occhi grandi e castani e i capelli, lunghi e lisci, sempre in ordine e ben pettinati, facevano sì che sembrasse sempre più giovane, nonostante i due anni in più del marito. Nell’ultimo periodo si era aggiunta solo qualche piccola ruga sulla fronte e di fianco agli occhi.
“Segni di esperienza!” scherzava sempre William osservandola mentre se le fissava allo specchio e, all’istante lei lo fulminava con lo sguardo o con il correttore.
La sua Sarah, dolce, attraente, determinata, autorevole e premurosa. Il mix perfetto ed equilibrato di cui non poteva fare a meno e che continuava da attirarlo come un magnete. Nonostante fossero una delle coppie più durature e per questo più amate di Hollywood, continuavano ad essere grandi complici. Potevano dire di non riuscire a stancarsi l'una dall'altro e negli anni avevano dimostrato di essere sempre più innamorati e grati alla vita per questo. Il loro segreto? Tenere fuori dai riflettori il loro grande amore... oltre ad un'estrema dose di onestà, calma e sopportazione.
Senza esitare e mentre continuava a guardare la strada, l'uomo prese la mano della moglie e la baciò. Si scambiarono uno sguardo e un sorriso complice.
"Mi dispiace averti messo pressione ieri sera. So che non è colpa tua..." Disse poi Sarah, rivolgendosi al marito.
"Sei sicuro che sia tutto risolto?"
William la fissò per un attimo negli occhi prima di risponderle. Uno sguardo vale più di mille parole. Soprattutto quando è vero, sincero e onesto.
"È ok." Rispose, risoluto.
La donna avrebbe tanto voluto fargli qualche domanda in più ma si trattenne. Sapeva che poteva fidarsi ciecamente di lui e, se William diceva che era ok, lo era davvero.
"Ho fede in te, tesoro - si limitò a rispondere- Sei la mia roccia!"
"E tu la mia!" Disse l'uomo mentre si riportava la mano della moglie vicino alle labbra per sfiorarla nuovamente con un bacio.
"Siamo arrivati!" Annunciò poi, tra le urla entusiasta di Joseph, mentre parcheggiava l'auto di fronte al locale.
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Quella mattina al Fromin Cafè andò bene. Nessun flash, solo qualche sguardo indiscreto di chi sembrava lo avesse riconosciuto nonostante indossasse berretto, pantaloncini e infradito. Riuscì per la prima volta dopo molto tempo, a gustarsi una serena e tranquilla colazione in famiglia e a strappare un sorriso ad Anne facendo battute sarcastiche sul cappuccino che, in Italia, a quanto pare, non era solo una tipica bevanda calda ma anche una specie di prete.
"Hai proprio un pessimo umorismo inglese, pa'!" Lo rimproverava sempre scherzosamente la figlia, facendo leva sulle sue origini britanniche.
Quando misero piede in casa era ancora relativamente presto. Willsi ricordò di guardare il telefono anche se doveva ammettere che non moriva dalla voglia di scoprire se ci fossero chiamate o messaggi urgenti. Fortunatamente, ancora nessuna notizia da Thomas, da Victoria o da chiunque altro. Solo un messaggio di buongiorno da parte di sua madre.
"Papino, giochiamo a pallacanestro?" Aveva chiesto il piccolo Joseph.
Non fece in tempo a replicare che il telefono iniziò a squillare; lo schermo segnalava: Numero Sconosciuto.
"Solo un minuto, piccolo, papà deve rispondere!" Lo rassicurò mentre il bimbo lo fissava con occhi tristi.
Anne se ne accorse, capì e provò a distrarlo: "Che ne dici se nel frattempo facciamo un bellissimo disegno a mamma e papà?" Disse, poggiando le mani sulle spalle del fratellino per dirigerlo verso la cameretta.
"Pronto?" William rispose, sperando, chissà perché, fino all'ultimo che non fosse lei.
"E così hai finalmente deciso di rilasciarmi in anteprima un'intervista?" Quella fastidiosa voce rauca risuonò nelle sue orecchie come un fulmine a ciel sereno.
Nonostante fosse una fumatrice accanita, Victoria Westbrook, la madre della tv trash americana, aveva una tonalità vocale fin troppo squillante per i gusti di William che cercò, comunque, di rispondere in modo educatamente pacato.
"Buongiorno a te, Victoria. A cosa devo il piacere?"
Dall'altra parte della cornetta risuonò una risata di circostanza.
"Io penso proprio che tu lo sappia benissimo William. Non accetti mai interviste e il fatto che la mia segretaria sia stata contattata urgentemente da Murray alle 8 del mattino per confermare la tua presenza alla CBS, indica che c'è qualcosa sotto. Puoi anche non darmi una spiegazione al telefono, ma lo scoprirò..."
"Cosa te lo farebbe pensare?"
"Il fatto che continui a rispondere alle mie domande con altrettante domande è un segno, caro il mio mr. Bates." Insinuò la conduttrice.
Bingo. Merda. Quanto odiava la sua arroganza. Quanto odiava non essere preparato.
"Ad ogni modo...- continuò Victoria -Ho preferito contattarti personalmente per confermare il nostro appuntamento domani alle 14:00 per la registrazione del programma. Siccome so che la puntualità non è il tuo forte, ti chiederei di arrivare con al massimo mezz'ora di ritardo..."
"Non ti sembra di avere un po' troppe richieste?" La interruppe sarcasticamente l'uomo.
"Forse, ma per trovare tempo per te ho dovuto spostare l'intervista con Rodrigo Alves, il Ken umano. A proposito, lo sapevi che ha deciso di trasformarsi in Barbie? Questo sì che è uno scoop!" Così dicendo, la conduttrice scoppiò in una fragorosa risata.
La conversazione alquanto fastidiosa doveva interrompersi al più presto. Mantenere la calma in queste situazioni per Will risultava davvero complesso.
"Sei tu che hai bisogno di intervistarmi, non il contrario..." aveva risposto pacato, cercando di non cedere alle provocazioni.
Ci fu un attimo di silenzio, dopodiché Victoria continuò, ammiccando e senza esitazione.
"Bene. Se dovessi riuscire ad arrivare prima, signor Bates, possiamo farci un goccetto insieme nel mio camerino per scioglierci un po'..."
"Dubito di farcela - rispose prontamente William - E, come hai appena detto tu, la puntualità non è proprio il mio forte!"
Altro istante di silenzio. Boom!
"Beh, allora ti auguro buona giornata William, a domani!" Rispose Victoria, prima di chiudere la conversazione. L'aria supponente sembrava magicamente sparita, anche se William continuava fortemente a dubitare che bastasse qualche parola per frenare l'arroganza di quella donna. Sicuramente aveva già qualcosa di scomodo in programma.
Lo avrebbe scoperto presto.
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Quella sera, subito dopo cena, Sarah e i ragazzi erano letteralmente crollati davanti alla televisione, guardando una serie tv per famiglie su Netflix.
William prese in braccio Joseph, lo mise a letto e, dopo avergli rimboccato le coperte, svegliò dolcemente le donne di casa, accompagnandole al piano di sopra, nelle rispettive camere e diede loro la buonanotte. Non provò neppure a coricarsi, sapendo che non sarebbe riuscito a chiudere occhio. Aveva letteralmente bisogno di scaricare la tensione prima dell'incontro del giorno seguente con Victoria e decise, allora, di fare due passi con Ramone, il cagnolino meticcio che ormai da quattro anni era entrato a far parte della famiglia, indossando il suo solito berretto e gli infradito che, fino a prova contraria, lo avevano sempre aiutato a mantenere un profilo basso e comune.
Percorse qualche miglio e, lungo la strada del ritorno, salutò con un cenno della mano Mike, ex attore di film western in pensione, che si affacciava continuamente alla finestra ogni qualvolta passasse.
Il caldo torrido di inizio settembre e la ricerca di intimità da parte dei colleghi rendevano sempre il quartiere quasi completamente deserto di sera e di notte, ad eccezione dei rari momenti di festicciole e festini in cui era possibile scorgere qualche Ferrari o Lamborghini in più parcheggiata a bordo strada.
Uno dei motivi per cui William preferiva uscire a quell’ora era il silenzio. Godersi la naturalezza dell’afa e l’odore di asfalto, piuttosto che la classica e finta brezza di aria condizionata e la fragranza di profumatori chimici per ambienti, non aveva prezzo.
Stava per aprire il portone di casa, quando la sua attenzione venne catturata da alcune voci in strada, al di là del cancello e del muretto che circondavano l'enorme giardino della sua proprietà.
Si fermò un istante, onde evitare di fare rumore, il che gli permetteva di seguire meglio la conversazione.
In lontananza poteva sentire parole come: "Vieni qui piccola, non ti vogliamo fare nulla..." e "Bellezza, se ci dici dove abiti il mio amico ed io possiamo accompagnarti a casa!" E ancora "Siamo a Los Angeles, non è facile perdersi, ma possiamo aiutarti!".
A parlare sembravano due uomini e il tono delle loro voci dava l'impressione di essere tutt'altro che amichevole. William aveva la sensazione che qualcosa non andasse e decise di dare un'occhiata dopo aver velocemente fatto entrare Ramone in casa.
Le videocamere collegate al sistema di sorveglianza si limitavano a riprendere la zona appena limitrofa alla villa per motivi di privacy e per aver creato numerosi problemi al momento dell’installazione. Fu in un momento come quello che Will si pentì di non aver dato ascolto alla sua testardaggine e non aver insistito troppo per far sistemare la sensibilità dell’allarme che sembrava suonare ad ogni minimo movimento. Aveva preferito non perderci troppo tempo e provare, per una volta, a dare ragione al parere esperto dei tecnici. Ma, ora non era il momento di rimuginare. Non bisognava perdere tempo.
Poteva sentire le voci che insistevano in lontananza ma non riusciva a percepirne le parole.
Si avvicinò, allora, cautamente dalla parte della cinta che affacciava sul vicolo cieco da cui venivano i rumori senza, però, riuscire a vedere al di là del muro.
"No grazie, chiamerò un taxi. Ora se volete scusarmi..." Rispose una donna dall'accento italiano e la voce tremante.
"Ma quale taxi? Ti accompagnano noi!"
Reagì uno dei malintenzionati. Iniziarono a susseguirsi una serie di rumori.
"Lasciatemi, per favore!" Iniziò a supplicare la donna.
Fu proprio in quel momento, in una frazione di secondo, che William decise di lanciare un grido dal retro della cancellata.
“Chi è là!?"
Chiese minacciosamente, d'istinto, senza quasi nemmeno pensarci. I rumori si fermarono di colpo.
“La zona è videosorvegliata e la polizia sta arrivando!” Continuò, recitando la parte alla perfezione.
Immediatamente sentì delle portiere chiudersi e un'auto partire a tutta velocità, sgommando.
Poi il silenzio a cui, un istante dopo, seguì un rumore di respiro affannoso. Segno che la donna si trovava ancora lì.
L’uomo esitò un instante prima di parlare ancora.
"Ehi, ci sei? Stai bene? - Chiese, titubante e preoccupato - Vuoi che chiami la polizia?"
"No, per favore, non ce n'è bisogno - rispose subito la voce al di là del confine - Sono solo un po' spaventata..."
Così dicendo, la donna comincio a singhiozzare. Sentendola, William non pensava di avere altra scelta se non quella di raggiungerla.
"Aspettami -cercò di rassicurarla - esco e arrivo subito da te, ok?"
Senza aspettare una risposta, corse fuori dal cancello, rischiando di inciampare a causa delle ciabatte, e trovò una ragazza seduta sul marciapiede, con la schiena contro il muro e la fronte poggiata sulle ginocchia. A occhio e croce doveva avere una ventina d’anni. Forse venticinque. Le braccia circondavano le gambe e i capelli lunghi e scuri le scivolavano sulle spalle e le coprivano il volto.
Indossava un vestito nero, corto, che evidenziava le sue curve. Era leggermente tirato sulla coscia destra, forse perché si era seduta di colpo e non aveva avuto l'accortezza né la concentrazione per sistemarlo, e lasciava intravedere le mutandine in pizzo azzurre. Ai piedi portava un paio di sandali aperti, con le zeppe e i lacci argentati. "Pessimo abbinamento" avrebbe potuto esordire sua moglie Sarah, se solo avesse potuto vedere la scena. La luce dell'unico lampione del vicolo cieco illuminava la sua figura e la sua meravigliosa pelle ambrata, proprio come se fosse sotto un riflettore. Proprio come se stesse recitando la scena di un film.
William le si avvicinò ma non troppo e si accovacciò proprio accanto a lei, cercando di non sfiorarla per evitare di spaventarla ulteriormente e peggiorare la situazione.
"Ehi, è tutto a posto. Tutto finito. Sono qui accanto a te..." cercò di rassicurarla, mentre lei continuava a piangere.
D'istinto la ragazza gli gettò le braccia al collo, facendogli perdere l'equilibrio e sbattere il fondoschiena sul marciapiede.
L'uomo venne inebriato da un dolce profumo vanigliato e qualche ciocca di capelli gli finì in bocca prima che facesse in tempo a spostarla. Fu tutto così veloce e spontaneo.
L'empatia viene definita dagli esperti come la capacità di comprendere o sentire ciò che un'altra persona sta vivendo o provando. Fu proprio questo sentimento che permise a William di ricambiare l'abbraccio e stringere la ragazza a sé con naturalezza.
Le accarezzò i capelli, lisci, spessi e soffici, proprio come faceva con Anne quando si riappacificavano dopo una discussione.
"Grazie mille, davvero! - Sussurrò lei tra i singhiozzi, stringendolo ancora di più - Non so davvero come ringraziarla".
L'uomo sentì il seno sodo della ragazza premere contro il suo petto e la cosa gli provocò il giusto disagio da permettergli di sciogliere l'abbraccio e stringerle le nude spalle per poterla guardare negli occhi.
"Ora dobbiamo chiamare un taxi in modo che tu possa tornare a casa al sicuro e a riposare. Lo aspetteremo qui insieme, ok?" Chiese nuovamente.
La ragazza annuì, continuando a fissarlo. Il mascara colato pareva evidenziare ancora di più gli occhi grandi castani e ancora terrorizzati. Erano talmente sinceri e profondi che Williampensava che fossero addirittura capaci di penetrare all'interno della sua stessa anima provocandogli però, misteriosamente, tutt'altro che soggezione.
"Ricordi dove abiti, vero?" Chiese poi ancora, per assicurarsi che fosse in stato cosciente e che non avesse bevuto troppo o assunto una qualche sostanza.
Lei abbassò lo sguardo e rispose, lentamente, con qualche errore di sintassi ma sicura, nonostante la voce continuasse a tremare.
"Sì, sono una studentessa dell'UCLA e alloggio al Campus. Mi sono trasferita da poco dall'Italia per frequentare la scuola di specializzazione in psicoterapia e ho un pessimo senso dell'orientamento..." Entrambi scoppiarono in una timida risata, l'ingrediente perfetto per smorzare i toni, la tensione e l'imbarazzo, poi lei continuò.
"Sono uscita a bere qualcosa con le compagne di corso ma si è fatto un po' tardi. Domattina ho lezione. Non volevo rovinare la loro serata, ho deciso di fare una camminata e..."
"...E penso che tu abbia preso la direzione sbagliata." Completò la frase l'uomo con una rima e lei, guardandolo, annuì.
Sorrisero ancora, scambiandosi qualche sguardo furtivo mentre lei, accorgendosi che il naso le colava, aveva aperto la borsetta cercando un fazzoletto.
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Preferirono prenotare un sicurissimo taxi, piuttosto che un Uber anche se l'università di Los Angeles distava solo sette miglia da Beverly Hills. Lo attesero seduti sul marciapiede. Lei con la testa poggiata sulla spalla di lui, e lui con un braccio intorno alla spalla di lei. Senza quasi più fiatare, senza più dire una parola.
Entrambi rimasero per tutto il tempo fermi, immobili, come se avessero raggiunto una sorta di zona di comfort. Lo sguardo dell'uomo venne attirato dalle minuscole gocce di sudore che iniziavano a comparire, piano piano, sulla pelle soffice e delicata della ragazza e cadde sul sottile simbolo dell'infinito in inchiostro nero che aveva disegnato sul polso sinistro. Sul contorno, vi erano tatuate tre parole in italiano di cui William ignorava il significato: ama, prega, vivi. Stava per chiedere, per aprire bocca, quando la sua curiosità venne interrotta da una Toyota gialla, che accostò proprio di fronte a loro.
I due si alzarono. William aprì alla giovane la portiera del taxi e, una volta assicurato che fosse seduta comodamente all'interno la chiuse e si diresse verso il tassista controllando il portafogli in tasca: aveva solamente duecento dollari.
“Si accerti che arrivi sana e salva all'UCLA, per favore." Disse, porgendogli i contanti.
L'autista rimase a fissarlo per un istante e l'attore non seppe mai se fosse a causa della cospicua mancia oppure perché aveva riconosciuto il famoso attore di film William Bates.
Mentre il taxi ripartiva, la ragazza lo salutò con una mano dall'altra parte del finestrino. Lui ricambiò il saluto e si scambiarono un altro immenso sguardo profondo, l'ultimo. Non conosceva neppure il suo nome e, assurdo ma vero, sapeva che nemmeno lei conosceva il suo.
William, una volta entrato in casa, si era sentito notevolmente sottosopra. L'adrenalina aveva lasciato spazio ad un forte senso di scombussolamento e subbuglio generale che lo spinse ad aprire l'armadietto dei liquori in sala per versarsi un bicchiere di whiskey.
In America le violenze e le molestie erano ormai all'ordine del giorno tuttavia non gli era mai capitato di assistere ad un tentativo così evidente e che lo toccasse così da vicino. Era la prova che fossero necessari più controlli e più tutele da parte della sicurezza.
Il suo pensiero si rivolse subito alla sua piccola Anne. Non osava neppure immaginare che cosa sarebbe potuto accadere se solo qualcuno, un giorno, avesse provato a provocarla e ad infastidirla. Non sarebbe bastata tutta la prudenza, né tutta l'educazione del mondo per evitare che incorresse questo terribile rischio. Il solo pensiero lo portò a bere il liquore tutto ad un fiato. Fissò poi, per un attimo, il bicchiere vuoto. Dormire, se poteva sembrare difficile prima, ora era sicuramente impossibile.
Guardò il suo Rolex: segnava le 23:47. Forse, una bella nuotata in piscina lo avrebbe aiutato non solo a rinfrescarsi ma anche a scacciare i cattivi pensieri e a rilassare i muscoli, ancora fortemente in tensione. Nella dependance in giardino, un armadietto conteneva costumi e accappatoi, così uscì, senza interrompere il silenzio di casa.
Dopo circa trenta vasche (non aveva tenuto il conto, immerso come era nell'acqua e nelle sue riflessioni) si diede una spinta con le braccia per uscire e mettersi a sedere sul bordo piscina.
Si tolse gli occhialini mentre ogni parte del suo corpo continuava a gocciolare e fissò silenziosamente in direzione dell'acqua turchese fino a smettere di avere il fiatone.
Aveva la pelle d'oca, nonostante l’umidità estiva della California.
Si alzò poi di scatto e si diresse verso la doccia esterna per potersi risciacquare dall'odore di cloro che sentiva sulla pelle.
Quando mise piede a letto, i capelli gocciolavano ancora.
Nonostante il fruscio delle lenzuola, cercò di fare il minimo rumore per non rischiare di svegliare Sandra che respirava profondamente, dandogli le spalle. Lo sguardo dell'uomo venne proprio attirato dalla bretellina della camicia da notte della moglie che era scivolata leggermente sul braccio.
Prima di sdraiarsi, con le dita della mano, le mise a posto la spallina, le scostò i capelli e sfiorò la pelle delicata e profumata della donna che, non appena se ne accorse, si girò verso di lui.
"Amore, che hai fatto? - Gli chiese, con la voce assonnata e gli occhi ancora chiusi - Sei tutto bagnato..."
William ammiccò un sorriso e sprofondò il suo viso nell'incavo tra il collo e la spalla della moglie, per baciarla. Lei si ritrasse con un risolino, sentendo il solletico e le leggere punture provocate dal contatto con la sua barba. Poi aprì gli occhi: si guardarono intensamente e si scambiarono un bacio appassionato.
Quella notte fecero l'amore. Fu così forte, penetrante, intenso, vivo. Per ben tre volte.








