Chapter 1
il tizio il quale non si accorge che lo sto seguendo prima che la donna entri nel portone del palazzo dove evidentemente abita e riesce a raggiungerla e a strattonarla furiosamente mi butto su di lui piegandogli il braccio quasi a spezzarglielo gli intimo di lasciarla in pace facendogli vedere il tesserino avrei potuto provvedere all’arresto ma sarebbe stato troppo complicato in quantoin congedo e per giunta in un’altra città mi bastava spaventarlo per bene e dopo essermi assicurato che non si sarebbe fatto più vivo mollai la presa e gli dissi di sparire immediatamente e di non farsi più rivedere. Filò via impaurito correndo come un pazzo. Gli chiedo alla donna chi fosse e spaventata mi risponde vagamente che è un tizio che ha conosciuto da poco e che si è fatto delle strane idee su di lei ma capii subito che stava mentendo. Voleva coprirlo. L’accompagno alla porta fino all’ingresso del suo appartamento per assicurarmi che entri. Mi chiede se voglio un caffè accetto volentieri anche perché voglio che si rilassi in quanto ancora avverto che è ancora scossa . Con un veloce e intuitivo sguardo noto che è un appartamento piccolo ma ben curato. Mi fà accomodare in cucina. Mentre prepara la caffettiera la guardo senza fargli notare che la sto fissando, noto che è poco curata ma si vede che in un recente passato era stata una gran bella ragazza ma ora probabilmente intuendo il suo vissuto dimostra anni in più. Non potevo esserne certo ma probabilmente dava l’impressione di essere una tossica. Nel preparare il caffè mi domanda un paio di cose se sono in servizio in città e da dove vengo, secondo me si rende conto che ho capito il suo problema. Eludo elegantemente le domande e gli chiedo a mia volta se già altre volte il tizio di poco prima gli aveva recato disturbo in passato e mi risponde un po’ seccata di no. Prendiamo il caffè guardandoci negli occhi. I suoi erano di un colore chiaro e indefinito occhi grandi e dolenti leggermente cerchiati. Si alza e mi dice di stare tranquillamente seduto che si fa una doccia. Io sentendola chiudersi la porta del bagno mi alzo e vago nel piccolo appartamento alla ricerca di qualcosa di familiare che mi ricordasse quel volto. L’appartamento è sobrio e dignitoso e mi accorgo che anche se la casa è piccola c’è molto spazio come se serve per qualcuno o comunque avverto che non vive da sola. Non mi rendo conto in quel momento del perché mi stessi comportando in quel modo entrare furtivamente nella vita degli altri. Entro in una stanza è in penombra di fronte a me un lettino singolo mi dà una forte sensazione di una stanza non vissuta incredibilmente pulita e in ordine e accanto appoggiato al muro c’è una carrozzella per disabili. Mi dà l’impressione di una camera museo. Sento il battito cardiaco accelerare e riesco a deglutire con difficoltà di fronte alla parete ci sono delle fotografie in bianco e nero con didascalie del luogo aveva viaggiato molto e la riconobbi in tante di quelle foto appese e noto la sua bellezza proprio come immaginavo Poi sotto una cartolina i nomi di “Carmen e Andrea” I battiti rallentano improvvisamente. Come velocemente decido di uscire dalla stanza e prima che lei esce dalla doccia metto 100 euro sotto la tazzina del caffè ed esco per sempre da quella casa. Ero a un passo da una possibile verità dal ritrovare un amico d’infanzia di cui avevo avuto grandissima ammirazione ma la didascalia nelle foto esposte in quella camera mi avevano convinto che non era Lucio. E poi una volta arrivato in macchina mi chiedo il perché avevo messo sul tavolo quei soldi? Un riflesso condizionato a quello che avevo visto? gli avrebbero sicuramente fatto comodo visto che sicuramente non se la passava certo bene. Non riesco a darmi una giustificazione valida a quel gesto ma ormai era fatto. E poi andare via di corsa così come un ladro, consapevolmente già sapevo che quel gesto quei soldi messi cosi come si fa con qualche spicciolo con i senza tetto è in fondo un gesto più offensivo che consolatorio. Riflessioni che avrei dovuto fare prima adesso sapevano di ipocrisia consolatoria. Il fatto di andare via così all’improvviso ero inconsapevolmente abituato. In fondo sono sempre entrato e uscito dalla vita degli altri esattamente nelle stesse modalità di oggi d’improvviso. D’improvviso arrivavo in una città nuova il tempo di conoscere dei bambini e cosi tutti i miei compagni di scuola e allo stesso modo ne uscivo. D’improvviso. Perdendo tracce di tutti e chissà forse nel tempo anche di me stesso. Ma se prima dipendeva dal lavoro di mio padre ora erano azioni in circostanze che dovevo mettere prima o poi un argine perché dipendevano solo da me senza alcuna giustificazione. Quando misi in moto la macchina un violento temporale si abbatte con tanta furia che devo subito accostare e spegnere il motore. Mescolo pensieri all’acqua che picchia violentemente sul parabrezza. scorrono nella mia mente riflessi sul parabrezza ora immagini in bianco e nero, come la casa in aperta campagna dei nonni materni con i lunghi pomeriggi piovosi e temporaleschi d’inverno passati nella vecchia cucina con le piastre e la stufa a legna a giocare a monopoli con mio fratello e l’unica cugina da parte di mia madre che e nel frattempo contavamo i secondi che passavano dal lampo ai tuoni che cadevano furiosi.I ricordi ogniqualvolta tornano nitidi eriemergono da nascondigli che la mente conserva segretamente..
“ Cinque, sei, set….. Boroboom! Sette chilometri da qui “ gridava mia cugina con quella vocina stridula “Si, ma come conti? Io ho contato nove secondi”
Mi divertiva un mondo farle i dispetti. eravamo sempre a fare liti io e lei. O le passeggiate in bici a raccogliere more o con un amico che avevo in paese dove andavamo per campi fangosi a raccogliere meravigliosi porcini.
Ora a colori come le giornate spensierate al mare, in Sicilia quelle splendide giornate ricche di sole e salsedine che prendeva alle narici ubriacandomi di felicità e speravo che durassero tutto il giorno. Percorrevamo quelle stradine bagnate dal sole, spesso pietrose e a piedi nudi come facevano i ragazzini che pian piano andavo conoscendo e frequentando quando si scendeva giù in Sicilia, stradine che declinavano verso il mare che svanivano alla vista per immolarsi offrendoci il paradiso.
“Nicola non ti allontanare” Mi diceva sempre mia madre che aveva una paura matta del mare e non sapeva nuotare,
”Si mamma, tranquilla” raccomandazioni vane, il tempo era un unico tempo, infinito.
E come lo stesso tempo avesse diluito il ricordo e che bastava un colpo di spazzole per renderlo nitido. Un suono o forse una voce persa e improvvisamente riemersa dai ricordi, mi rinsavì.
Per un attimo mi stava tornando tutto per tutto ciò che vidi in quella stanza per un attimo avevo creduto fosse Lucio ma il solo pensiero che fosse lui avverto che mi stava creando angoscia perché avevo capito che quella persona era morta. Lucio invece era ancora vivo dentro di me. Così come improvvisamente spiove. Faccio un lungo respiro e riprendo il cammino. Le intenzioni prima della partenza erano che avrei dovuto fare un salto di circa trecento chilometri per andare nel luogo dove mi portarono subito dopo morto mio padre ma non ne avevo più voglia e in effetti quello era l’unico posto dove era più che sicuro che non avrei trovato nessuno, era un luogo di passaggio di tante anime innocenti che avevano perso i genitori un collegio privato gestito da suore dove eravamo bambini di ogni regione. Sto tornando indietro. E’ tardo pomeriggio. Cerco disperatamente un bancomat mi sono rimasti poco più di 100 euro in tasca, quando decido di uscire dall’autostrada e appena dentro la campagna vedo un B&B che fa al caso mio ma squilla il cellulare è Irina la badante di mia madre. Irina la russa una donnona alta più di un metro e ottanta e con due spalle da culturista capace di prendere in braccio mia madre ormai esile e quasi inferma che mio fratello aveva scelto come angelo custode di mia madre. Irina ha la voce disperata e con un italiano incerto mi fa capire che mia madre è in grave pericolo e che lei è rimasta fuori casa. E’ inutile perdere tempo e chiedergli come fosse successo e mi precipito da lei. Ci sono ancora un centinaio di chilometri, mi misi in autostrada e sotto le note di “further on (up the road)” del Boss, sfogo tutta la mia rabbia e la mia preoccupazione per la situazione che si è creata. Tocco i centosettanta e non mi accorgo dei colleghi della stradale e mi scattano la foto, non me ne frega un cazzo! Arrivo in poco più di mezz’ora e trovo Irina fuori casa disperata che cerca di trovare una spiegazione per quanto è successo ma non le do molto ascolto il fatto era ormai accaduto e bisognava solo agire. Punto primo; come entrare? La porta è corazzata e pensare di sfondarla è impossibile, prima di chiamare i vigili del fuoco provo a chiedere alla signora d’accanto che dopo un bel scampanellare infine mi apre, ha il balcone quasi accanto diviso da un sottile cornicione a quello di mia madre in unpiano rialzato molto basso e facendo attenzione a come metto i piedi, riesco a entrare nel balcone, la finestra è chiusa busso sui vetri ma niente mia madre non risponde, provo ancora ma ancora niente, prendo l’unica decisione che è possibilerompere un vetro ed entrare, e cosi faccio, quando riesco a mettere piedi in casa, cerco mia madre con un nodo alla gola, ma nello stesso tempo se la trovo devo evitare di fargli capire la mia ansia, l’avrebbe intuito e questo può causargli un forte stress, quando finisco di frugare in tutte le stanze mi sono dimenticato della cucina e lì che la trovo tranquillamente seduta di fronte a me, mi guarda con uno sguardo vuoto, io mi sono nel frattempo già calmato nel rivederla, mi avvicino e mi piego sulle gambe di fronte a lei,
-“Chi è lei? Sussurra con fievole voce. - “Sono io mamma, Nicola.” forse il nome gli accende un lampo ancora vivo nella sua memoria ormai distrutta dalla malattia, -“Cerchi ancora Nicola? Mi soprende la sua momentanea lucidità, prima che si ammalasse gli parlai di questo mio stato personale che vivevo. “Devi cercare dentro te figlio mio e lì che li ritroverai tutti non hai bisogno di cercare altrove, troverai tutto dentro di te.” A rompere quel ritrovato estemporaneo dialogo che non facevo con mia madre da tempo immemore, ci pensa Irina che capendo che ero entrato mise a scampanellare talmente forte che mia madre ritornò con la sua mente a quando era bambina.








