Prologo
IL REGNO DI MORIA
232 ANNI FA
Nasa fermò il suo cavallo e alzò gli occhi verso l'orizzonte vasto che si stendeva davanti a lui. Anche in un mondo come Gaia, antico quanto il tempo stesso, la sua età avanzata era qualcosa fuori dal comune. La sua vita era come un libro vivente, le cui pagine rugose custodivano le antiche storie di quel mondo.
Gaia non era un mondo qualunque. Come un'amante gelosa, nascondeva nel suo cuore il seme della magia per l'intero universo. L'unica e vera forza che animava le vite e i destini di quel mondo, un mondo che il vecchio era disposto a fare di tutto per preservare dal triste destino che lo minacciava.
Le storie che egli custodiva narravano di un'epoca in cui la magia fioriva abbondantemente tra gli abitanti di Gaia. Come una benedizione, essa nutriva e rafforzava ogni anima vivente. Parlavano di un periodo in cui questo singolare mondo, alimentato da quella magia, pulsava di vita, gioia e speranza. Un'esistenza meravigliosa che, nel corso del tempo, si era trasformata in una lotta per la sopravvivenza. La magia, un tempo un potente fuoco, era ora ridotta a una fiamma debole che tremava di fronte a correnti sempre più minacciose.
Kleod, il giovane che cavalcava insieme a Nasa, spronò il cavallo verso l'agglomerato di rocce che interrompeva la vastita delle steppe bianche. Un luogo tanto selvaggio quanto affascinante. La faccia della roccia davanti alla quale si fermarono era piuttosto scoscesa. Sulla sua superficie, si potevano distinguere le diverse sfumature dei materiali di cui era composta. Non era l'unica formazione rocciosa in quella zona; molte altre, alcune più alte e alcune più larghe, sorgevano intorno ad essa come una sorta di barriera protettiva. Ogni tanto, un vento freddo sorgeva all'improvviso tra le rocce, formando una nuvola di polvere che colpiva i volti indifesi degli uomini.
“Come ti senti?” chiese Nasa, proteggendosi gli occhi con la mano. “Pronto per un nuovo inizio?”
Kleod alzò le spalle. “Ho forse un’altra scelta?”
“Andiamo, Kleod. Scegliere di vivere pittosto che morire non dovrebbe essere così difficile,” rispose Nasa, passando la mano sulla barba bianca tutta disordinata per via del vento. Non solo la barba era bianca; occhi, capelli, sopracciglia e persino i vestiti che indossava erano dello stesso colore. Il lungo cappotto, bianco come la neve, che indossava sopra un completo di lana, con maniche che spuntavano da quelle del cappotto, lo facevano apparire senza età.
“Certo,” disse Kleod con un triste sorriso, “se la vita offerta è migliore della morte che mi attende.”
Kleod era sempre stato coraggioso, ma quel giorno sentiva il peso di dover fingere che nulla potesse scalfire la sua forza interiore. Aveva sofferto e perso molto nella sua vita, troppo per un giovane come lui. E come se non bastasse, quella giornata lo vedeva lì, in quel luogo, ad affrontare un'altra sfida.
"Mi dispiace," disse Nasa.
"Non sto cercando la tua compassione, Nasa."
“Lo so, Kleod, lo so. Ma questo mondo non offre nessun altro futuro per te. Andartene è l’unica possibilità perché l’eredità del tuo nome sopravviva. E con essa, il futuro per tutti noi,” concluse Nasa, guardandolo con un senso di impotenza.
Nasa era potente in molti modi, ma ci sono situazioni in cui, per quanto potente fosse la magia che possedeva, purtroppo non poteva fare nulla. Discendente di una lunga e antica linea di maghi, dotato dell'abilità di prevedere il futuro tra le altre abilità, Nasa era l'ultimo del suo nome sul trono di Begorato, un reame incantevole lambito dalle acque cristalline e calde del mare di Krora.
“Jolka vorrebbe che tu continuassi a vivere.”
Alla menzione di Jolka, Kleod fremette. Il ricordo di lei era ancora troppo doloroso per lui. "Lascia Jolka fuori da tutto questo," disse girandogli le spalle, evitando di guardarlo negli occhi. Andò dai cavalli e raccolse le sue cose caricandole poi sulle spalle. "Andiamo."
Nasa guardò Kleod per un momento, vedendo tutto il peso del dolore e della rabbia che portava con sé. Poi, con un sospiro silente, lo segui. "Si, andiamo," rispose e entrambi alzarono la testa, fissando con determinazione il punto dove si trovava la loro destinazione: una grotta misteriosa in cima alla roccia.
Nasa partì per primo. Si arrampicò rapidamente sulla parete rocciosa e, una volta raggiunta la cima, si pulì le mani dalla polvere come se fosse stato un gioco. Anche se il sole aveva segnato la sua pelle e le rughe avevano preso il sopravvento, l'agilità e la forza dei suoi movimenti suggerivano esattamente il contrario.
Kleod, che era partito subito dopo di lui, a metà arrampicata si fermò per prendere fiato. Si sentiva stanco e la sua fronte era tutta coperta da gocce di sudore. Anche i capelli di castano chiaro, legati da una fascia nera, che gli sfioravano le spalle si erano inumiditi per il sudore. Così concentrato come era a non scivolare, non si rese conto dell'espressione tesa che il suo viso aveva assunto, con le sopracciglia aggrottate e la bocca serrata. La tristezza nei suoi occhi verdi non addolciva la sua espressione, anzi, la rendeva ancora più cupa. Lui fece un bel respiro profondo e poi si aggrappò al bordo della roccia che lo separava dalla cima, dove lo attendeva Nasa.
Nasa con le mani legate dietro la schiena e lo sguardo perso oltre il gruppo di rocce, stava contemplando il tramonto all'orizzonte. Quel posto lo affascinava. Così come le rocce con le loro cime frastagliate, che sembravano fare la guardia a quella steppa infinita. Davanti a se poteva scorgere in lontananza le Montagne Solitarie invece a destra, le antiche foreste degli Alberi Bianchi assomigliavano a una striscia sottile di colore grigio. Non molto lontano da quel ammasso di rocce, lì dove si snodava il letto prosciugato di un fiume, si potevano vedere i resti di un accampamento abbandonato. La terra, illuminata dai raggi del sole al tramonto, sembrava prendere fuoco e, ovunque si voltasse, le stoppie secche, piegate orizzontalmente verso la terra, fremevano come in cerca di un ultimo abbraccio.
Il grido di un uccello solitario fece sì che Nasa alzasse gli occhi al cielo e osservasse il suo volo circolare, proprio sopra le loro teste. "Sicuramente alla ricerca di un'ultima preda!" pensò, con un sorriso che gli sfiorò l'angolo della bocca. Alzò la mano verso il cielo e una corrente d'aria, creata magicamente, avvolse le ali dell'uccello nel suo abbraccio, allontanandosi verso le foreste degli Alberi Bianchi. "Non perdere tempo con noi," sussurrò, con gli occhi ancora puntati sull'uccello che si stava riducendo sempre di più con ogni secondo che passava.
Pochi istanti dopo, Kleod si avvicinò a lui. "Mi mancherà questo posto," disse incrociando le braccia sul petto mentre seguiva con lo sguardo l'orizzonte che si estendeva fino a scomparire nel punto in cui la terra abbracciava il cielo.
Nasa aggrottò la fronte .
"Cosa?" ridendo, Kleod si voltò verso Nasa. "Non pensavi che fossi così sentimentale?"
"Posso dire molte cose su cosa non sei, ma sentimentale, non è tra quelle. Come ti senti?" chiese, preoccupato.
"Mmm," mormorò Kleod con le labbra chiuse. "Mentirei se ti dicessi che mi sento bene."
"Fammi vedere il braccio," chiese Nasa.
Kleod arrotolò la manica della maglietta fin sopra il gomito e allungò il braccio affinché Nasa potesse vederlo.
"Bene," mormorò Nasa mentre ispezionava il braccio da un lato all'altro. "La mia magia, come speravo, ha rallentato la diffusione del veleno. Nel nuovo mondo in cui andrai, le condizioni là ti daranno la possibilità di vivere ancora per alcuni anni."
"Quanti anni secondo te?"
"Se le mie supposizioni sono corrette, forse dieci anni. Un anno in più, un anno in meno, ma comunque molto di più di quanto potresti vivere qui in questo mondo."
Kleod ritirò il braccio e, con le dita spesse e callose, toccò le linee scure che si estendevano come una ragnatela sotto la pelle. Linee che coprivano quasi metà del suo corpo. Per la maggior parte del tempo, non sopportava neanche l'aria che le sfiorava, figuriamoci toccarle come stava facendo ora. Bruciavano e fremevano come se la stessa lava del Cerchio di Fuoco scorresse dentro di esse. E ogni giorno, il bruciore e il dolore che lo accompagnavano diventavano sempre più forti, insopportabili, mortali.
"Sento il veleno avanzare dentro di me come un parassita affamato, succhiandomi via lentamente le energie, la vita," disse Kleod. La sua voce profonda e vibrante riempì lo spazio tra di loro. "Maledizione!" sorrise amaramente e i suoi occhi si oscurarono dalla forza della rabbia che lo avvolse come le fiamme di un incendio. "Quella maledetta di Makhena sa come mordere!"
Ogni volta che Kleod pensava a ciò che Makhena gli aveva fatto, le fiamme dell'ira che bruciavano dentro di lui rischiavano di annientarlo. Aveva sottovalutato quanto potesse diventare pericolosa la principessa Makhena, specialmente dopo il suo matrimonio con il re Silo, il re di Moria.
Moria, il regno più potente tra i sei regni al di fuori del Cerchio di Fuoco, era stato creato migliaia di anni fa unendo i due regni più piccoli, Danarato e Kaligato. Due regni legati per sempre da un patto magico sigillato con il sangue di entrambe le parti. Quel patto legava in matrimonio l'erede dei Kaliga con l'erede dei Danara. Perché solo così Moria poteva continuare a mantenere quel nome e non perdere la sua superiorità verso gli altri regni. E quel sottovalutare, quell'errore imperdonabile, gli era costato molto caro. Gli era costata la vita della sua diletta sposa e del bambino che portava in grembo, privandolo per sempre dalla opportunità di donare a Danarato una erede e a Moria una regina.
"Non avrei mai dovuto permettere che quella donna varcasse le porte di Moria, gettando i suoi artigli sul trono," sibilò tra i denti. "Era compito mio, come Danara, assicurare una discendente, una regina per il trono di Moria. Era compito mio garantire l'integrità dell'accordo tra i Kaliga e i Danara. Eppure, il re Silo…" disse il nome con disprezzo, "ha fatto regina per il mio popolo una donna che non ha una goccia del mio sangue. Una donna che disonora e mette in ombra tutto il Danarato! Una donna che disonora e mette in ombra me." Kleod rimase silenzioso per un momento. Il veleno non stava avvelenando soltanto il suo corpo, ma anche il suo spirito. "Li ho delusi tutti," disse con amarezza.
"Non essere così severo con te stesso. Alcune cose sono destinate a succedere, che ci piaccia o meno," rispose l'anziano.
"Pensi che questo mi consoli?" rispose con cinismo.
"E se ti dicessi che la coronazione di Makhena come regina era predestinata? E se tutto quello che ti sta accadendo è destinato a offrire un'opportunità a qualcun altro, che idealmente non esisterebbe, di ripristinare l'equilibrio che Gaia ha perso?" disse Nasa, il fuoco negli occhi evidente.
"E sei così sicuro che il mio viaggio in questa terra sconosciuta, chiamata... Terra, sia destinato a garantire l'esistenza di questa persona?" chiese Kleod.
"Sì! Ne sono profondamente convinto!" rispose Nasa con sicurezza.
"Sappi che non ho mai messo in dubbio le tue parole, solo che... non avrei mai pensato che un giorno sarei stato costretto a lasciare la mia patria per riposare lontano dai resti dei miei cari, in un luogo che non è il mio. Ho sempre pensato che invecchierei circondato dai miei figli e dai figli dei loro figli," si rivolse al vecchio con tristezza.
"Tutti noi facciamo sacrifici, amico mio. Alcuni più di altri, e tu sei uno di loro." Nasa gli appoggiò la mano sulla spalla e gli diede una pacca, quasi come un gesto paterno.
"Promettimi che ti prenderai cura di lei," disse Kleod, senza staccare lo sguardo dai raggi che dipingevano l'orizzonte di un rosso sanguinante. "Nel bene e nel male! Qualunque cosa accada, tu devi essere lì al suo fianco per proteggerla, per guidarla." Kleod rivolse lo sguardo sul viso di Nasa, cercando non solo l'approvazione nelle parole.
"Non potrei mai abbandonare ciò che rappresenterà la nostra sopravvivenza!" I suoi occhi bianchi brillarono come se il fuoco stesso ardesse dentro di lui.
Nasa sentì l'importanza che Kleod credesse in lui, non solo per offrirgli la sicurezza e la speranza di cui aveva bisogno, ma anche per sé stesso. Kleod annuì e sorrise con ottimismo. Anche Nasa sorrise, contagiato dalle energie positive che avvolgevano il giovane come una corona di luce.
"Sono felice di poter almeno servire quel futuro," rispose Kleod con una calma maggiore. La consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per il futuro del suo mondo gli donava una nuova sensazione di pace interiore.
"So che nessuno deve conoscere la verità sulla mia partenza, ma avrei voluto poter dire addio a qualcuno," si rivolse a Nasa con una leggera esitazione.
"So che ti sto chiedendo molto, ma credimi, è meglio così,"
"Ti credo, Nasa. La mia presenza qui dimostra quanto io abbia fiducia in te. Ho solo una richiesta finale," Inghiottì a fatica. "Quando sarà giunto il momento, dì loro quanto li ho amati e quanto mi mancheranno. Dì loro che tutto ciò che faccio è per garantire loro un futuro, e che se avessi avuto un'altra scelta, non li avrei mai abbandonati." Lui era coraggioso, ma a volte anche il coraggio aveva i suoi momenti di fragilità. "Ora sono pronto... credo," disse alzando un sopracciglio, quasi a cercare conferma.
Chiuse gli occhi per un istante, respirando profondamente e riempiendo i polmoni con gli odori dolci e amari di quella terra, come un ultimo ricordo da portare con sé. Adesso era pronto. Seguito da Nasa, entro dentro la grotta.
"Kleod, il medaglione!"
Kleod guardo indietro, oltre la spalla, verso la mano tesa di Nasa che teneva il medaglione—un oggetto tangibile del suo vecchio mondo, l'ultimo legame con la terra e la gente che stava lasciando. Le sue dita tremavano mentre afferrava il freddo metallo, e per un breve istante fu sopraffatto da un torrente di emozioni.
"Questo medaglione racchiude l'essenza di questo reame, una parte dell'eterno patto tra Danarato e Kaligato. Mentre lo indossi, un pezzo di Moria sarà sempre con te, e, allo stesso modo, una parte di te rimarrà per sempre in Moria," spiegò Nasa, la voce intrisa di un'emozione che raramente mostrava.
Kleod annuì, infilando la catena al collo. Il medaglione si posò sul suo petto, come se avesse trovato il suo posto legittimo. "Grazie, Nasa."
"Non mi devi nessun ringraziamento," rispose Nasa, gli occhi velati. "Ti ho semplicemente guidato sul percorso che era già destinato a essere il tuo." Nasa guardò intensamente negli occhi di Kleod, come se volesse incastonare questo ultimo momento nella sua memoria. "Molto bene. È ora," disse. Poi, con una mano, toccò il braccio di Kleod e con l'altra toccò la pietra nera nel mezzo della grotta.
Kleod sentì un'ondata improvvisa di energia magica avvolgerlo. Il panorama di Moria—le alte montagne, le vaste pianure, e le tonalità cremisi del tramonto—cominciò a sfocare, come se dipinto con i tratti di un pennello tremante.
"Ricorda, non sarai solo, anche in quel mondo lontano," la voce di Nasa echeggiò nella sua mente mentre la magia prendeva il sopravvento.
Giusto prima che tutto diventasse buio, Kleod riuscì a dire, "Non dimenticherò, vecchio amico." E poi scomparve, la sua forma dissolvendosi in particelle di luce che si dispersero nel tessuto dei mondi.
Nasa rimase lì, solo, osservando mentre le ultime tracce di Kleod scomparivano.
"Manterrò la mia promessa." sussurro all’aria che si è alzato intorno a lui.








