Immortal [NAMMIN]

Summary

La vita eterna per molti potrebbe sembrare una meraviglia, ma per Jimin è una condanna alla noia e alla solitudine. Possibile che in tutto il globo non ci sia nessuno in grado di fargli compagnia?

Status
Complete
Chapters
1
Rating
n/a
Age Rating
16+

○○○

Il fumo biancastro della sigaretta gli offuscò per un attimo la vista prima di sparire nel cielo, lasciando che le mille luci di Seoul si riflettessero nuovamente nei suoi occhi.


Jimin era seduto su quella panchina da ore ormai, eppure ancora non si era stufato di ammirare i flussi di persone che si muovevano lungo i marciapiedi accanto alle auto.


La tempesta di neve iniziata qualche giorno prima finalmente aveva dato tregua alla città e il cielo limpido attirava la gente fuori di casa come una candela con delle falene.


Era nei momenti come quelli che Seoul dava il meglio di sé, soprattutto ora che era il periodo natalizio: le insegne di locali e negozi che potevano risultare appetibili a chi voleva passare una serata di divertimenti splendevano, i profumi inebrianti che uscivano dalle cucine dei ristoranti attiravano l'attenzione, le musiche su cui si esibivano i gruppi di ballo in strada che intrattenevano i passanti…


Tutt'altra realtà rispetto a ciò che si era lasciato alle spalle quando se n'era andato.


Ma già sapeva avrebbe trovato una città diversa, dopotutto quando vi abitava c'era ancora la dinastia Joseon che ormai non era più al potere da un secolo abbondante.


Si guadagnò un'occhiataccia dalla vecchietta seduta sulla panchina accanto a lui quando si accese un'altra sigaretta -decisamente poco salutare-, ma non vi diede peso.


Ormai gli esseri umani non gli interessavano più da tanti, troppi anni.


Eppure era tornato lì lo stesso, in quel Paese maledetto che ancora tanto lo tormentava la notte.


Perché era lì che un ragazzo a caso aveva deciso di prendergli il cuore e affogarlo in un barattolo di sdolcinato miele per poi lanciarlo a terra facendolo spaccare in mille schegge taglienti come rasoi.


Era consapevole di non potergliene fare alcuna colpa, mica sapeva che lui era immortale e farlo sentire amato era la cosa peggiore possibile, quindi altro non poteva fare se non crogiolarsi nella propria miseria.


Amare ed essere amati era un lusso che lui non si poteva permettere, non quando l'altra persona si sarebbe inevitabilmente appassita fra le sue dita lasciandolo infine con soltanto un inutile e freddo mucchietto di polvere.


La prima volta che gli era successo si era ripromesso sarebbe stata pure l'ultima e da allora aveva mantenuto quel suo accordo senza battere ciglio.


Erano passati anni, secoli, millenni… nel mentre si era persino dimenticato l'aspetto di quel primo amore e aveva vissuto nelle più svariate civiltà senza problemi di cuore.


Poi però, arrivato in Corea, aveva incontrato lui.


Un contadino squattrinato che non aveva alcun motivo per cui sarebbe dovuto essere felice, eppure possedeva il sorriso più luminoso che Jimin avesse mai avuto il piacere di vedere.


Era stato impossibile resistere a quella forza invisibile che aveva attirato il proprio corpo verso il suo a ricercarne il calore, la morbidezza ed il sapore.


Non gli era rimasta altra scelta: era fuggito ancor prima di aver la possibilità di sfiorarlo, sfruttando le navi delle tratte commerciali dirette verso l'Europa, ma come Orfeo con la sua Euridice non era stato capace di guardare sempre avanti.


Si era stupidamente voltato e nel vedere la distesa d'acqua farsi sempre più grande fra di lui e la penisola coreana le lacrime avevano preso il sopravvento inevitabilmente nel vedere il proprio amore sparire oltre l'orizzonte.


Era stata la prima volta in cui aveva desiderato con così tanto ardore avere il lusso della morte, dolce sonno che gli avrebbe fatto dimenticare quella morsa al cuore tanto dolorosamente insopportabile.


Gettò il mozzicone nel cestino accanto alla panchina e dopo essersi stiracchiato decise di alzarsi.


L'aria fredda iniziava a fargli male alle guance come migliaia di sottili aghi e lo stomaco iniziava a brontolare con maggior insistenza, meglio trovare qualcosa da mettere sotto i denti in fretta.


Alzò il colletto della giacca, ficcò le mani in tasca e partì verso il centro della città volendo lasciarsi ispirare dai profumi prodotti dalle cucine dei vari locali, ché tanto i soldi non gli mancavano, non quando da secoli accumulava ricchezze.


Non era miliardario, ma aveva i suoi investimenti ed affari che gli permettevano di portare avanti una vita più che dignitosa senza doversi preoccupare di avere sufficienti finanze a disposizione.


La vita eterna gli aveva messo davanti infinite possibilità di guadagno e di accrescere le proprie conoscenze in modo da sfruttare al meglio ciò che il mondo gli aveva offerto, ma aveva sempre avuto l’accortezza di muoversi entro i limiti plausibili per un ragazzo che all'apparenza sembrava avere una trentina d'anni al massimo.


Entrò in un vicolo sulla propria sinistra, allontanandosi dalla via principale più trafficata, e subito i rumori cittadini si fecero meno prorompenti, per la gioia dei suoi timpani.


Tirò così un sospiro di sollievo e continuò silenzioso a camminare senza una meta precisa, in quella città che ormai non aveva più niente di quanto ricordava del suo ultimo soggiorno lì.


Il mondo era cambiato a ritmi mostruosamente rapidi nell’ultimo paio di secoli ed era un po’ triste tornare nei luoghi del suo passato e trovarli completamente stravolti: dove prima c’erano case in pietra e legno ora sorgevano grattacieli, dove coltivavano i cavoli ora c’erano ferrovie ed autostrade.


Per certi versi era piacevole avere finalmente qualcosa di nuovo da vedere e da scoprire, staccandosi dalla monotonia dei tempi andati quando per terminare le grandi opere architettoniche servivano decenni, ma tutto era così… piatto, niente di diverso da qualsiasi altra grande città mondiale.


Era però difficile dire se fosse effettivamente così o se semplicemente avesse ormai vissuto troppo a lungo per cogliere il fascino dell’ennesimo cambiamento.


Alzò lo sguardo attratto dalle urla di una donna che, col proprio baracchino, cercava di attirare l'attenzione dei passanti nella speranza di vendere qualche dolcetto natalizio in più.


Non era chissà che voglioso di mangiare un dessert od una caramella, ma era difficile resistere ad un richiamo così squillante: fece un altro paio di passi in quella direzione.


Lo stand era decorato da mille striscioni rossi e verdi, colori di quel periodo ormai abbondavano in tutto il mondo.


Non aveva mai capito come quella festività fosse riuscita a conquistare così tanti Paesi fra i più diversi ed in realtà non aveva nemmeno mai capito il perché le persone tanto amassero il Natale.


Come potevano i bambini credere sul serio che bastasse una letterina per ottenere ciò che desideravano? E come potevano i genitori acconsentire a fomentare questi insulsi sogni finché, raggiunta un’età ragionevole, non spezzavano la magia ammettendo di esserci loro dietro i pacchetti sotto l’albero?


Forse queste sue difficoltà erano il risultato della sua vita in cui l’unica cosa che aveva sempre desiderato era irrealizzabile e, anche se fosse esistito Babbo Natale, nemmeno lui avrebbe potuto renderlo felice e regalargli la morte tanto bramata.


Con gli occhi studiò meglio il baracchino e le persone radunate lì intorno e ciò che vide un paio di secondi più tardi gli fece venire la pelle d'oca su tutta la schiena.


L'aria gli si gelò nei polmoni, le sopracciglia si alzarono in automatico in un’espressione stupita ed il suo cuore si fermò all’improvviso.


No, non poteva essere davvero lui.


Ma Jimin avrebbe riconosciuto ovunque quelle labbra sporche di zucchero a velo, quegli occhi taglienti, quel viso dolce e al contempo mascolino e quel naso adorabile, anche con quelle guance colme di cibo, i capelli tinti di castano premuti sulla fronte dal berretto blu ed i vestiti moderni era impossibile confondersi.


Era Kim Namjoon, non vi erano dubbi.


Le gambe gli cedettero senza che potesse far niente per impedirlo, ma lui era già lì a stringergli il braccio per sostenerlo ed una scossa elettrica partì direttamente da dove le loro pelli si incontrarono attraversando l'intero corpo di Jimin in una frazione di secondo.


E a giudicare dall’espressione incredula, era accaduto lo stesso anche all'altro.


L'odore naturale della sua pelle non era mutato nemmeno un poco, Jimin poteva affermarlo con chiarezza anche se c'erano ancora una decina di centimetri fra i loro volti: quel profumo di sole, di campi sconfinati, di cicale e di buona terra fertile pure in pieno inverno…


"Namjoon."


Nonostante i decenni il nome dell'altro scivolò con naturalezza sulla sua lingua, come se fosse sempre rimasto lì in letargo ad attendere la bella stagione per fuoriuscire dalla sua gola e assaporare il calore della primavera.


L'altro non gli rispose, ma sentì chiaramente la pelle d'oca dei suoi polsi sotto le dita quando si aggrappò a lui per tornare ben diritto.


Si fissarono in silenzio, entrambi senza parole, e Jimin si chiese se non stesse avendo delle allucinazioni a causa della fame, del freddo o di chissà che cosa.


Com’era possibile che Namjoon fosse lì davanti a lui? Sarebbe dovuto essere morto e sepolto da anni ormai, almeno una sessantina abbondante!


“Tu…”


Non disse il suo nome: Jimin non glielo aveva mai confessato, consapevole che non sarebbe servito a nulla presentarsi giacché non aveva alcuna speranza di approfondire la conoscenza, e per un istante si pentì della cosa perché oh, quanto sarebbe stato bello sentirsi chiamare in quel momento!


Forse così avrebbe realizzato con più semplicità quanto stesse accadendo, o forse no.


Namjoon non perse tempo ed iniziò a camminare veloce senza dir niente, i passi sicuri in mezzo alla gente che non esitava a scacciare con la spalla mentre la mano era ancora salda sul polso di Jimin che non riusciva a stargli dietro, non con la mente ancora confusa, il cuore in subbuglio e le gambe tremanti; erano lì, erano insieme, come diavolo era possibile?!


Sapeva che oltre a lui vi fossero altre persone immortali, ma ne aveva incontrate solamente un paio nel corso della sua millenaria esistenza: erano solo una manciata di granelli di sabbia sparpagliati in un campo di riso, le possibilità che anche Namjoon fosse come lui erano praticamente zero!


Eppure quella stretta sulla sua mano ed il calore che ne scaturiva erano reali, ed erano reali anche il suo profumo che gli riempiva i polmoni e la vista di quella schiena ampia ormai impressa a fuoco nelle sue retine.


Le guance gli fecero male quando le lacrime gelarono su di esse, ma non riuscì a trattenere il pianto; il suo petto era pesante come un macigno, il fiato gli mancava causandogli mille tremori ed il groppo alla gola gli impediva di pronunciare anche solo una sillaba.


Tenne il capo basso, non riuscendo a fare altro se non affidarsi ciecamente a Namjoon, e rialzò lo sguardo soltanto quando, dopo che l’altro svoltò in un vicoletto laterale, Jimin si ritrovò al caldo dentro un moderno condominio con le mani dell'altro sul volto.


Con i pollici gli asciugò le ultime lacrime mentre pian piano i loro fiati tornavano regolari.


“Dio santo ti ho cercato così tanto quando sei sparito.”


L’abbraccio in cui Namjoon lo strinse subito dopo fu soffocante non tanto fisicamente, ma emotivamente: quella presa salda era maledettamente straziante, sapeva di anni trascorsi col nodo alla gola, di malinconia, di rimpianti…


Tutta l’angoscia accumulata in quegli anni esplosa inondando i polmoni di Jimin di piombo liquido, pensante e tossico, ma il calore che scaturiva da quella vicinanza lo faceva sentire finalmente in pace lì con colui che per ultimo gli aveva rapito il cuore.


Iniziò a tremare per i singhiozzi e ricambiò l’abbraccio con mani tremanti, affondando il volto nella sciarpa di Namjoon ad occhi chiusi nella speranza che, se fosse stato solamente un sogno, sarebbe stato capace di farlo durare anche solo un secondo in più.


Ma il castano lo allontanò da sé e con un cenno del capo gli indicò le scale.


“Abito al quarto.”


Non servì aggiungere altro: salirono gradino dopo gradino in fretta, senza perdere nemmeno un istante, e con mani tremanti il castano sbloccò la serratura.


Il volto di Jimin venne distorto dal dolore quando la sua schiena sbatté contro la fredda porta, ma non ebbe nemmeno il tempo di emettere un lamento che Namjoon si era già avventato sulla sua bocca, avido ed impaziente come un gran lavoratore davanti al pasto serale dopo un’intensa e sfiancante giornata.


L’altro, non appena realizzata la situazione, schiuse le labbra accogliendo quella lingua che conservava ancora il sapore di zucchero e si sentì sciogliere come neve al sole.


Le loro bocche si incastravano alla perfezione nonostante fosse la prima volta, labbra fredde e lingue bollenti che danzavano quel ballo che era stato rimandato per tanto, troppo tempo.


Fu come ricevere lava incandescente dritta nella gola e Jimin con mani tremanti iniziò a sbottonare la giacca dell’altro mentre egli abbassava la zip della sua.


Non riuscirono a rallentare, anche se avevano davanti a loro l'intera eternità la fretta guidava i loro movimenti rapidi perché oh, come potevano aspettare ancora, adesso che finalmente erano insieme?


Si spogliarono in mezzo ad ansimi e schiocchi umidi, senza scambiarsi nemmeno una parola, e passo dopo passo finirono accanto al divano.


Jimin se ne rese conto solamente quando Namjoon lo prese di peso da sotto le cosce per farlo sdraiare ed era già pronto ad accogliere nuovamente le sue labbra quando il castano si fermò sopra di lui tenendo le braccia tese piantate accanto al suo volto.


Rimase lì un istante ad osservarlo con il fiatone, i capelli già spettinati e le labbra gonfie, e Jimin arrossì sotto quegli occhi che gli parevano capaci di entrargli sino nell'anima.


Ma non distolse lo sguardo, non quando finalmente Namjoon era lì davanti a lui, e non resistette all'impulso di allungare le mani per sentire il calore di quelle guance arrossate forse per il freddo, forse per l'eccitazione.


Era tutto così veloce che ancora faceva fatica a realizzare cosa stesse accadendo davvero…


Fino a cinque minuti prima gironzolava senza meta per Seoul e adesso si ritrovava in solo intimo nell'appartamento di chi teneva in ostaggio il suo cuore ormai da decine e decine di anni, circondato completamente dal suo profumo.


Divaricò le gambe quando Namjoon con un ginocchio fra le sue gli chiese silenzioso di accoglierlo fra le cosce e solo una volta sistematosi lì in mezzo Namjoon si chinò nuovamente su di lui.


Ma non lo baciò nemmeno quella volta; si fermò a pochi centimetri dalle sue labbra facendogli sfuggire un gemito lamentoso, e studiò ancora per un istante il suo volto con gli occhi scuri.


“Sei ancora più bello di quanto ricordassi.”


Arrossì a quella frase detta in un soffio, e per un istante tornò con la mente al giorno in cui si erano incontrati per la prima volta.


Lo aveva fissato dall'alto al basso, comodamente in sella mentre Namjoon teneva le spalle ricurve sul campo di cavoli non ancora pronti alla raccolta, ma non era riuscito a dire nemmeno una sillaba.


Si era detto che sicuramente era dovuto al fatto che il coreano non lo aveva parlato per secoli e doveva riabituarsi alla lingua mutata nel tempo, ma nel profondo aveva compreso all'istante fosse stato un colpo di fulmine.


Aveva tirato le redini in silenzio, limitandosi a fare un cenno del capo al proprio sottoposto affinché si occupasse lui di conversare col contadino, e si era allontanato sotto il sole con le guance rosse d'imbarazzo.


Tornò al presente e non riuscì a parlare nemmeno allora: non ne ebbe il tempo, un tremore gli mozzò il fiato in gola quando l'altro con una mano scese ad accarezzargli il fianco e con il viso si nascose contro il suo collo ad assaporare la sua pelle con dolcezza.


Era talmente felice che gli sembrava quasi di non esserlo per niente, come se la gioia fosse talmente ampia da fare il giro e diventare disperazione: voleva appagare subito i suoi desideri, voleva poter chiamare Namjoon suo il prima possibile, voleva spalmarsi contro il suo corpo per sentirne il calore e ogni secondo di attesa era un istante di terrore all'idea che fosse sempre più vicino al risveglio.


Perché il dubbio che fosse tutto quanto un sogno Jimin ancora lo aveva, sebbene il suo corpo si stesse contorcendo e percepisse chiaramente ogni tocco dell'altro.


“Namjoon.”


Disse il suo nome in un sospiro bisognoso di cui l'altro ne comprese subito il significato: Namjoon allungando il braccio prese la trapunta a cavallo dello schienale, coprendo i loro corpi nudi cosicché potessero ancora rimanere l'uno sull'altro senza sentir freddo.


E Jimin scoppiò di nuovo a piangere iniziando a buttare fuori tutto il peso asfissiante della solitudine che lo aveva accompagnato per tutti quei secoli e millenni senza riuscire a trattenersi in alcun modo.


Si sentiva come i bambini che incrociava per strada intenti a singhiozzare alla ricerca del genitore, tanto ingenui da non rendersi conto che le lacrime erano del tutto inutili e che anzi, mantenere la calma sarebbe stato molto più d'aiuto.


Ma in quel momento Jimin probabilmente avrebbe perfino confuso un suo occhio per il naso tanto stava venendo sopraffatto da quel vortice di emozioni contrastanti, figuriamoci essere abbastanza lucido dal ragionare logicamente!


Namjoon rimase immobile, lo sguardo incerto e le labbra appena dischiuse per il desiderio di dire qualcosa, ma non trovò alcuna parola adatta.


Lo aveva capito che la vita eterna era stata crudele nei confronti di Jimin e sebbene aver vissuto la stessa cosa gli rendesse semplice comprendere come si stesse sentendo, non riusciva a pensare.


Cosa dire, cosa fare… non lo sapeva.


Istintivamente però si mise a sedere e stringendogli il busto attirò Jimin a sé per stringerlo in un abbraccio ben saldo, gli angoli della coperta tenuti fra le dita per poterlo avvolgere con essa.


Lo accolse sul proprio petto, accarezzandone la schiena e baciandone la fronte di tanto in tanto, e Jimin in risposta si fece piccolo nelle spalle cercando di accoccolarsi al meglio.


Il calore corporeo di Namjoon che lo stava circondando unito al suo profumo lentamente lo aiutò a rilassarsi quel tanto che bastava a fermare le lacrime, ma il suo cuore continuò a battere con fretta.


“Scusa, non so cosa mi sia preso.”


Mentì spudoratamente per la vergogna e l'altro, ben consapevole della cosa, decise di stare al gioco per non metterlo ulteriormente a disagio e con un accenno di sorriso sulle labbra gli baciò la fronte dolcemente.


“Nessun problema.”


E con quelle semplici parole giacché non aveva idea di cos'altro poter dire, abbandonò la sua schiena per andare a prendergli una mano accompagnandolo sul suo petto e Jimin ebbe un sussulto quando, poggiandovi le dita, si accorse che oh, il battito di Namjoon era addirittura più veloce del suo!


Alzò lo sguardo di scatto, ma richiuse gli occhi in un istante quando l'altro lo baciò di scatto, facendogli schiudere le labbra con la lingua per ottenere un contatto più profondo.


Jimin, con ancora una mano sul suo cuore, andò ad afferrargli i capelli con l'altra per tenerselo stretto e non lasciò allontanarsi per tutte le restanti ore della notte.


Parlarono di qualsiasi cosa e in qualsiasi lingua, si raccontarono eventi passati, previsioni future e pensieri del presente.


Era strano chiacchierare così liberamente senza dover nascondere nulla del proprio vissuto e se all'inizio la cosa lo rendeva titubante, pian piano si rilassò come un lavoratore esausto in un bagno caldo a fine giornata.


Si stupì di sé stesso nel notare con quanto entusiasmo parlasse di momenti che da anni ormai riteneva fossero solamente l'ennesima noiosa giornata, si sorprese di quanto si stesse sentendo vivo nel nominare luoghi e persone che aveva incontrato e rimase sotto shock quando scopriva che anche Namjoon aveva vissuto certe cose insieme a lui.


Si trovavano entrambi negli Stati Uniti al crollo di Wall Street, avevano viaggiato nella Cina di Han Gaozu, avevano conversato coi gesuiti arrivati per espandere il cristianesimo nelle terre asiatiche con cui gli Europei avevano stabilito i nuovi commerci, e via via così da un posto all'altro, da un'era all'altra.


Non fecero sesso, non ne sentivano il bisogno; il percepire l'uno la presenza dell'altro e l'affetto delle rispettive carezze era qualcosa che entrambi bramavano molto più dell'appartamento sessuale.


Perché, come Namjoon confessò quando ormai il sole era quasi sul punto di sorgere, anche lui come Jimin di tanto in tanto si divertiva sotto le lenzuola con qualcuno quando la libido lo richiedeva, ma oh, quanto aveva sognato una connessione più profonda di così!


Perché ormai loro due erano più anima che corpo ed appagare i sogni del cuore era decisamente più importante, soprattutto ora che vedevano concretizzarsi la speranza di non essere più soli in quel cammino infinito.


E Jimin per la prima volta nella sua vita millenaria seppe di aver fatto il primo, piccolo passo verso la felicità quando, ormai senza più voce, si addormentò fra le braccia di Namjoon.


.

.

.

SPAZIO POLIPETTA

🐙


Il mio primo spazio polipetta qui su Inkitt, che emozione!


Che dire cuties, spero che questa breve one-shot vi sia piaciuta, non potete capire quanto io sia felice di essere finalmente riuscita a pubblicarla dopo mesi e dubbi di blocchi continui (alcun* ricorderanno come l'avevo annunciata già a Natale).


Personalmente mi ritengo soddisfatta del risultato, ma ovviamente lascio la parola a voi: vi sono piaciuti i nostri amato Jimin e Namjoon? Ed il concept di vita eterna?


E mi raccomando, fatemi anche sapere cosa ne pensate della lettura in questa applicazione “alternativa”, è molto importante per me💜🐙