Primo capitolo
Daniele Sbaraglia
L’uomo dimenticato
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone vive o scomparse è assolutamente casuale.
Dedicato a Luce
Abbiamo tutti un luogo dentro di noi che tiene una parte imprigionata…
1
Tra tutte le storie e gli eventi che ho ascoltato nella mia vita, quella che merita di essere raccontata è la storia del mio amico Romolo.
Eravamo un gruppo di amici che, dopo il lavoro, si incontrava al bar di Gino per un caffè e due chiacchiere. Romolo era uno di noi, un tipo un po’ chiuso e introverso. Sembrava sempre con la testa altrove, ma si univa sempre a noi. Nonostante le sue difficoltà, era bello vederlo partecipare a tutte le nostre iniziative.
Romolo era una persona comune, come me: di statura media, con occhi scuri, senza particolari difetti fisici. L’unica cosa di cui si lamentava era il suo costante dolore alla schiena e le difficoltà nel dormire. Non ricordo quante volte abbia cambiato materasso, sperando di risolvere il suo problema ma senza successo. Poi parlavi con lui e iniziavi con un semplice: ‘Come stai?’ e lui ti raccontava subito che stava provando un nuovo farmaco che non aveva controindicazioni e che gli toglieva il dolore, a detta sua, ‘Una bomba!’. Il mio ‘come stai?’ era più generico. Volevo sapere se si fosse innamorato nuovamente, se avesse iniziato a coltivare un nuovo hobby che lo appassionava, o se avesse fatto un viaggio. Sarei stato contento per lui. Invece, il suo ‘come stai?’ era riconducibile solo al suo dolore, credo ormai cronico, di un uomo buono che ha dovuto sopportare troppo da questa vita a volte ingiusta. Il suo stringere i denti gli ha procurato una postura errata che lo ha curvato su sé stesso. Ha avuto la forza di stringere i denti in quelle buie e lunghe notti di solitudine, tanto che si è spezzato anche uno, quando un mattino addentò un cornetto per fare colazione. Con facilità la gente ti dice: ’Dai, stringi i denti!’, lui ha serrato per ore, giorni, mesi, anni e la stretta è scesa giù fino alla schiena e non lo ha più mollato. Verso i trent’anni, si sposò con Giulia, con cuiebbe due figli, Marco e Dario, ma la storia non andò avanti e si lasciarono. Non sarà né il primo né l’ultimo a cui accade una cosa del genere. Al giorno d’oggi è diventata quasi la normalità, anzi, è un caso raro rimanere insieme per cinque, dieci, vent’anni, o addirittura per tutta la vita. Alla domanda ‘perché è finita?’, Giulia rispose semplicemente: ‘Non ti amo più!’. Il povero Romolodovette lasciare la casa dove vivevano e tornò a vivere con la madre. Fu una bella botta per lui e da quella esperienza ne era uscito male influenzando tutti i suoi futuri rapporti, seppur minimi, con l’altro sesso. Per questo aveva cominciato a frequentare prostitute quando aveva bisogno di soddisfare le sue necessità, ma non parlava più di rapporti sentimentali o di fidanzate o mogli.
“Siamo sempre il risultato di ciò che ci accade nella vita.”
Chi non lo conosce pensa che il povero Romolo sia un introverso, uno scontroso e un ‘maiale’ perché frequentava le prostitute. In realtà, se sapessi che ad un certo punto della sua vita era dovuto tornare a casa dai suoi come un perdente, continuare a pagare parte del mutuo della casa dove continuava a vivere Giulia con i suoi figli e il suo nuovo compagno, capiresti che Romolo era un uomo deluso dalla vita e lo comprenderesti di più. Non mi ha mai saputo spiegare perché la sua ex moglie non gli facesse neanche vedere i figli. Forse è sembrato di capire che Giulia lo reputasse un perdente, uno che i figli non devono prendere come esempio. Un vinto? Perché poi? Non si spiega. Vai a capire le donne! È vero che se parli con lui di certe cose, le stesse gliele devi tirare fuori con le ‘pinze’, quindi non si capisce mai bene come siano andate realmente le cose, ma su una cosa sono sicuro: Romolo è una brava persona. Leale, corretto, buono. Finché viveva con Giulia, non l’ha mai tradita e non frequentava le ‘signorine’ che frequenta ora, di tanto in tanto. È stato un buon padre e non ha mai fatto mancare niente ai suoi figli, Marco e Dario.
Forse Giulia lo vuole punire per qualcosa che noi amici non sappiamo, fatto sta che lui non vede i suoi figli da tempo ormai. Non è uno di quei caratteri che si ostina a far valere i suoi diritti. Lui accetta la vita come viene senza opporre resistenza e forse è questo aspetto del suo carattere che a Giulia non è piaciuto e lo identifica in un uomo che non ha carattere, ma non è da questo che si giudica un uomo. Di istruzione media, aveva un semplice diploma come il mitico ragionier Fantozzi. Le aziende, si sa, oggi sono sempre in cerca di migliorarsi, di essere più competitive. La parola d’ordine è efficacia ed efficienza e l’ospedale dove lavorava lui, essendo un semplice ragioniere, non sapeva cosa farsene. Adesso occorre per forza essere laureati e sapere almeno parlare inglese per poter lavorare in un ufficio dell’amministrazione.
Una delle ultime volte che l’ho visto, sembrava più pensieroso del solito. L’ufficio dove lavorava aveva chiuso e gli era stata proposta una posizione nell’archivio, al piano -2. Ormai tutto è telematico, tutto è informatizzato, ma ci sono ancora cartelle cliniche in questo vecchio archivio risalenti dal 1988 al 2002 che non è convenuto convertire in pdf, pensando che non ci sarebbe stata più tanta richiesta e che sarebbe costato troppo archiviarle in archivi esterni. Così avevano pensato a Romolo, il più ‘sacrificabile’, quello che secondo loro avrebbe accettato. Stanco di lavorare in un ufficio con molte persone e di occuparsi di pratiche impegnative, il suo compito era vigilare sull’archivio, evitare che si generassero incendi e mantenerlo ordinato e pulito, anche se non era una sua mansione. Gli era stata fornita una scrivania con un computer collegato a Internet e uno scanner, dove, se qualche utente richiedeva una vecchia cartella clinica, Romolo non doveva fare altro che prenderla, scannerizzarla e inviarla all’ufficio cartelle cliniche, che provvedeva alla consegna, dopo aver pagato un ticket.
Il giorno prima dell’assegnazione, uno del personale portò Romolo a visitare il ‘vecchio archivio’. Arrivarono con l’ascensore a -2. La discesa sembrava infinita, non arrivavano mai! Con un tonfo strano, l’ascensore si fermò e si aprirono le porte su un corridoio quasi totalmente buio. In fondo, sulla destra, c’era una porta che il tizio aprì con una chiave. Appena aperta la porta, si rivelò una stanza enorme piena di alti scaffali. Con un gesto della mano poggiata sulla parete alla sua destra, il tizio che aveva accompagnato Romolo fino lì sotto, accese la luce e gli mostrò il suo nuovo posto di lavoro, dal giorno seguente. Immaginiamo un grande stanzone, con soffitti alti, dislocato nei sotterranei del palazzo amministrativo dell’ospedale dove lavorava Romolo, appunto al piano -2. Pieno di plafoniere con lampade al neon, non di luce bianca, ma un po’ giallognola, forse perché ormai consumata. Non era completamente illuminato, ma in penombra, simile alla luce di una biblioteca. Degli scaffali in legno alti quasi fino al soffitto con mucchi di cartelle cliniche poggiate sopra. Tutte catalogate a seconda dei reparti e degli anni, ordinate. Qualcuna con della carta ormai ingiallita, a dimostrare quanto tempo fossero lì. In fondo c’era una scrivania, con sopra un vecchio computer, una lampada da scrivania, una penna, una sedia e un piccolo scaffale che funzionava come una libreria. C’era anche una macchina fotocopiatrice rotta, che però funzionava ancora come scanner e un piccolo bagno accessibile dalla porta vicino alla scrivania. Romolo accettò, con il suo solito modo strafottente, dicendo che non gliene fregava niente! Che così lo pagavano per non fare nulla e poi sarebbe andato in pensione. Per Romolo fu una promozione vera e propria, vista l’anzianità che ormai aveva. Nessuno gli rompeva le scatole o gli dava ordini.
Credo che quella sia stata l’ultima volta che lo vidi. Venni a sapere che gli morì la madre; il padre già lo aveva perso anni prima. Non abitava più nella sua vecchia casa, nella zona dove abitavo anche io. Che fine abbia fatto, non lo so. Non ci siamo più incontrati, il gruppo al bar di Gino si sciolse anche perché l’attività venne venduta ai cinesi e se non c’è un punto di ritrovo, le amicizie piano piano si sciolgono.
Dopo non so quanti anni, mi squilla il telefono, e chi mi chiama è proprio Romolo. Non credo alle mie orecchie, e dice: ‘Ciao Antonio, sono Romolo. Come stai? È tantissimo che non ci vediamo e mi farebbe piacere incontrarti’. Io rispondo: ‘Ciao, ma che fine hai fatto? Non ti ho più incontrato in zona?’. Lui, con la sua solita voce monotona, aggiunge: ‘No, adesso vivo a Fiumicino. Ti do l’indirizzo e vieni a trovarmi per mangiare insieme?‘. Un po’ sorpreso, rispondo: ‘Va bene!’. Sono contento di rivedere un vecchio amico che non vedo da anni. Mi domando perché mi abbia cercato, cosa abbia da dirmi e io gli chiederò dove sia finito per tutti questi anni.
Arriva il giorno del nostro incontro programmato per l’ora di pranzo. È una giornata di primavera, piena di sole ma molto ventosa. Arrivo all’indirizzo dove abita Romolo, una via vicino al molo principale di Fiumicino sulla destra. Citofono, lui mi apre e salgo all’ultimo piano di questa palazzina. Mi accoglie con un sorriso, non dice nulla ma apre le braccia e mi stringe a sé, con uno degli abbracci più belli che abbia mai ricevuto. Rimaniamo per un po’ così, senza dirci nulla. Un attimo dopo, inalo un ottimo profumo di cucinato e chiedo: ‘Che buon profumo, cosa stai preparando?’. Lui risponde: ‘Spaghetti alle vongole e dentice al cartoccio!’. Poi fa una faccia smarrita, si tocca la fronte, impreca e dice: ‘Mannaggia, mi sono dimenticato l’erbetta! Faccio in un attimo, tu siediti sul divano e versati da bere che torno subito!‘. Prende la giacca e, in fretta e furia, esce di casa. Rimango un po’ spaesato in quell’ambiente nuovo e mi guardo intorno. La casa è tutta dipinta di bianco, composta da una camera con un letto matrimoniale e un mobile, due comodini e uno specchio. C’è una porta finestra che dà su un grande terrazzo, da cui si può scorgere il mare. Nella stanza principale c’è: un tavolo rotondo, un salotto e un angolo cottura, per questo l’ambiente è impregnato del profumo di cucina! Poi c’è un mobile e in un angolo, una scrivania con un computer sopra, una stampante, un sacco di fogli scritti un po’ sparsi e una sorta di diario. Come detto da Romolo, mi verso del vino e mi aggiro per la stanza, ma la mia attenzione è rivolta ai fogli scritti e al diario. Non dovrei, ma è più forte di me, lo apro e sotto i miei occhi si spalanca un mondo, quello del mio amico. Comincio a leggere. Sulla carta, le parole di Romolo prendono vita, trasportandomi in mondi lontani e vicini, in pensieri profondi e riflessioni che solo lui sapeva condividere. Le pagine sono piene di aneddoti, di sogni e di paure e di tutto ciò che ha reso Romolo l’uomo straordinario che è. Mentre leggo, mi sembra di sentire la sua voce risuonare nella stanza, di percepire la sua presenza accanto a me.