Capitolo 1
Quella mattina i corvi non si curarono delle noci e rimasero sul marciapiede a beccare qualcosa che Bruno dalla finestra non riusciva a vedere. Spostò la tenda e un cigolio lo accolse nell’aria fresca del mattino e sporgendosi una ghigliottina d’aria gelida gli attraversò il collo. Il manto dei corvi si stendeva in una fitta nebbia che sfumando lungo la via rendeva invisibili i contorni delle case e degli alberi. Ogni mattina, Bruno si alzava, prendeva un pugno di noci e le appoggiava sul davanzale. Poco dopo, un corvo prendeva una noce, volava alto e la lasciava cadere per rompere il guscio. Forse, non lo avevano visto, pensò lanciando un paio di noci sul marciapiede. I corvi indietreggiarono in un saltello sgraziato e Bruno rientrò goffamente in cucina. Una nuance di pesca del mattino inondava le pareti e quello che avrebbe dovuto essere un tono caldo e accogliente suscitava in lui un inspiegabile riverbero di angoscia. Il silenzio lo accolse con la stessa furia di una folla indefessa e un chiasso immateriale gettava su ogni suo gesto un’ombra di ansia palpabile. Bruno afferrò il coltello. I colpi netti su una pera nashi si infrangevano sul tagliere segnando il ritmo sferzante di un giorno che iniziava a muovere i suoi primi passi. Se solo si fosse reso conto di star maneggiando un coltello probabilmente si sarebbe tagliato. Lo stato d’allerta, persistente e tenace come un coccodrillo in agguato in torbide acque lagunose lo accompagnava a stanare pericoli che poi si trovava ad affrontare nell’arena di un abisso interiore dove l’eco delle sue ansie faceva il tifo per la sua sopravvivenza. Quel coltello scivolando tra le dita gli si sarebbe potuto piantare sul piede mutilandolo rovinosamente, o peggio mettendo fine a una carriera da maratoneta che non aveva mai intrapreso. Tutte le volte che ponderava i rischi e i pericoli dell’esistenza finiva per affogare in profezie che diventavano subito reali, anche se non per forza si avveravano. Il solo fatto di aver pensato a una catastrofe lasciva delle cicatrici. Così, Bruno ora zoppicava verso il frigorifero per controllare che ci fosse del ghiaccio, nel caso si fosse amputato un alluce. Nel freezer c’era ghiaccio a sufficienza per conservare un limbo, il che lo riempiva d’una certa boria che tuttavia si infranse subito quando dovette amaramente constatare che sul fronte degli approvvigionamenti non v’era a presenziare che una vaga carota e un uovo diafano. L’idea di dover uscire per fare la spesa lo investì come un treno, lasciandolo a pezzi sul pavimento. Un foglietto accartocciato nel pugno recitava le sue ultime volontà: burro, pane, sapone per i piatti. Bruno passava le sue giornate seduto alla scrivania, a tradurre manuali, a cercare la parola fedele. Nonostante la grande varietà di testi e delle interminabili frasi, Bruno era sempre alla ricerca della parola ideale. Una compagna, che non tradisse le aspettative di nessuno intorno a lei, vicina a tutti in ogni lingua. Quella giusta, insomma, tra miliardi di sue simili. Nonostante i manuali fossero spesso compendi di tedio e monotonia, Bruno si impegnava oltre modo in quella ricerca, mostrando una disciplina che non possedeva in nessun altro ambito della sua vita. D’altronde si trattava di un lavoro della massima importanza. Persino le istruzioni di un tostapane contenevano informazioni cruciali sul suo utilizzo e le sue traduzioni avevano molto probabilmente evitato un gran numero di incidenti domestici e sul lavoro. Non toccare le superfici calde. Pensò avvicinandosi al tostapane. Utilizzare la manopola, i pulsanti, la leva e le pinze. Il tostapane deve essere usato sempre con le pinze in dotazione. Collocare l’apparecchiatura su una superficie stabile, piana e solida. Scollegare l’apparecchio dalla presa di corrente estraendo la spina di alimentazione senza mai tirare il cavo. Non utilizzare l’apparecchio per tostare i prodotti a base di pane dolce cosparsi di zucchero o che contengono frutta in scatola, marmellata o confettura. In caso contrario, si potrebbe provocare un incendio. Cancellò con una linea nevrotica e frastagliata la marmellata dalla lista della spesa. Compiere azioni fuori dalla trance di automatismi gli creava sconquasso, diventava timoroso e cigolante, incapace di cavare un ragno dal buco. Per questo, senza neanche pensare a cosa stesse facendo, la mattina prendeva il caffè, fumava una sigaretta, poi beveva ancora caffè, tostava il pane e fumava sigarette, finché si ritrovava vestito quasi per inerzia, indossando indolenza prêt-à-porter. Un guardaroba omologato gli permetteva di vestirsi senza incidenti, senza pensare.
La palette di antracite, blu, nero e bianco di titanio combinata alla più assoluta e classica praticità gli davano un’aria inaspettatamente eccentrica.
L’appartamento aveva un taglio assolutamente peculiare e dal punto in cui beveva sempre il caffè, non vedeva niente oltre una parete sbilenca. Il mobilio cupo e arruffato indossava oggetti che Bruno non aveva mai avuto il coraggio di buttare e che, forse, un giorno sarebbero potuti tornare utili. La polvere danzava con le ombre tutt’intorno ad essi in un macabro waltzer. Le pareti disarticolate incastonavano grandi finestre e la luce, filtrando attraverso le tende logore, si scagliava sugli specchi rivelando una certa indecisione e disegnava motivi spettrali sul pavimento deformando la profondità degli angoli. Dai grandi specchi, appesi ovunque, sbucava a seconda dell’angolazione lo sguardo a volte pedante, a volte inquisitorio, di vecchi ritratti. Quello spazio era il riflesso tangibile dei suoi demoni, che si perdevano in una dimensione distorta e spettrale. L’oscurità e il terrore avevano trovato dimora tra quelle pareti, dormivano con lui, banchettavano alle tre di notte vicino al frigorifero e rimboccandogli persino le coperte.
Le scale, le porte e i corridoi dell’intero edificio convergevano in una struttura sghemba e i movimenti degli inquilini si accartocciavano in rituali ostinati. Le pareti, apparentemente dritte, a tratti si stringevano di appena un centimetro e non era raro avere l’impressione che fossero apparse dal nulla, nel bel mezzo di una scalinata. Col tempo, i movimenti compiuti all’interno quell’edificio acquisivano però una certa disinvoltura e apparivano inconsueti e disordinati se ripetuti nella geometria ordinaria del mondo esterno. Il palazzo era umile e al tempo stesso signorile; i poggioli architravi asimmetrici, incastonati su un intonaco livido, si nascondevano, pieni di vergogna, dietro un’ombra decisa; mentre la parte al sole della facciata arrossiva imbarazzata attorno ai tubi di scolo e ai serramenti. Gli angoli esitanti e incongruenti alteravano la prospettiva e il palazzo incombeva anche sugli osservatori più distanti. I piccioni giravano continuamente su se stessi e gli alberi erano decisamente più spogli di quelli che crescevano verdi e rigogliosi solo qualche metro più avanti. I passanti che si trovavano ad attraversare quella minuscola via venivano assaliti da un inspiegabile senso di angoscia e non era affatto raro che cambiassero improvvisamente direzione. Col tempo, a causa degli Inspiegabili attacchi d‘ira e degli incidenti quell’area si era guadagnata una brutta fama e gli impiegati dell’ufficio postale litigavano e facevano a gara per accaparrarsi i turni che non prevedevano consegne in quella via.
Persino gli anni del boom economico, che avevano visto nascere orridi ecomostri e abusi edilizi, avevano lasciato quel perimetro inviolato, sigillando l’edificio in una sorta di cerchio magico che non confinava quasi mai con la realtà. Nessuno si era azzardato a costruire intorno a quel palazzo e, sebbene fosse situato in una zona centrale, appariva piuttosto isolato. A nord dell’edificio era stata costruita una ferrovia e il rigore dei treni scandiva il passare del tempo che altrimenti restava sospeso. A sud scorreva il fiume, le cui acque nere e tortuose serpeggiavano perdendosi dietro l’angolo, pronte a stringere la presa in ogni momento. L’ambizioso progetto dell’architetto Jean Pierre Devenou, aveva suscitato curiosità e clamore, perché quella zona della città era rimasta per decenni una distesa fradicia di erba rinsecchita. Lasciata all’incuria e al degrado era stata reclamata da piante native, cespugli e enormi alberi nerastri. Sui giornali il progetto era stato giudicato folle e di fatto già ai tempi della progettazione l’architetto aveva mostrato chiari segni di squilibrio. Una inarrestabile discesa verso la follia lo aveva accompagnato fino alla costruzione del terzo piano. Ogni mattina si recava in cantiere all’alba e, prima dell’arrivo delle ruspe e dei muratori, aspergeva tutti i piani con un annaffiatoio d‘argento. Ad un certo punto aveva persino sfondato i pavimenti dell’ala ovest lasciando un buco perfettamente circolare che attraversava tutti e tre i piani costruiti fino a quel momento. Il progetto prevedeva la costruzione di sei piani, ma a circa metà dei lavori l’architetto morì travolto da un tram, in circostanze misteriose. Il suo cadavere era stato trovato tranciato a metà davanti all’edificio. Il contenuto dello stomaco, una strana poltiglia verde, era riverso sulla strada dove uno stormo di tacchini lo aveva protetto per giorni girandoci intorno e impedendo al medico necroscopo di analizzarlo. L’intruglio verdognolo lievitò e assunse un peculiarissimo colorito bluastro poi venne assorbito dal terreno lasciando una macchia che si poteva notare tra le 14 e le 14 e 30 nel riverbero dell’asfalto nelle giornate assolate. La faccenda si concluse con un rapporto ufficiale che dichiarava che il composto non aveva nulla a che vedere con la causa della morte. Il progetto, come le circostanze della morte dell’architetto che lo aveva concepito, era talmente ostico che furono impiegati due filosofi, un semiologo, uno psicoanalista e un traduttore per interpretare le bozze di costruzione, ma i fondi finirono presto e il risultato furono 320 diverse interpretazioni, una più strampalata dell’altra. Era più folle l’architetto che aveva concepito un simile progetto o chi lo aveva effettivamente realizzato? Costruirono infine il quarto piano ma nessuno si azzardò ad andare oltre.
Bruno, al primo piano, era incorniciato nella piccola finestra della cucina con lo sguardo perso tra i rami dell’albero antistante. Si voltò e sparì nell’oscurità. Uno straordinario pallore gli illuminò le gote mentre pensava alla morte sua, alla morte dei suoi cari e alla morte in generale. Per la precisione pensava ad un evento fortuito, forse una scivolata, forse la spinta accidentale di un passante e a come si sarebbe sicuramente fracassato il cranio rimanendo vivo ma intrappolato in un mutismo vegetativo che non gli avrebbe permesso più di dire ai suoi cari che li amava, tutti. Sul punto di morire, cioè sempre, non gli veniva mai in mente di rinfacciare qualcosa a qualcuno. Dritto come un palo, dando le spalle alla finestra, fece una carrellata di persone che voleva chiamare da tempo, per dire loro che erano importanti, che li amava. Bruno immaginava costantemente scenari disgraziati, camminava su e giù per l’appartamento, a volte seguendo qualche innocuo scricchiolio, altre volte cercando riparo da un’imminente catastrofe e lo scatto quasi impercettibile di uno dei suoi passi lo conduceva troppo velocemente ora in bagno, ora in salotto, lasciandolo spaesato e ignaro dei motivi che lo avevano condotto lì. Tenere le redini di quell’ansia imbizzarrita gli costava gran parte delle energie vitali e alle otto del mattino era già esausto.
Chiavi. Portafogli. Telefono. Restava ritto davanti alla porta gettando uno sguardo inquisitorio nei posti in cui sperava di trovare gli oggetti. Tastava le tasche dei pantaloni e del petto, in una danza incerta, fatta di mani sudate e occhi nevrotici mentre pensava alle persone che avrebbe dovuto chiamare o finanche far loro visita prima di morire.
I piedi lo portavano davanti alla porta e, una volta lì, lo stato di trance svaniva improvvisamente lasciando il comando a un demone che, stiracchiandosi beatamente, prendeva il timone per guidarlo attraverso l’ansia in tempesta. La mano destra cercava tremolante le chiavi, si accartocciava per spiluccare le unghie, faceva tutto tranne tendersi verso la maniglia. Quella sinistra si serrava in un pugno. Non c’è niente di cui aver paura, si ripeteva, gettando un’occhiata guardinga alla lista della spesa come chi stia cercando un suggerimento. Aveva bisogno di ripetere ad alta voce il piano. Ecco cosa farò: andrò dritto dritto al supermercato e poi tornerò a casa. Gli elementi della lista erano scritti secondo l’ordine dei reparti del supermercato per evitare di dover procedere in maniera confusionaria. Controllò velocemente di non aver invertito l’ordine di nessuno di essi, si ripetè convinto che avrebbe utilizzato la cassa automatica per minimizzare le interazioni.
Quello che avrebbe dovuto essere un rituale lenitivo, sortiva l’effetto contrario e lo detestava puntualmente nel bel mezzo di una nuova catastrofe. Aveva rovesciato l’olio nell’ampio corridoio illuminati al neon che senza nessuna clemenza gli mostravano nei minimi dettagli le conseguenze del suo essere maldestro. Vedeva una povera vecchia a terra col femore dislocato, costretta a passare gli ultimi anni della sua vita in una struttura per anziani, dove una infermiera assassina le drogava la minestra per agire indisturbata nei suoi sinistri intrighi ospedalieri. Davanti alla porta, iniziava la sua danza opalescente: avanti e indietro per il corridoio; due passi a destra uno a sinistra. Dove sono le chiavi? Avrò chiuso il gas? E se scoppiasse un incendio? Cosa dovrei assolutamente salvare? Vedeva il fuoco divampare davanti ai suoi occhi, correva su e giù disperato. Si sentiva terribilmente in colpa per aver dato più importanza a una cosa piuttosto che a un’altra. Poi si sentiva in colpa per aver dato più importanza alle cose che alla sua stessa vita e infine moriva tra le fiamme, contorcendosi in una atroce e lenta agonia. Il mondo fuori, sfuggiva al suo controllo e trovarsi davanti a una porta ancora chiusa faceva entrare il terrore in casa. Bruno aveva un rapporto con le porte alquanto singolare e non riusciva ad aprirle, non a cuor leggero almeno. Uscire di casa rappresentava un ostacolo insormontabile. Non riusciva a ricordare in che momento era iniziata quella fobia e così aveva iniziato a dirsi che l’aveva sempre avuta. La sua anima era intrappolata in un grande atrio ellittico di marmo pieno di porte. Porte grandi, piccole, colorate, porte storte, polverose, nere, porte chiuse a chiave, porte che gemevano e persino porte di vetro. Ognuna di esse rappresentava un passaggio verso l’ignoto e il mondo al di là di quelle mutava con la rapidità di un fulmine. Mai, in tutta la sua vita, era stato in grado di valicare il confine tra il tormento del suo atrio e il sempreverde pericolo dell’ignoto e in quello spazio pieno di porte su mondi pieni di altre porte uno spettro guaiva ogni volta che se ne apriva una. Il verde stinto della porta di casa ricordava la minestra degli ospizi e anche il lamento che emetteva gli ricordò Gertrude. Così si chiamava la vecchia che era scivolata al supermercato per colpa sua. L’idea di dover sentire il gemito inveterato di quella megera gli gelava il sangue. Il chiasso dei suoi pensieri si quietò improvvisamente lasciando spazio a tonfi sordi del suo petto.
E mentre Bruno stringeva il dito decrepito della vecchia porta come un fanciullo, fu colto di sorpresa da una improvvisa amnesia, accompagnata da un fischio alle orecchie. Avrò preso la lista della spesa? Aveva l’impressione di aver dimenticato qualcosa, qualcosa di fondamentale. Tirò fuori la lista e si guardò intorno alla ricerca di ciò che gli mancava e che forse non avrebbe mai trovato. Tastò le tasche alla ricerca di una penna poi scrisse “salsa”. In un’altra vita, una che aveva probabilmente dimenticato di portare con sé prima di lasciare chissà quale appartamento, aveva ballato fino all’alba ai ritmi caraibici nel pedante bagliore di Cuba. Fece un dietro-front vagamente civettuolo e andò ad annaffiare le piante. Riempì due volte l’annaffiatoio da 5 litri e guardò le piante con affetto, dicendo loro che le amava, che se Dio voleva sarebbe tornato presto. Le vide rattrappirsi, appassire e implorare pietà nel loro linguaggio botanico. Se fosse scomparso sicuramente nessuno se ne sarebbe accorto prima di settimane, forse mesi o persino anni. Avrebbero pensato a un colpo di testa, ad un allontamento volontario, sicuramente non a un rapimento o un omicidio. Da qualche parte aveva letto che le piante urlano se si sentono in pericolo e a lui in quel momento parve di sentire un seme di cocomero germogliare nello stomaco e urlare. Tornò sui suoi passi e stringendo ancora l’annaffiatoio in mano si ritrovò davanti alla porta. Piegò leggermente le ginocchia, appoggiò l’annaffiatoio e fece un passo avanti con il braccio teso. Si appoggiò sulla maniglia con la decisione di un pianista in procinto di suonare un accordo a lungo esercitato e con un respiro profondo, affondò la presa aprendo la porta con il petto gonfio e lo sguardo fiero chiudendosi la porta alle spalle.
Il primo passo sulla soglia chiazzò sullo zerbino bagnato. Un odore pungente di ferro e di marcio gli perforò i polmoni, stringendogli la gola in una una morsa.
Un lago viscoso e cupo si stendeva sul pianerottolo. Resti bianchicci galleggiavano come gaie nuvolette in una pozzanghera infernale. Lo zerbino era intriso di sangue e sulla porta scintillava una colata rappresa all’altezza del suo ginocchio. Uno sciame di mosche danzava a mezz’aria e il ronzio del loro volo disordinato si mischiò al fischio nelle sue orecchie. L’orrore era venuto a bussare alla sua porta ma non era riuscito ad entrare in casa.
Si voltò, afferrò la maniglia sperando di trovare la porta aperta, si tastò nuovamente le tasche ma delle chiavi nemmeno l’ombra. Eppure era sicuro di averle prese.
Nel rosso intenso di quella pozzanghera cremisi vide il suo sguardo riflesso che annaspava, boccheggiava, tentando di riemergere dall’orrore. Guardando fisso nell’abisso del suo sguardo si coprì la bocca con una mano senza riuscire a trattenere un conato vomito. Evitò il sangue con un balzo e iniziò a correre, le scale oscillavano sotto i suoi piedi. Non fece in tempo a girare l’angolo sulla seconda rampa di scale, a pensare di essere fuggito abbastanza lontano per potersi voltare a constatare che niente e nessuno lo stesse seguendo che una seconda pozzanghera di sangue lo accolse sul secondo pianerottolo.
Per la prima volta dopo tanto tempo sentì l’impellenza di aprire una porta e respirare l’aria fuori, di trovare rifugio in quel mondo che aveva lungamente considerato nemico. Con un secondo balzo evitò anche la seconda pozza e corse verso il portone. Affondò la mano sulla maniglia in un accordo nuovo e uscì con fare smarrito, quasi imbarazzato dal fatto che non sapeva cosa aspettarsi. I corvi sussultarono all’apertura del portone guardando Bruno con fare diffidente. Una volta fuori all’aria aperta, Bruno si ritrovò con il naso all’insù quasi accecato dalla luce. Si riempì avidamente i polmoni e una folata di vento gelido accompagnò la nebbia alla fine della via. Il gracchiare dei corvi gli ricordò di buttare fuori l’aria. I corvi, che quella mattina avevano dimenticato la loro consueta danza delle noci, beccavano a terra la carne fresca. I loro occhi scintillanti incontrarono quelli lividi di Bruno e la sua faccia già deformata dall’orrore si distese inspiegabilmente assumendo un’espressione vuota, mortifera. Si voltò come sotto il sole di Cuba e iniziò a camminare verso nord, incerto sul da farsi e inebetito, incapace di processare in un solo colpo una tale ondata di emozioni. Pensò di essere pazzo e si sforzò pertanto di apparire normale, sfoggiando una camminata dinoccolata e innaturalmente rigida che gli dava un aspetto di marionetta. La città era più grigia e indifferente del solito. I palazzi erano avvolti in una nebbiolina tetra e i piccioni rintanati su cornicioni e fili elettrici sonnecchiavano nella luce scialba e annacquata. Il rombo delle automobili, delle motociclette e dei mezzi pesanti sembrava distante e Bruno sembrava muoversi nell’acqua gelida di un lago ghiacciato. Le facciate delle case lo fissavano nel chiarore evanescente di mattino indifferente. Il vento sussurrava e Bruno continuava a camminare verso nord, come un viaggiatore che cerca di uscire da una fitta foresta e non osa cambiare direzione. Passo dopo passo, iniziò ad emergere e cercò supporto nelle voci, nei rumori, nelle persone che sfrecciavano via in bicicletta ma vedeva volti impassibili, sguardi vuoti infestati dal muschio. Gli alberi allungavano gli artigli verso il cielo grigio. Bruno si appoggiò al tronco, vomitò e poi riprese a camminare come se nulla fosse successo. La strada si allungava ad ogni passo e ebbe l’amara sensazione che l’indifferenza dei muri, del cielo grigio, dei piccioni e dei passanti gli fosse entrata dentro senza consenso e si sentì violato. La violenza subita da quello spaccato urbano agì da fertilizzante per il senso di colpa e inadeguatezza che aveva covato per anni si schiuse. Si sentiva in colpa, sbagliato e desiderava ardentemente che il mostro lo amasse.
Alzò gli occhi e vide l’insegna blu della stazione di polizia. Senza pensare troppo a cosa avrebbe detto o fatto tra le mura spoglie della centrale si diresse deciso verso l’entrata. Una volta lì si sentì sollevato, fiero del fatto che nella confusione e nello spavento aveva compiuto una serie di azioni inconsapevoli ma tutto sommato razionali. Perché se uno trova sangue e resti umani sullo zerbino non ha altra scelta se non quella di denunciare il fatto alle autorità competenti. La porta si spalancò con sorprendente facilità e Bruno entrò scevro d’ogni preoccupazione. Un uomo in uniforme, perfettamente in tinta con i pavimenti e le pareti uggiose, gli venne incontro. - Come posso aiutarla? - disse in tono fermo e pacato. Bruno sgranò gli occhi e rimanendo con la bocca aperta e contratta emise un suono vocalico aperto e diaframmatico che faceva pensare alle paralisi causate dal morso di un serpente velenosissimo australiano. L’agente lo osservò inquisitivo mentre un lampo di preoccupazione attraversò i suoi occhi color ghiaccio. Bruno balbettò a lungo sempre in preda ai veleni, muovendo le mani e accartocciando le dita nel tentativo di descrivere ciò che aveva visto. L’agente non distoglieva quel suo sguardo di ghiaccio dal volto di Bruno, cogliendo una quantità inaudita di microespressioni psicotiche e pensava che probabilmente avrebbe dovuto chiamare un’ambulanza ma annuiva nella speranza che un atteggiamento calmo e incoraggiante favorisse il racconto. Poi gli disse finalmente di accomodarsi in un’orrida stanza senza finestre e andò a chiamare il commissario. Bruno con le spalle rivolte verso la porta chiusa gettò uno sguardo sulla scrivania, il computer antiquato e le pareti asettiche finendo in un poster sbiadito, su un’isola paradisiaca con le palme e le acque turchesi che diceva carpe diem. Per un attimo riuscì persino a godere del sole caldo e a respirare seguendo il beato infrangersi delle onde sulla spiaggia dorata. Poi fu colpito da una noce di cocco e rimase agonizzante sulla spiaggia deserta, dove nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Una morte lenta e dolorosa, su una spiaggia talmente remota che non poteva neppure dire a nessuno che lo amava. Il commissario nel frattempo era entrato s’era seduto cigolando e aveva iniziato a giocare nervosamente con la penna, visto che Bruno non aveva risposto al suo cordiale buongiorno. Non poteva neppure agonizzare in santa pace sotto la palma. - I corvi non hanno mangiato le noci stamattina. Non le hanno mangiate.- esordì balbettando. - E di solito le mangiano? - rispose il commissario sorpreso. - Sì, spesso restano a guardare diffidenti, credo che ancora non abbiano capito che gliele do volentieri e pensano di rubarle. Stamattina però lo zerbino era intriso di sangue. - Quello che per Bruno era un nesso logico inconfutabile restava oscuro al commissario che fissava Bruno con diffidenza, sforzandosi di tenere insieme quelle frasi apparentemente sconnesse. - di chi era il sangue?- chiese il commissario. - Non lo so, e non c’era nessuno. Solo il sangue e dei pezzi di carne, forse grasso. - perché non ha chiamato la polizia? Per uno come Bruno, sempre immerso nei suoi pensieri, intento a prevedere tutti gli scenari peggiori, quella domanda era una porta in faccia. Questo suo modo di ragionare serrato, pieno di “e se poi?” lo portava a pianificare meticolosamente reazioni concrete a scenari inesistenti e non avendo la forza di pilotare le situazioni si nascondeva dietro una muraglia di “supponiamo che…”. Solo sognando l’apocalisse ad occhi aperti riusciva ad esercitare una sorta di controllo sugli eventi. Fu un lungo interrogatorio , il commissario e Bruno si rinfacciavano mancanze, discussero su chi avrebbe dovuto avvertire chi e, sotto il peso delle incalzanti domande, le risposte di Bruno scricchiolavano e diventavano sempre più sconnesse. Infine il commissario scoraggiato sollevò la cornetta e convocò un’intera squadra di agenti per andare a verificare di persona la situazione. Mentre saliva sul furgone della polizia incrociò lo sguardo immobile di Olivia che, pallida come la luna, fissava una vetrina.