Chapter 1
Los Angels, 2024
Il parcheggio aveva l’odore pungente di chanel n 5 e alcol, una miscela che rivelava subito il tipo di serate che Los Angeles sa regalare. Il cielo, incredibilmente limpido per un’autunno californiano, era punteggiato di stelle, ma la temperatura calda e opprimente tradiva ogni previsione sulla stagione. Alzai lo sguardo alla luna, immaginando come sarebbe stato essere lassù, lontana da tutto, sparire in quel vuoto infinito. Avrei voluto vivere in un mondo senza gravità, magari sorseggiando un frappuccino in uno Starbucks lunare, mentre il progresso scientifico avanzava verso orizzonti mai visti. Da donna di scienza quale sono, speravo che quel giorno non fosse poi così lontano. Di fronte a me, il locale si ergeva come un palazzo di cristallo: l’edificio, imponente e scintillante, emetteva una vibrazione di caos che superava ogni mia aspettativa. Ma a Los Angeles è così: una città che nasce per essere esagerata, per reinventarsi, per trasformarsi. La capitale delle seconde possibilità, dei nuovi inizi, delle vite che si ricreano a ogni angolo. Qui chiunque può cambiare look, abitudini, persino nome. Le strade, invase da auto di lusso, sfrecciano in ogni direzione, guidate da uomini più vecchi che accompagnano donne perfette, rifatte fino all’ultimo dettaglio. Un paesaggio di eccesso, dove le ombre di grattacieli si mescolano con la vastità delle spiagge, e il rumore del traffico è l’unico sottofondo che ti fa sentire vivo.
Ma nonostante tutto, nessun altro posto al mondo mi dava la sensazione di casa come Los Angeles. Qui, anche l’ansia sembra svanire nell’inquinamento luminoso e nel frastuono che tutto copre.
Fissavo l’ingresso del nightclub, dove le fontane zampillanti e le luci psichedeliche rendevano indistinguibili le persone che entravano da quelle che uscivano. La musica era così forte che sembrava invadere anche il parcheggio. I miei tacchi, pagati mille dollari, cominciavano a farmi male. Ogni passo sembrava una maledizione, ogni pensiero una condanna. “Perché ho speso tanto per farmi del male?”
Accesi una Lucky Strike rossa. Il primo tiro fu un sollievo immediato. Il fumo che soffiavo sembrava ballare al ritmo di quelle anime perse dentro il locale.
Alzai lo sguardo alla luna, ma questa volta non pensai a frappuccini spaziali o a merchandising futuristici. La mia mente si concentrò su una villa moderna, con colonne greche e una piscina sul retro, scatoloni sulle scale e una cassetta della posta che portava due cognomi: Montgomery e Thompson.
Mi scappò una risata. Forse sulla luna, un giorno, tutto questo sarebbe stato possibile.
Restai lì, immobile. Non sapevo nemmeno cosa stessi aspettando, ma c’era qualcosa di irresistibile che mi tratteneva, nonostante il dolore ai piedi e la scomodità di quel vestito striminzito, costellato di paillettes.
Poi lo vidi.
Nathaniel Thompson.
Era lui, eppure non lo era. Dopo il diploma, aveva lasciato Los Angeles per Yale, mentre io ero rimasta qui a costruire il mio futuro. L’ultima volta che l’avevo visto, era stato al ballo di fine anno, una serata che era finita nel modo più imprevedibile possibile. Ma quella è un’altra storia.
E da quel momento, non avevo mai smesso di essere innamorata di lui.
Wrath, mio fratello, solo ieri mi aveva detto che Nate era tornato in città da qualche mese. Se lo avessi saputo prima, avrei fatto di tutto per incrociare il suo cammino. Ma ero così immersa nel lavoro che non ricordavo nemmeno qual era stato il mio ultimo pasto.
Ora, eccolo lì, a pochi passi da me.
La sua presenza era una tempesta, un mix di sicurezza e arroganza che mi travolse senza pietà.
Nate non era il tipo da copertina di Vanity Fair. La sua bellezza non era quella di un perfetto modello, ma c’era qualcosa in lui che lo rendeva raro, unico. Uno sguardo che sembrava sfidare il mondo, ma con una profondità nascosta, capace di commuoversi di fronte a un film in cui un cane aspettava il padrone.
Indossava una camicia bianca sbottonata, con tatuaggi che spuntavano dalle maniche, i capelli disordinati e il viso illuminato da una felicità che non vedevo da tempo. Rideva e scherzava con i suoi fratelli, Jace e Blake.
Mi fermai, osservando. Avrei voluto che il tempo si fermasse lì, con lui felice, ignaro della mia presenza. Non volevo rovinare quella scena.
Ma poi mi vide.
Il suo sguardo si incatenò al mio e, in quel preciso momento, tutto ciò che avevo cercato di sopprimere esplose. Le gambe mi tremarono. La consapevolezza che mi avesse notata mi paralizzò.
Nathaniel si avvicinò.
«Chloe Montgomery?» la sua voce roca mi colpì come una scarica di adrenalina.
Non sentivo quella voce da anni. Pronunciò il mio nome con un’intensità che mi fece girare lo stomaco.
Cercai di nascondere il mio imbarazzo. «Nate Thompson! Wrath aveva ragione, sei davvero tornato.»
Lui aggrottò la fronte, e il sorriso che aveva prima sparì. «Che ci fai qui?»
Mi inventai la prima scusa che mi venne in mente. «Avevo un appuntamento, ma è saltato... sarà meglio che vada adesso»
«Guarda caso, hai scelto proprio questo locale tra i milioni qui in questa città? Ammettiamolo Montgomery, non hai ancora imparato a mentire.»
Il suo sguardo penetrante e la mascella contratta mi misero a disagio. Nate aveva sempre avuto il dono di leggere tra le righe.
Non riuscii a giustificarmi, perché non mi diede nemmeno il tempo. Mi afferrò per la vita, avvicinandosi a me. Il suo calore mi avvolse, un’esplosione silenziosa di desiderio e potere.
«Lo sai che, tutto questo mi ricorda il liceo e le tue guance rosse sono proprio come allora, ti ho proprio beccata, biondina» mormorò contro la mia pelle.
Ero davvero con le spalle al muro e quella vicinanza con lui, di certo non aiutava il criceto nella mia testa che tentava di muovere la ruota della ragione.
Tuttavia ero Chloe Montgomery e non potevo dargliela vinta così facilmente.
Lo guardai, decisa. «Sai, sono felice per te. Layla è... speciale. Spero che non si sgonfi la prima notte di nozze.»
Scoppió a ridere, una risata che mi contagiò come un fuoco. Era sincera, profonda.
«Apprezzo il tuo sarcasmo, biondina.»
«Sono sicura che non è l’unica cosa che apprezzi, i tuoi occhi ti tradiscono Thompson.»
<> domandò sfidandomi.
<>
<> risi amare e prima che potessi replicare, il suo sguardo divenne più intenso, magnetico. Mi spinse contro l’auto, il suo corpo così vicino al mio che sentivo il battito accelerato del suo cuore.
Non c’era più via di scampo. Lo baciai, incapace di pensare alle conseguenze e impulsivamente come avrebbe fatto la me del liceo che solo lui sapeva come far rivivere.
Ogni volta che le nostre labbra si toccavano, il mondo svaniva. Il tempo si fermava. E tutto ciò che esisteva era lui ed eravamo tornati ai tempi d’oro, solo con qualche anno in più. Nate non si tirò indietro. Mi afferrò il viso, sussurrando: «Un punto per te Montgomery, mi era davvero mancato tutto questo, ma come sai tra pochi mesi convolerò a nozze con Layla che è una donna stupenda.»
Quando ci separammo, sapevo che tutto era finito, che era stato un lampo fugace nel nulla. Non avremmo mai avuto una villetta sulla luna, non c’era posto per noi. Non in questa vita. E quella frase che mi sussurrò mi diede uno schiaffo all’anima.
<> lo guardai truce e girai i tacchi per entra in macchina.
Non lo salutai neanche.
Mentre tornavo a casa, il peso delle scelte e della realtà mi schiacciava. Ero Chloe Montgomery, una personalità forte con una carriera lucente e piena di successi , ma mi sentivo vuota. Mi mancava qualcosa che nessun riconoscimento o denaro avrebbe mai potuto dare.
Mi mancava l’amore.
Dopo Nate, avevo avuto storie, ma nessuna mi aveva fatto sentire così. Solo con lui ero la versione migliore di me stessa. Avevo tutto, ma non un lieto fine. Non ancora.
Imboccando il vialetto di casa, la rabbia e il rimorso cominciavano a salire. Avevo appena baciato appassionatamente un uomo che stava per sposarsi, e lui era il capo dei Thompson. Un disastro totale, e la cosa più frustrante era che non potevo nemmeno dare la colpa all’alcol, per non pensare che se mi avesse visto qualche mio fan e scattato foto, sarei stata una grandissima delusione per mio nonno e per mio padre.
Lui aveva Layla Al-Fahad , una donna araba perfetta che farebbe indietreggiare Cleopatra stessa, ovviamente tutta silicone e trucco. Sì, la conoscevo solo da Instagram, ma bastava per capire. Ma la verità? Forse ero solo stata una distrazione per lui, una parentesi adolescenziale. La realtà è che lui è fidanzato, e io ho un’azienda. Forse il mio lieto fine è questo. Eppure, perché non mi sentivo soddisfatta?
Un mio grande sogno è quello di essere finalmente in pace con il mondo, di svegliarmi la mattina e non dover affrontare scadenze da rispettare o ansie per il silenzio delle persone intorno a me. Non dover pensare in continuazione a come sarebbe andata con Nate se le nostre famiglie non si fossero distrutte a vicenda. La mia mente era così affollata di pensieri che non lasciava spazio a ricordi felici, e questo mi faceva sentire una persona terribile, incapace di trovare serenità.
Era un po’ come avevo ridotto il mio loft, immerso nella frenesia di prepararmi per la serata. Il salotto era invaso da vestiti sparsi qua e là, come se avessi dimenticato il loro valore. Persino sulla penisola della cucina, un reggiseno e un paio di slip giacevano abbandonati su uno sgabello. E i trucchi... sparsi tra le librerie e il tavolo di vetro. Non sapevo cosa fare, così feci l’unica cosa sensata che mi venne in mente a quell’ora pazza: mi feci spazio sul divano e mangiai il resto della pizza che era rimasta. Credo fosse quella del pranzo di oggi.
Non avevo la forza mentale per alzarmi e sistemare quel caos. Non avevo voglia di fare nulla, se non rimuginare come un’adolescente su quell’incontro e fantasticare su un matrimonio che non si celebrerà mai. Un po’ come darsi la zappa sui piedi da soli.
Minuto dopo minuto, sentivo come se stessi affondando in un oblio senza fine. Il dolore che mi stringeva il cuore, sparito per anni, era tornato. E, come allora, ero di nuovo distrutta, intrappolata tra queste quattro mura.
Chissà cosa avrebbe detto mamma, se fosse stata ancora qui. Probabilmente mi avrebbe rimproverato severamente per aver mangiato una pizza intera ad un’ora io oltre la mezzanotte. Mi mancava così tanto che, dopo quasi dieci anni, sembrava ancora un incubo. E se non fosse morta in quell’incidente aereo, se fosse ancora viva solo nella mia mente? Speravo che venisse a trovarmi per parlare di bei ragazzi o, anche solo, per litigare. Quando ero piccola, non capivo quanto fosse prezioso il tempo che trascorrevo con lei. Il mio unico pensiero era sempre uscire o risolvere problemi scolastici che ora mi sembrano così futili. Dopo di lei, niente ha avuto più importanza per me.
Mi alzai dal divano e andai a prendere la foto di me e mamma che tengo sul camino elettrico. Era stata scattata all’Empire State Building, in vacanza, e papà ci aveva immortalato mentre ridevamo di Wrath che si era quasi soffocato con un hotdog. Quella foto sembrava così viva che quasi sentivo quella risata, così bella che mi toglieva il fiato. Una lacrima mi scese pensando a quante cose si fosse persa della mia vita: il mio diploma, la nascita della mia azienda, i pettegolezzi del quartiere. Io e mamma amavamo sederci sul dondolo della casa di Beverly Hills, guardare la luna e parlare dei condomini lunari, immaginando cosa si dicessero i coinquilini. La vita me l’ha tolta troppo presto, e quella mancanza mi dilania da allora. Perché, del resto, anche se non fosse stata mia madre, sono certa che l’avrei amata lo stesso, come se lo fosse.
Chissà cosa avrebbe pensato di Nate? Era sempre la prima a spingere mio padre a cercare un rapporto civile con la sua famiglia, e non ho mai capito del tutto perché lo facesse con una tale determinazione, da intimidire chiunque. Ma forse sapeva che ho sempre avuto un debole per Nate.
Io e lei avevamo un rapporto speciale. Claire Montgomery era una donna speciale, e io spero almeno di essere un quarto di lei. Chissà se, là dove si trova, è fiera di me.
La sua morte è stata un colpo durissimo per me e per Wrath, ma soprattutto per papà. Ricordo ancora il giorno del suo funerale: il freddo del cimitero, il suono della terra che copriva la bara, le lacrime di amici e parenti mescolate al profumo di fiori appassiti. Non riuscirò mai a dimenticare l’espressione di mio padre quando la vide per l’ultima volta, distesa nella bara. Indossava il vestito che aveva quando si erano conosciuti: un tubino bianco, i capelli biondi che le cadevano sulla figura esile, e gli occhi cerulei, un tempo brillanti, ora chiusi. Le sue mani giacevano su di lei, la fede nuziale e il diamante che mio padre le aveva dato per la proposta. Sembrava che stessero aspettando che lui le toccasse, ma non lo fece. No, l’avvocato penalista Hyram Montgomery non si sarebbe mai scomposto in quel modo, soprattutto con la famiglia Thompson ancora nei paraggi. E quel giorno, anche loro seppellivano un membro della loro famiglia: il loro padre.
Eravamo già due famiglie rivali a causa di un’azienda che avevano fondato i nostri nonni. Nemmeno la morte è riuscita a ricucire quella ferita.
Eravamo tutti lì, ma in realtà, nessuno era davvero presente in quella chiesa. Mio fratello non riusciva nemmeno a guardarmi. I suoi occhi verdi erano spenti, così tanto che mi chiesi se avesse mai recuperato la sua scintilla. Era un energumeno anche allora, ma mi sembrava molto più vulnerabile quando pronunciò il discorso in onore di nostra madre. E poi c’era Nate. Il suo volto era segnato dalla stanchezza. Non aveva perso solo il padre, ma anche la sua libertà. Non era più il ragazzo che sognava di andarsene e fare fortuna altrove. Ora era il capo della sua famiglia, il suo dovere era prendersi cura di loro, sempre e comunque. E questo comprendeva anche onorare le ultime volontà di suo padre.
E poi c’ero io, stretta al braccio di mio padre, che piangevo senza riuscire a credere che non avrei più visto mamma preparare le frittelle con il grembiule sporco di farina, mentre mi esortava a provare l’impasto che, di solito, era davvero disgustoso. Non riuscivo a immaginare una domenica mattina senza le nostre partite a tennis o l’aperitivo a bordo piscina. Ma, più di tutto, realizzai che non mi avrebbe mai aiutato a scegliere il vestito da sposa.
Sopraffatta dalla tristezza, uscii in terrazza per guardare la vista di Los Angeles. Non avrei mai più avuto una mamma, e ogni giorno, ogni frammento della mia anima volava verso di lei. Forse anche lei era andata sulla luna.
Mi accorsi che le lacrime rigavano il mio viso, e fu allora che decisi di smettere di pensare alle cose negative e concentrarmi sui ricordi belli che mi restavano.
Mi trascinai a fatica in bagno, mi presi cura di me stessa, poi indossai le pantofole e mi avviai verso la mia camera. Non feci caso al disordine che la dominava. L’ultima cosa che ricordo è stata la luna e la solita villetta moderna.
Poi, un suono acuto interruppe il silenzio. Il mio telefono vibrò sul comodino. La luce dello schermo illuminò la stanza buia, e con un gesto quasi meccanico, lo presi in mano. Non riconoscevo il nome del mittente.
“Studio Legale Blackwood & partner” per la cliente Vanderbilt - Notifica legale urgente.”
Un nodo mi si formò in gola. Charlotte Vanderbilt. La sua firma legale era la peggiore notizia che potessi ricevere. Era una delle mie vecchie nemiche, fin dai tempi del liceo. Un’inimicizia che non avevo mai davvero capito, ma che ormai era parte del mio passato. E ora, la figlia della ricca famiglia di gioiellieri stava per distruggermi.
Oggetto della causa? “Violazione di brevetto e plagio di design.”
Leggere quelle parole mi fece perdere il respiro. E immaginai già come sarebbe andata la giornata di domani.
Nate
Ore 23:30, Los Angeles
Rimasi immobile per qualche istante, osservando Chloe che spariva con la sua Audi dal parcheggio del nightclub. La sigaretta che stringevo tra le dita bruciava piano, e con essa la determinazione che avevo appena recuperato. Era andata via, e io ero rimasto bloccato come sempre, incapace di fare un passo verso di lei quando ne avevo davvero bisogno. Con un sospiro rientrai nel locale. Il caldo era opprimente, e l’aria sapeva di sudore. Cercai con lo sguardo i miei fratelli, ma il locale sembrava più affollato rispetto a prima. La musica martellante faceva vibrare il pavimento sotto i miei piedi, amplificando il senso di disorientamento che mi portavo dietro dalla nostra conversazione. I miei fratelli, Blake e Jace, erano al bancone, chiacchierando tra di loro mentre sorseggiavano i loro drink. Nonostante fossero gemelli omozigoti, era impossibile non notare quanto fossero diversi. Entrambi avevano i capelli biondi, corti e scolpiti con precisione, e occhi azzurri ghiaccio che riflettevano una bellezza quasi irrealistica, ma le loro somiglianze finivano lì. Blake, il più taciturno dei due, aveva un’aria più calma e riflessiva. La sua figura snodava una semplicità elegante, con un look che non tradiva mai troppa ostentazione, ma piuttosto una cura silenziosa nel vestirsi. Era il tipo che amava i libri, la cultura e la storia, e questo si rifletteva anche nel suo sguardo, sempre attento e penetrante, come se cercasse di capire ogni angolo del mondo. La sua presenza era discreta, ma l’intelligenza che emanava lo rendeva una figura magnetica. Nonostante molte ragazze gli giravano intorno, il suo sguardo era unicamente rivolto a un punto in decifrato della pista e non lasciava intravedere alcuna emozione. Jace, invece, era l’opposto in molti sensi. La sua figura scolpita, frutto di ore in palestra, lo rendeva visibile anche a distanza, ma non era solo il suo corpo muscoloso a farlo risaltare. I tatuaggi che coprivano le sue braccia e parte del torace raccontavano storie di una vita più turbolenta, di esperienze vissute e di una personalità che non si sarebbe mai piegata alle convenzioni. Il suo sguardo, altrettanto freddo e deciso come quello di Blake, aveva però un’intensità diversa, più audace e provocatoria. Mentre Blake aveva sempre una certa calma, Jace emanava un’energia frenetica che non riusciva mai a restare sotto controllo, come se fosse sempre pronto ad affrontare una nuova sfida. Era chiaro che, pur essendo fisicamente identici, Blake e Jace erano due mondi separati, eppure, in qualche modo, si completavano. Da quando ero tornato in città, uscivamo spesso insieme ed era stata proprio un’idea di Jace fare questa sorta di addio al celibato, nonostante gli altri miei fratelli Sirio, Aiden e Roth lo avessero avvertito che a me non sarebbe piaciuto. Loro tre non li vedevo da un bel po’, ma conoscendo i soggetti avranno già cambiato locale mentre io ero intento a parlare con Chloe. Tuttavia non mi dispiace con il mio atteggiamento più introspettivo, mi trovavo in equilibrio tra i gemelli: avevo il calmante Blake, che mi dava la stabilità, e il travolgente Jace, che mi spingeva a vivere ogni momento con passione come questa serata «Eccoti,» disse Jace, voltandosi verso di me con un sorriso complice. «Pensavamo fossi scappato con qualcuno.» «Sì, certo,» risposi secco, prendendo il bicchiere che mi porgeva. Non avevo bisogno di spiegare dove fossi stato, soprattutto a loro.
Jace si voltò, con la sua solita espressione beffarda. «Quindi, hai parlato con Chloe? O hai solo continuato a fissarla come un idiota?»
«piantala, Jace.» La mia voce era più dura di quanto volessi, ma non avevo intenzione di ascoltare i suoi commenti. Quando anche Blake lo colpì come segno di tacere alzò le mani in segno di resa, ma il sorriso sulle sue labbra non svanì. «Tranquillo, campione. Sai che sono sempre dalla tua parte, no?» Scossi la testa e mandai giù un sorso del drink. Il sapore amaro del liquore mi fece stringere i denti. Jace continuava a chiacchierare con la sua conquista della serata, mentre io cercavo di non lasciarmi trascinare dai pensieri su Chloe. Ma era impossibile. La sua immagine era incisa nella mia mente, insieme alle sue parole. “Non sei mai cambiato, Nate. Sempre pronto a fare ciò che è giusto per gli altri, ma mai per te stesso.” Forse aveva ragione. Forse ero davvero prigioniero di un ruolo che non avevo mai scelto del tutto. «Nate, stai bene?» La voce di Blake mi riportò al presente. Annuii distrattamente, cercando di scacciare i ricordi. Non aveva senso rimuginare su ciò che non potevo cambiare. Chloe era il passato. Doveva esserlo. «Senti, stiamo pensando di raggiungere Sirio e gli altri due scalmanati nel locale qui all’angolo. Vieni?» chiese Jace, cercando di leggere la mia espressione. «No. Voi andate,» risposi, appoggiando il bicchiere vuoto sul bancone. «Io ho bisogno di un po’ d’aria.» Blake sollevò un sopracciglio, ma non disse nulla. Forse aveva capito che era meglio lasciarmi in pace. Mi allontanai dal bancone e uscii di nuovo all’aperto. L’aria fresca della notte era una benedizione, anche se il rumore della città non mi dava tregua. Mi appoggiai al muro del locale, fissando il cielo. La luna era alta, immobile, indifferente al caos sotto di lei. Mi chiesi cosa stesse facendo Chloe in quel momento. Forse era già a casa, o forse era ancora fuori, a fumare un’altra sigaretta mentre cercava di dimenticare la nostra conversazione. Io, invece, non potevo dimenticare. Le sue parole mi avevano colpito più di quanto volessi ammettere. Ero stanco di portare il peso delle aspettative degli altri, di sacrificare ciò che desideravo per fare la cosa giusta. Ma cosa avrei potuto fare? Lasciare tutto e inseguire qualcosa che forse non sarebbe mai stato mio? Ero rimasto lì, in quel parcheggio, il cuore mi attanagliava il petto, Non so per quanto tempo continuai a fissare il punto dove era stata lei poco prima di andarsene, anche se l’unica cosa che sentivo era l’adrenalina che mi aveva lasciato in corpo.
Il battito del mio cuore risuonava come un tamburo nella testa, Mentre mi dirigevo alla mia macchina, non facevo altro che pensare e ripensare a lei.
Era stata solo una banale conversazione, quasi a voler sembrare un’interazione casuale, che forse di casuale non aveva proprio nulla. Tuttavia, non potevo negare Che, come sempre, quando la vedevo il suo viso mi rimaneva impresso come un tatuaggio.
La sua risata melodiosa e leggera era forse la cosa che mi era mancata di più.
E quel bacio, mi aveva colto di sorpresa, risvegliando sentimenti che credevo di avere sepolto sotto strati di indifferenza.
Nella mente la vedevo ancora, i lunghi capelli biondi mossi che volteggiavano al vento, i suoi occhi cerulei che brillavano quando mi guardava e quello sguardo che nelle notti più buie mi perseguitava da ben 10 anni. Chloe era impossibile da dimenticare. Avrei voluto dirle di tutte quelle volte che mi era venuta in mente, mi sarebbe piaciuto raccontarle del mio anno all’estero e di quei anni che ho passato al college e forse le avrei pure detto che non ho avuto nessuno, se non il pensiero a tutto quello che avevamo condiviso.
E invece, me ne sono stato lì davanti a provocarla, incapace di articolare un discorso più intimo, mi sentivo come il ragazzo adolescente che sbavava dietro di lei facendo attenzione che nessuno se ne accorgesse. Ogni pensiero, ogni parola che avrei voluto dire, mi sfuggiva come sabbia tra le dita.
Salendo in macchina ripensai a quante volte sul letto del dormitorio mi immaginavo un ipotetico incontro con lei, fantasticavo su come sarebbe stato rivederla e andavo a dormire con il sorriso.
E ammetto a gran voce che tutte le mie immaginazioni erano state effimere, perché la realtà è stata anche meglio.
Eppure, nonostante l’addio al celibato e il matrimonio tra pochi mesi, in me si era accesso un barlume di speranza anche se sapevo benissimo che sarebbe stata solo una cosa temporanea. Lei era Chloe Montgomery, ma io rimanevo sempre Nathaniel Thompson, il patriarca della famiglia, la roccia su cui tutti potevano appoggiarsi, l’unico che c’era sempre stato per ogni minima diatriba. Da quando mio padre era morto, dovevo essere io a prendere le redini della famiglia e dovevo per forza accogliere e rispettare le sue ultime volontà. L’azienda.
Fin da quando ero piccolo mio padre mi ha sempre e solo detto una cosa: “Ricorda Nate, l’azienda è tutto ció che conta, tu sei stato concepito per quello che io inizierò, tu sarai quello che riuscirà nell’impresa”. Ed è qui che mio malgrado capì che le parole di Chloe erano più vere che mai.
Non potevo venire meno ai miei doveri, nemmeno per lei, di famiglia se ne ha solo una e farei di tutto per non perdere la mia e la stima che loro hanno di me. Presi un respiro profondo, cercando di calmare il tumulto dentro di me. Non avevo risposte quella sera. Ma una cosa era certa: Chloe Montgomery non avrebbe mai smesso di essere la mia più grande domanda senza risposta.
Mi fermai davanti al cancello, lasciando che il motore dell’auto si spegnesse. La villa si ergeva davanti a me come un monolite bianco, illuminata da faretti strategicamente posizionati, che ne esaltavano la perfezione. A guardarla così, sembrava la casa di una famiglia felice, ma io sapevo la verità. Un tempo, questo luogo era il mio rifugio, il mio mondo. Ogni pietra di quel vialetto in pietra levigata, ogni fiore nelle aiuole perfette, parlava di un passato che ora mi sembrava lontano secoli. Attraversare quel giardino era come camminare in un museo della mia infanzia, ogni dettaglio intatto, congelato, ma privo di vita. Gli alberi di agrumi che un tempo scalavo, le siepi che trasformavamo in fortezze, ora erano solo decorazioni fredde e prive di significato. Quando raggiunsi la porta, il legno massiccio sembrava pesante come il fardello che portavo dentro. L’aprii e l’atrio mi accolse con il suo silenzio. Un tempo quel silenzio era interrotto dalle risate di mio padre, dai richiami di mia madre, dal vociare incessante dei miei fratelli. Ora c’era solo il ronzio delle luci, un eco che mi faceva sentire ancora più solo. Mi fermai al centro della stanza, osservando il lampadario di cristallo sopra di me. Mi ero sempre chiesto quanti anni avesse, quante generazioni di Thompson avesse visto passare. Forse più di quante ce ne fossero ora per tramandare il nostro nome. Le pareti erano ancora adornate da quegli stessi ritratti di famiglia, volti fieri e distanti, come a ricordarmi che non avrei mai potuto permettermi di essere altro che perfetto. Salendo le scale, le mie dita sfiorarono il corrimano in marmo. Quante volte avevo corso su e giù, rischiando di cadere e rompendomi qualcosa? Mi sembrava di sentire ancora l’eco delle nostre grida di bambini, ma il ricordo si spense come una candela in una stanza senza ossigeno. Arrivai alla mia vecchia stanza e aprii la porta. Era esattamente come l’avevo lasciata. Gli scaffali pieni di libri, il letto rifatto come se mi aspettasse ancora. Ma io non mi riconoscevo più in quel ragazzo. Quella stanza non mi apparteneva, così come non mi apparteneva questa casa. Mi accasciai sul bordo del letto, fissando il vuoto. Tutto qui sembrava intatto, ma io ero cambiato. Ogni centimetro di questa villa gridava perfezione, ma non c’era spazio per me. Non più. Questo non era più un rifugio, ma una gabbia dorata, un luogo che mi ricordava chi ero stato e chi non potevo più essere. Mi alzai e mi avvicinai alla finestra, guardando il giardino illuminato dalle luci soffuse. La piscina rifletteva il cielo come uno specchio d’acqua freddo e immobile. Quanti pomeriggi avevo passato lì, con i miei fratelli, ridendo e giocando? Ora era solo un pezzo di scenografia, parte di un teatro costruito per impressionare gli altri, non per accogliere noi. E in quel momento capii che non ero io a essere estraneo a questa casa. Era la casa che era diventata estranea a me. Oppure, forse, eravamo estranei entrambi, legati solo da un ricordo che non esisteva più.
«Nate, sei tu?» La voce di mia madre risuonò nel silenzio della notte, e sulla soglia della mia stanza comparve la figura del giudice più temuto d’America, Ashley Thompson. Era in vestaglia di seta, i capelli disordinati e raccolti in uno chignon frettoloso, con i calzini bianchi che spuntavano sotto la veste. Un calice di vino rosso luccicava tra le sue mani, mentre si strofinava gli occhi con un gesto stanco ma elegante.
«Non volevo svegliarti, mamma», dissi, avvicinandomi leggermente a lei, un po’ sorpreso dalla sua presenza in un orario così insolito.
«Tesoro, non preoccuparti. Stavo rivedendo dei documenti, e Sirio mi ha tempestato di messaggi per tutta la sera con i dettagli. Ho saputo che c’era la figlia di Hyram.» Il modo in cui pronunciò quelle ultime parole mi fece rabbrividire. Mi sentivo più vulnerabile di quanto volessi ammettere. I suoi occhi, uguali ai miei, si fissarono sul mio viso con attenzione, scrutandomi in cerca di qualche traccia, un gesto, un’espressione che potesse tradirmi. Anni di allenamento reciproco ci avevano resi maestri nell’arte di celare i nostri veri pensieri, ma quella sera, in qualche modo, mia madre sembrava essere riuscita a leggere qualcosa che io non avevo intenzione di rivelare.
«Nate,» iniziò, la sua voce un po’ più morbida, ma pur sempre carica di una determinazione che non ammetteva repliche, «voglio che tu sappia che sono molto fiera di te, e che lo sarebbe anche tuo padre. Stai dando un lieto fine al nostro nome, e per questo non ti ringrazierò mai abbastanza. Ma...» Fece una breve pausa, come se stesse cercando le parole giuste. Poi, con un gesto quasi impercettibile, mi prese la mano e la strinse con fermezza. «Posso solo immaginare il fardello che porti... Il fascino dei Montgomery è incommensurabile, ma lascia che ti dica una cosa: non ci sarà mai bellezza abbastanza grande da coprire la perfidia che alberga nei loro cuori. E tra tutti, Chloe Montgomery è quella che più assomiglia a suo nonno.» Le sue parole mi trafissero come spade appena forgiate in un cratere di un vulcano, penetrando nel mio petto e scendendo nelle vene. Ogni sillaba pronunciata era una pungnalata, un taglio, una ferita che non potevo curare. Mia madre parlava con una convinzione implacabile, ma era il tipo di convinzione che, in qualche modo, sembrava scivolare via, lasciando dietro di sé un’inquietudine che non avevo voglia di affrontare.
«Lo so, mamma,» risposi, cercando di mantenere una calma che non sentivo affatto. «Ma non preoccuparti. Layla sarà mia moglie presto, e insieme ci riprenderemo il prestigio che meritiamo.» Mi guardò, un sorriso di orgoglio dipinto sulle labbra. Nonostante sapesse, o sospettasse, delle mie simpatie per Chloe, sapeva anche che non avrei mai fatto nulla che potesse nuocere alla nostra famiglia. Era per questo che, nonostante i suoi avvertimenti, lei e il resto della famiglia continuavano a dormire tranquilli, mentre io, invece, non trovavo pace.
«Sono contenta per le tue nozze», disse, il tono più dolce. «E aspetto con ansia la cena di fidanzamento di questo weekend. Sarà un evento magnifico, l’occasione perfetta per presentare Layla all’élite di Beverly Hills. Ti auguro una buonanotte, caro.» Mi baciò lievemente sulla fronte, un gesto che avrebbe dovuto sembrare affettuoso, ma che in quel momento mi parve gelido, distante. Poi sparì nel buio del corridoio, lasciando dietro di sé il suono della porta che si chiudeva lentamente, quasi con un respiro di solitudine. Rimasi lì, disteso nel letto, incapace di chiudere gli occhi. La mente correva troppo veloce, come se i pensieri non avessero mai fine. Mi giravo e rigiravo, cercando di trovare una posizione comoda, ma nulla mi sembrava giusto. Un nodo si stringeva sempre più forte nel mio stomaco, come se qualcosa di insostenibile stesse cercando di uscire. Pensai a quanto fosse assurdo che avessi smesso di fumare anni fa. In quel momento, un sigaro e un bicchiere di whisky avrebbero almeno placato la tempesta dentro di me. Avrebbero esorcizzato i demoni che mi tormentavano, ma il mio corpo e la mia mente erano ormai troppo stanchi per trovare sollievo in qualcosa di così banale. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo il suo viso. Quello stesso viso che mi ossessionava da mesi, che mi faceva sognare ogni notte, che mi faceva sentire vivo e distrutto allo stesso tempo. Eppure, ogni volta che cercavo di afferrarlo, di avvicinarmi a lei, la paura di perdermi nel nostro mondo impossibile mi inghiottiva più di ogni altra cosa. La paura che non ci fosse più via d’uscita. Minuti, forse ore dopo, il rumore del cancello che sbatteva mi fece sobbalzare. I miei fratelli erano finalmente rientrati, ma a quel punto neppure loro mi interessavano più. Non c’era più posto per la famiglia, né per il successo, né per i legami che dovevo onorare. C’era solo lei, Chloe. Solo noi due. Eppure, eravamo prigionieri di un destino che non ci avrebbe mai permesso di stare insieme. Sentii il peso delle parole di mia madre, l’ombra della sua delusione che aleggiava su di me. «Chloe Montgomery è la più simile a suo nonno.» Quelle parole si erano piantate nel mio cuore come chiodi, ogni volta che ci pensavo. La visione di Chloe diventava sempre più sfocata, come se il destino stesso volesse cancellarla dalla mia vita, mentre mia madre, inavvertitamente, stringeva su di me una morsa invisibile. Sapeva tutto, intuiva tutto, eppure non capiva che l’amore che provavo per Chloe non era solo una debolezza. Era la mia salvezza. Il mio respiro si fece più irregolare, e l’emozione che mi pervase fu talmente intensa da farmi sentire fisicamente male. E così, senza nemmeno accorgermene, la mia mente scivolò ancora una volta su di lei. La vedetta nei suoi occhi blu, così profondi, così fragili, mi chiamava, mi attirava come un vortice, mentre il dolore che provavo nel non poterla avere mi consumava lentamente. Nel silenzio della notte, una sola lacrima solitaria scivolò lungo la mia guancia. Una lacrima che non avevo voluto lasciare uscire, ma che era arrivata, inesorabile. Forse era la consapevolezza che, nonostante tutto, non avrei mai potuto essere veramente libero. Non avrei mai potuto avere ciò che più desideravo, per quanto mi sforzassi di convincermi che le cose sarebbero andate diversamente. Mi strinsi tra le mani il cuscino, come se volessi trattenere tutto il dolore che sentivo. Ma niente poteva fermarlo. E più pensavo a lei, più mi rendevo conto che il nostro amore era destinato a rimanere nascosto, a soffocare nei recessi di una vita che non avevamo scelto. La mia anima gridava, ma nessuno mi poteva sentire. Nessuno tranne Chloe, che forse, in quello stesso momento nel suo letto, sentiva la stessa solitudine che sentivo io. Eppure, sapevamo entrambi che il nostro amore sarebbe stato condannato, che non avremmo mai potuto essere liberi. Non potevo fare altro che arrendermi all’idea che, per quanto ci provassi, per quanto l’amassi, il nostro destino era segnato. E in quella resa, trovai una pace dolorosa, mentre il pianto, che avevo tenuto nascosto per tanto tempo, finalmente esplose. Una lacrima, due, tre... Non finivano mai, come se tutto il dolore che avevo accumulato finalmente fosse riuscito a trovare una via di fuga. E così, senza più forze, caddi in un sonno tormentato, dove le ombre del mio cuore avrebbero continuato a tormentarmi, mentre il suo volto continuava ad apparire nelle pieghe della mia mente, sempre più lontano, sempre più irraggiungibile.