Prologue
Mi alzai, come ogni altro giorno, misi i piedi per terra, con quel senso di mancanza che mi opprimeva, non sapevo che cosa mi mancasse, sapevo solo che mi sentivo soffocare. Mi vestii, con la solita felpa troppo grande, i soliti jeans scuri, le solite Jordan bianche e verdi, lavai i denti e la faccia, misi il mio solito strato di mascara e legai i miei ricci in uno chignon scomposto. Scesi le scale silenziosamente, tutti dormivano, osservai la cucina velocemente e il mio stomaco brontoló, ma decisi di ignorarlo, come sempre.
Uscii di casa con la cartella sulle spalle e il giubbotto che mi proteggeva dal freddo di novembre. Il giorno prima ci era stato aggiunto un banco in classe, sapevamo solo che sarebbe arrivato un ragazzo nuovo. Presi il bus, era quasi vuoto, era troppo presto per gli altri ragazzi del mio quartiere. L'edificio pitturato di grigio si svelò ai miei occhi dieci minuti dopo, con tutta la sua malinconia, come ogni altro giorno.
Era incredibile come non passasse momento in cui non mi sentissi come se tutto quello che succedeva fosse già accaduto milioni di volte, come se vivessi in un eterno dejavu. Entrai in silenzio, salutai il bidello e andai dritta alla mia classe che si trovava al terzo piano. Ogni volta che passavo davanti ad un corridoio ancora buio lo osservavo con attenzione, in cerca di altri ragazzi, ma era raro vederne e quelli che c'erano facevano tranquillamente colazione.
Entrai nella mia aula, la corrente non andava ancora e il sole non era sorto. Mi sedetti al mio posto, aprendo il libro di filosofia, mi guardai intorno alcuni secondi, poi notai un ragazzo seduto nell'angolo. Mi osservava, senza parlare. La sua cartella era sul banco e il telefono accanto. Osservai la porta aperta della classe per vedere se fossi nella sezione giusta, lui se ne accorse. Si alzò poggiandosi con il sedere ad uno dei banchi. -Non hai sbagliato classe, sono quello nuovo.-
Sorrisi leggermente, più di quanto facessi di solito. -Ah, piacere, sono Maya. -Mi alzai e subito mi sentii fuori posto.
Era alto, aveva dei ricci di un moro scuro e degli occhi marroncini. Aveva i denti bianchi e le labbra piene, indossava un maglioncino della Ralph Lauren e dei blue jeans, non arrivai mai a vedere che scarpe indossasse, un po' perchè non mi interessava più di tanto, un po' perchè l'avevo già osservato troppo. Notai solo il braccialetto argneto sulla mano destra quando me la pose.
Non sapevo perché uno così mi avesse rivolto la parola, sotto i suoi vestiti stravaganti si poteva intravedere il corpo di un Dio e i suoi tratti del viso perfetto con quella mascella squadrata mi mettevano in soggezione. Io non avevo il suo stesso stile, o il suo stesso corpo, le mie gambe erano toniche, muscolose potremmo dire, ma quei muscoli erano nascosti sotto uno strato di grasso che sembrava una gelatina, lo stesso era per l'addome e per le braccia.
Gli strinsi la mano in imbarazzo, ma lui continuava ad osservarmi con quel suo sorriso magnetico . -Michael. -
Mi staccai il prima possibile dalla sua stretta calda e mi risedetti al mio posto incrociando le gambe e controllando che la felpa nera non aderisse al mio ventre. Lui prese una sedia e la girò sedendosi e poggiando le braccia incrociate allo schienale di legno. -Dimmi, cosa ti piace fare?-
Stetti zitta alcuni secondi. -Non ho degli interessi particolarmente. -
Lui aggrottò le sopracciglia. -Qualcosa farai nel tuo tempo libero. -
Annuii. -Certo, ma non per questo svelerò i miei segreti al primo che me li chiede. -Lui sembró confuso, ma non disse nulla. -Tu? Cosa ti piace fare? -
I suoi occhi si illuminarono. -Mi piace andare in skate, disegnare e suonare la batteria. -
Sorrisi. -Beh, qui non ci sono piste da skate che valga la pena vedere.-
Alzò le spalle. -Già. -Rise un paio di secondi, poi si distolse dai suoi pensieri. -Vedo che stai studiando. -Annuii osservando il libro. -Ti lascio stare, dimmi solo dove devo sedermi. -
Indicai il posto accanto al mio in prima fila e lui senza dire niente prese il suo zaino e si sedette.
Non parlammo più per il resto della giornata, se non per chiedere una parola che non avevamo capito scrivendo gli appunti o per chiedere in prestito qualcosa. A ricreazione venne circondato dalle ragazze e dai ragazzi della classe, io rimasi al mio posto, a leggere il mio libro in silenzio, guardando nella sua direzione ogni tanto, per scoprire piano piano cose di lui che prima non sapevo. Veniva da Milano e suo padre si era trasferito qui pochi giorni fa insieme a lui per lavoro.
Non diede altre informazioni sul suo conto e la cosa mi turbò e incuriosì allo stesso tempo. Non seppi mai perché, ma quel ragazzo sconosciuto a tutti e con tutte quelle attenzioni mi attraeva, sapevo solo che c'era qualcosa di strano in lui.