Capitolo 1
Il mio cappuccino è tiepido anche se avevo chiesto alla cameriera di farmelo ben caldo. Tuttavia, fissare il “buongiorno” scritto col topping al cioccolato, pieno di riccioli tondi e orpelli, mi rasserena tanto che non ho ancora avuto il coraggio di affondare il cucchiaino nella schiuma. Forse è per questo che il cappuccino è ormai tiepido.
Nonostante manchi appena una settimana alla primavera, l’aria pizzica ancora sulla pelle e la gente si affretta lungo il marciapiede imbacuccata nei cappotti. Linda e Leonardo sono in ritardo come al solito mentre io, scema che sono, sono arrivata dieci minuti in anticipo. È più forte di me. La puntualità è la mia condanna: a lei sacrifico da sempre una messa in piega decente per un taglio più “comodo” e ogni correzione cosmetica più impegnativa della matita per gli occhi e di una crema idratante che mi fa sembrare sudata per una decina di minuti. Li aspetto seduta al nostro solito tavolino nel nostro ritrovo del cuore, il “Caffè Iside”, sperando che la loro proverbiale leggerezza mi contagi un po’. Ne ho un disperato bisogno. Sotto questi occhiali da sole da star del cinema muto, l’ansia mi sta mangiando da dentro. Forse è per questo che il cappuccino preferisco solo guardarlo. Ecco perché è ormai tiepido.
D’un tratto, il telefono, accanto alla tazza inizia a vibrare e suonare. Esco dai miei pensieri con un sobbalzo. Cristina. La mia adorabile e spietata agente. Sospiro e rispondo, sforzandomi di sembrare allegra.
«Cri, tutto bene?»
«Chiara,» pronuncia il mio nome senza un briciolo di emozione e prosegue senza esitazione. «È uscita.»
Sento il cuore che prima incespica, come se qualcuno gli abbia fatto uno sgambetto, e poi si mette a correre più forte, come a recuperare il battito lasciato per strada. «Uscita cosa?» so benissimo di cosa parla ma tento di rimandare l’inevitabile.
«Come cosa, la recensione di LettoreDiCarta. L’hai letta?»
Stringo la tazza del cappuccino senza paura di scottarmi. Ormai è tiepido. «Non ancora. Ero...»
Ero qui a rimandare l’Apocalisse.
«È un massacro. Ha fatto a pezzi “L’eco del tuo sorriso” riga per riga. Si chiede con quale coraggio tu proponga come eroina una ragazza così superficiale e priva di spessore. Parla di dialoghi insipidi, di una trama prevedibile, di un’idealizzazione dell’amore che definisce patetica.»
Eccolo, il pugno allo stomaco. Le parole di Cristina mi colpiscono in pieno anche se, ahimè, a questo tipo di critica dovrei averci fatto l’abitudine. Non c’è proprio verso di fargli cambiare idea: uno dei blogger romance più influenti fa sistematicamente a pezzi ogni mio romanzo. Nonostante il successo che riscuote.
«Cristina, ma le vendite...» comincio, la voce più flebile di quanto vorrei.
«Le vendite sono in calo, Chiara. Non drasticamente, per ora, ma in calo. Evidentemente la tua fanbase sta iniziando a scricchiolare. Non ti nascondo che la casa editrice è seriamente preoccupata. Questa è la seconda stroncatura consecutiva. Capisci la gravità della situazione?»
Annuisco anche se non può vedermi. Certo che la capisco. Il mio sogno di essere una scrittrice affermata rischia di sgonfiarsi prima del tempo. Un bel soufflé. Sgonfio.
«Quindi,» continua Cristina, la voce che si fa ancora più tagliente, «ho bisogno di sapere a che punto sei con il nuovo romanzo. Dobbiamo cambiare passo» usa il plurale anche se poi è a me che tocca tutto il lavoro, tutte le notti insonni, tutte le ansie, le unghie mangiucchiate, i chili presi, i capelli persi.
Mento. È un riflesso automatico, un tentativo disperato di guadagnare tempo. «Sono a buon punto, Cristina. Ho già...» La frase mi muore in gola. Ho già cosa? Accumulato tazze di caffè sporche sul comodino? Fissato il cursore lampeggiante sullo schermo del computer per ore?
Cristina, però, mi conosce come le sue tasche. «Chiara, non hai ancora scritto niente, vero?»
Sospiro, arrendendomi alla verità. «No, Cristina. Non ho ancora iniziato. Sono... bloccata: zero idee.»
Sento Cristina prendere un lungo respiro dall’altra parte del telefono. Probabilmente sta facendo uno sforzo enorme per non mettersi a urlare. Forse è in fila alle poste, o davanti al banco dei surgelati al supermercato. Mi lascia languire, da sola al tavolo di questo locale mentre il freddo mi entra nelle ossa e il futuro – il mio futuro, quello ho cercato di costruirmi con le unghie e con i denti – mi sta sfuggendo di mano.
Che la mia carriera da scrittrice sia arrivata al capolinea?
«Chiara, mi stai ascoltando? Rossini, l’editor di collana, è furioso ma è anche... combattivo. Vuole rispondere a questo LettoreDiCarta e dimostrargli che si sbaglia.»
Sbuffo, passandomi una mano sulla fronte. Il filo di trucco che mi sono concessa sarà colato da un pezzo, e l’aura da diva è ufficialmente evaporata. «Rispondergli come? Con una lettera infuocata nell’inserto culturale?»
«No, con il tuo prossimo libro. Ha avuto un’idea... diciamo... brillante. Il Festival del Romance Italiano è tra tre mesi, giusto?»
«Sì, e quindi?» il Festival del Romance Italiano è l’appuntamento annuale del genere rosa – declinato in ogni sua meravigliosa e variante - in cui orde di lettrici e lettori si radunano per osannare i loro autori preferiti. Un vero e proprio bagno di folla zuccherosa. Peccato che, scrivendo sotto pseudonimo, non ho mai potuto farne uno. È tutto per Isabella Ferraris, la mia alias, la mia libertà di essere Chiara Sarti.
«Quindi,» continua Cristina, con un tono che preannuncia guai. «Sergio vuole presentare lì, in anteprima, il nuovo “Sorriso di Jo”. Una sfida a LettoreDiCarta per dimostrargli che le tue lettrici non si fanno influenzare dalle sue recensioni acide.»
Spalanco gli occhi, dimenticandomi per un secondo della mia crisi esistenziale. «Aspetta un attimo, presentare cosa? Sono così a corto di idee che non riesco a pensare nemmeno a un titolo decente e voi volete che vi sforni un nuovo romanzo in tre mesi?!»
«In realtà, Rossini vorrebbe la prima bozza il prossimo mese. È stato piuttosto...categorico, mettiamola così.»
Il mondo attorno a me sembra rallentare. Un mese. Trenta giorni per tirare fuori dal cilindro un coniglio che non esiste. «Ma è una follia! L’ultimo libro mi ha prosciugato!»
«Lo so, lo so. Cerca di capire la situazione, però: dopo queste due recensioni non possiamo tirare troppo la corda con la casa editrice. Dobbiamo dimostrare che sei ancora in grado di scrivere un successo. È un’occasione per rilanciare, per mettere a tacere le critiche. Ma devi darmi qualcosa, Chiara. Qualcosa di buono. E in fretta.»
Ho le spalle al muro: Cristina che mi spinge, la casa editrice che mi mette fretta, e quel maledetto LettoreDiCarta, che sta mettendo a rischio tutto quello per cui ho faticato. Sento montare la frustrazione monta, una rabbia sorda che sale e ribolle sempre più forte.
«Ma non capite?!» esplodo. Grido così tanto che un paio di signore attempate al tavolo accanto si girano a fissarmi scandalizzate. «Non ho niente! Zero! Questo tizio mi ha demolito, mi ha fatto venire il blocco dello scrittore! Pretendete che in un mese tiri fuori un capolavoro quando non riesco nemmeno a scrivere la lista della spesa?!»
Mi va a fuoco la faccia ma capisco presto che non è solo per quel tappo che è saltato: ho attirato su di me l’attenzione di tutto il bar e ora, attorno a me, è calato un silenzio assordante. Come vorrei sprofondare sotto il tavolino o immergere la faccia in questo cappuccino che, tanto, è tiepido.
«Chiara,» il tono di voce di Cristina ha virato di un paio di tacche verso la calma. «Respira, lo so che è difficile ma urlare non risolverà i tuoi problemi.»
Stringo forte il telefono, sentendo le guance bruciare. La cosa peggiore di quando si è nervosi è qualcuno che ti dice di rilassarti. «E allora cosa faccio, Cristina? Cosa diavolo faccio?»
«Devi ritrovare l’ispirazione. Devi cambiare aria, vai via da Roma per un po’. Vai in posto che hai sempre voluto vedere ma di cui non sai nulla. A volte, per ritrovare noi stessi dobbiamo perderci un po’.»
Cristina non è al banco surgelati ma nella corsia dei cioccolatini melensi.
«Datti una possibilità.» Cristina sospira. «E quando hai deciso cosa fare, chiamami. Penserò io al resto.»
Chiudo la telefonata con un senso di fallimento nel cuore. Proprio in quel momento, la porta del bar si apre e una folata d’aria fresca porta con sé le voci familiari di Linda e Leonardo. Leonardo ha un sorriso a trentadue denti che sembra illuminare ogni spazio; Linda ha le occhiaie che le arrivano alle ginocchia e la voce rauca, strascicata dalle otto ore passate a convincere improbabili clienti ad acquistare abbonamenti telefonici.
«E brava la nostra Ferraris!» Linda si pianta di fronte al tavolino, le braccia conserte. «Ti abbiamo sentito ruggire dalla strada, qualche fan appiccicosa ha scoperto dove abiti?»
Leonardo supera Linda e il suo sarcasmo per avvolgermi in un abbraccio caloroso. «Kia, tutto bene? Era tua madre o Cristina, al telefono?»
Annuisco e sospiro, il respiro che smuove la schiuma ormai smontata del mio cappuccino tiepido. No, freddo. «Cristina: la recensione di LettoreDiCarta è stata un gioco al massacro e adesso l’editore vuole la prima bozza del nuovo libro per il festival, tra un mese. Un mese, Leo! Sono a terra!»
Linda alza gli occhi al cielo, ma c’è una punta di preoccupazione anche nel suo sguardo. «Quando dici festival intendo il Festival del Romance Italiano? E come farai? Dovrai affrontare orde di signore innamorate 1dei tuoi eroi di carta.»
«Non se non ho un libro da presentare» affondo il viso tra le mani.
Leonardo si sporge sul tavolo verso di me, gli occhi azzurri pieni di energia. «Ma certo che lo scriverai, Kia! Devi solo trovare lo spunto giusto. E sai cosa ti dico? Dovresti andare a Bologna.»
Alzo la testa, sorpresa. «Anche tu mi vuoi mandare via da Roma. Ma poi... Bologna? Perché Bologna?»
«Perché è viva! Effervescente! Romantica, a modo suo! I portici, le torri, l’atmosfera universitaria... è il posto perfetto per ritrovare lo smalto perduto. Te lo immagini? Seduta in un caffè storico, con una tazza di caffè fumante, a dare vita al prossimo “Sorriso di Jo”!» Leonardo gesticola entusiasta.
Linda lo guarda con un sorriso malizioso. «Ah, certo. Bologna. Totalmente a caso, immagino. Non perché un certo americano dagli occhi azzurri e un accento irresistibile ti ha spezzato il cuore proprio lì, vero?»
Il viso di Leonardo si colora di un tenue rossore. “Matthew era... un’esperienza. Ma Bologna è molto più di quello! È una città magica, Kia. Per una volta, fidati!»
Guardo i miei amici: Linda con il suo cinismo disincantato ma con un cuore grande così; Leonardo con la sua spontaneità e la sua incrollabile fiducia nell’amore. Forse, in fondo, dovrei cambiare aria. Roma non mi sta parlando più come prima. Deve essersi stancata di suggerirmi tutto ciò che di romantico ho inserito nelle mie storie.
