I. Ceneri di un amore
Maggio, 1932.
Hogwarts.
Aveva paura.
Terrore.
Una paura folle di chiudere gli occhi.
Erano giorni che lasciava la luce accesa dalla bacchetta. Tutte le notti, prima di andare a dormire. Si girava e rigirava fra le coperte, la stoffa lo infastidiva, si sentiva come uno di quei neonati avvolti completamente dalle fasce, incapace di muoversi.
E quando quella luce diveniva troppo intensa, quasi accecante per via dell'oscurità che lo circondava, spingendo con entrambi i piedi il lenzuolo di lana, la afferrava di scatto. A volte, semplicemente la spegneva.
Nox.
Altre volte la allontanava dal suo viso, solcato da rughe profonde, e la scagliava contro la scalinata del suo ufficio. Si chiedeva, in effetti, perché quella bacchetta fosse ancora intatta, priva di graffi e il motivo per il quale non avesse mai trovato in giro una singola scheggia di legno.
L'ultima volta, doveva ammetterlo almeno a se stesso, aveva combinato un tale disastro! La bacchetta aveva colpito il battiscopa, ed era scappato un incantesimo esplosivo che aveva distrutto il gargoyle di pietra ai lati dell'ingresso della stanza. La polvere aveva iniziato a volteggiare nell'aria, unitasi alla tenue luce, ancora accesa, della bacchetta.
La cenere, proveniente dal camino sempre acceso per combattere l'umidità di quel luogo di pietra, faceva da schermo. Tutto ciò che lo circondava era sfocato, come da una cortina di nebbia, alimentando la sua frustrazione.
Sbuffò.
Un'altra questione da risolvere, pensò.
Come se già non avesse abbastanza problemi da affrontare. Raccolse la bacchetta da terra, osservando attentamente il rovinoso disastro che aveva combinato. Se il preside Dippett fosse entrato nel suo ufficio in quel momento, avrebbe sicuramente dovuto rassegnare le dimissioni.
Anche questa volta... rise, a voce fin troppo alta.
Stropicciandosi gli occhi gonfi e offuscati dalle lacrime, ritornò alla realtà, morendo un po' di più nei ricordi. Era ancora memore di tutti gli incantesimi di riparazione che gli erano serviti a rimettere in ordine quel pasticcio.
Morendo... un po' di più.
Minerva, la cara, anzi carissima Minerva.
Quasi le venne un infarto quando entrò nel suo ufficio. Albus quasi non la riconobbe, perché il polverone che si era alzato da terra la avvolse.
La bruna aveva smesso di respirare per qualche secondo, per poi tossire sonoramente quando la polvere le era entrata nel naso.
Completamente sporca di cenere, si era tolta gli occhiali che raramente portava, solo quando si immergeva nelle sue lunghe ore di lettura serale.
«Merlino... che hai combinato?»
La sua voce era agitata, preoccupata. Tendeva sempre a pensare al peggio quando si trattava di Albus. Non che non si fidasse di lui, anzi al contrario... gli aveva affidato la sua vita tante di quelle volte che, adesso, non ci pensava quasi più alla circostanza. Teneva le braccia sui fianchi, in attesa di una risposta, la testa inclinata di lato e un'espressione grave sul volto, incorniciato da un taglio di capelli poco più lungo di un caschetto, mosso come le onde calme del mare.
«Albus?» Lo chiamò.
Il mago alzò lo sguardo e la guardò con un sorriso, mascherando il vuoto che provava.
Da quando quel patto di sangue era stato infranto, aveva sentito una parte di sé volare via. Come un vuoto, una voragine.
Una profonda cicatrice nella sua anima.
Minerva agitò la bacchetta per abbassare la fiamma che danzava nel camino. In quel momento avrebbe tanto voluto abbracciarla, stringere l'amica fra le braccia e colmare almeno una parte di quella voragine che lo stava inghiottendo.
Rimase invece fermo, immobile, a guardarla, con le parole che faticavano a uscire dalle sue labbra.
«È sempre un piacere vederti, Minerva» le sussurrò.
Ci credeva veramente, non ricordava nessun'altra figura, a parte Newt, il suo tassorosso preferito, che gli fosse veramente rimasto vicino. Lei c'era sempre, e non si tirava indietro, neanche quando la situazione iniziava a diventare pericolosa.
«Non ne dubito.» Rispose lei, ancora colpita dal disordine nella stanza dell'insegnante.
Schiuse le labbra, sul punto di chiedergli che cosa fosse successo lì, ma Albus la anticipò.
«Mi è solo scappata la bacchetta di mano.» Lo disse con naturalezza, come se fosse la più naturale delle affermazioni.
«Oh», si lasciò sfuggire lei, delusa, aspettandosi una risposta più entusiasmante, che fosse coerente con le sue stramberie.
Non era... da... Albus.
«A ogni modo» cambiò repentinamente espressione «nella sala grande si festeggia! Sono finiti i G.U.F.O e finalmente abbiamo un po' di tregua.» Sospirò, guardandolo dritto negli occhi.
Lo stesso colore dei suoi, azzurri, come uno specchio d'acqua, puri e senza alcuna nota di malignità. Raramente si potevano scorgere in un mago o una strega qualunque. Ma Albus Silente non era un mago qualunque, Minerva Mcgranitt non era la strega della porta accanto. Entrambi avevano un passato tormentato, conoscevano gli scheletri che si celavano nei propri armadi.
«Vieni anche tu?»
Dagli occhi della strega poteva intravedere una nota di implorazione, come se la speranza potesse avvolgerlo e convincerlo a uscire da quel logoro ufficio, dal quale non usciva quasi mai nel tempo libero.
Era sempre occupato a rispondere ai gufi, alle critiche dei giornalisti della Gazzetta del Profeta, a studiare ogni singola, presunta, mossa di Grindelwald.
Già, Gellert.
Quel mago che raramente non appariva nei suoi sogni.
Quegli occhi, colore del ghiaccio.
Non poteva di certo dimenticare quel suo sciocco sorrisetto giovanile stampato sul viso, quando intravedeva nella nebbia il suo ciuffo biondo e ribelle svolazzare.
Quando si davano appuntamento sotto il loro albero solitario, ai margini della collina di Godric's Hollow.
Il calore che provava quando le mani si intrecciavano intorno alle sue, quando gli accarezzava la fossetta sul mento, incredibilmente perfetta, così simile al sedere di un babbuino.
Era proprio in quel momento esatto che ad Albus veniva la pelle d'oca.
I peli si drizzavano sulle braccia, elettrici, mentre un pressante senso di colpa lo consumava.
«No, Minerva.» Rispose Albus sussurrando «Ho davvero troppe, troppe cose da fare.».
La strega lo guardò tristemente, cacciò via una lacrima che si era annidata ai margini del suo occhio.
«Ma ti farà bene! Albus, non puoi continuare a stare qui!» Protestò. «Io» abbassò lo sguardo «non posso vederti così. Albus.»
C'era tristezza nel suo tono di voce che Albus, troppo ancorato ai dolorosi ricordi del passato, quasi non aveva notato.
«Minerva, sto benissimo. È solo che Grindelwald» si bloccò per qualche secondo per poi proseguire.
Una pausa durata troppo, per Minerva.
«Grindelwald non si ferma. Ha ucciso. E sta continuando a farlo. E... io» ebbe un nodo alla gola «non... posso... fermarmi. Non finché...» Pronunciare il suo nome faceva male.
Minerva annuí, consapevole che quando Albus si metteva qualcosa in testa non c'era nulla che potesse fargli cambiare idea.
Uno dei suoi difetti o pregi migliori.
«Va bene.» acconsentì con un leggerissimo cenno del capo, riflettendo se aggiungere altro.
Avrebbe voluto consolarlo. Dirgli che anche se il mondo dipendeva da lui, non ne era lui il carnefice. Incrociò il suo sguardo velato di lacrime e, con quell'infinita tenerezza che aveva sempre fatto parte di lei, gli accarezzò la guancia, donandogli un sorriso rassicurante e contemporaneamente austero.
«Ti lascio il dolce.» Sussurrò, prima di oltrepassare la soglia del suo ufficio.
A malincuore.
Albus sentì il lieve strofinio di spugna, un incantesimo che probabilmente aveva lanciato la strega per ripulirsi il vestito dalla polvere, il rumore dei suoi tacchi diventare sempre più lontano. E disperdersi del tutto fra le mura di pietra.
Una parte di lui desiderava disperatamente che Minerva, per quanto piccola rispetto a lui, lo trascinasse rigorosa per un braccio fuori da quella stanza, nella quale si era rintanato nel tentativo disperato di salvare il mondo.
Ma non lo fece.
Minerva era andata via e quel vuoto, che si era riempito della stessa speranza nei suoi occhi, era tornato.
Anche quella notte aveva ripulito tutto, si era asciugato le lacrime che incrostava le ciglia. Come quella sera, aveva preso la foto di Gellert Grindelwald fra le mani, leggendogli un'ultima volta l'anima. Il viso incorniciato da spettinati capelli biondo platino.
E pianse.
Erano trascorsi pochi giorni da quell'episodio. Da quel momento rifletteva più volte se scagliare o meno la bacchetta nuovamente a quel modo, resistendo all'impulso di lasciarsi cadere.

Nuovamente insonne, non poteva fare a meno di fissare il soffitto tutte le volte in cui pensava a Gellert.
Quei capelli, la pelle diafana, gli occhi penetranti.
Lui non era esattamente quel libro aperto che era solito descrivere sua zia, la longeva Bathilda Bath. Una donna di classe, una storica della magia degna di nota, che tutto il genere magico aveva sentito pronunciare almeno una volta.
Purtroppo, con il passare del tempo anche lei si era accorta che vi era qualcosa di strano, oscuro, in suo nipote; e che il modo con cui lo aveva ritratto per tanti anni si limitava a descrivere l'immagine sbiadita di un dolce bambino, quale era stato.
Si era anche reso conto che forse si era illuso di conoscerlo. Credeva di conoscere quel ragazzo che gli faceva battere il cuore all'impazzata nel petto, che voleva fuggire via, e unirsi a quello di Gellert. Ne era fermamente convinto.
Ma quel vuoto era già occupato, da un profondo e oscuro sogno che avevano all'inizio alimentato: il potere superiore.
Solo decine di anni dopo Albus Silente si era reso conto che Gellert avesse raggiunto i suoi ideali - soprattutto- grazie a lui: alle sue ricerche, alla sua voglia di lottare per far in modo che quel desiderio divenisse realtà.
Continuava a ripetersi che era stato solo il sogno di un ragazzo, di un immaturo, ma non poteva continuare a ripeterselo quando le notizie sulle sue crudeltà fioccavano in prima pagina. Nella Gazzetta Del Profeta, nei giornali babbani, in tutte le riviste commemorative. Non vi era giorno in cui non si sentisse parlare almeno una volta di Gellert Grindelwald.
Erano in molti, troppi, coloro che erano convinti che, prima o poi, avrebbe tentato di entrare nel ministero, come l'anno precedente; altri ancora fermamente convinti che Gellert Grindelwald avesse già ottenuto ciò a cui ambiva: avere delle marionette nel ministero della magia - che fosse britannico, francese oppure americano.
Ciò di cui era certo era che Grindelwald avesse molti più poteri di quanti ne avesse da ragazzino. Ora era temibile, pericoloso e andava fermato.
Gli fosse pure costata la vita.
Sarebbe stato il prezzo da pagare per il suo tradimento.
Chiuse gli occhi e senza rendersi conto si addormentò.

Quella notte, sognò Gellert. Lo sognò e provò le stesse emozioni di quando erano ragazzi.
Il viso affondato sulla sua spalla, le guance sulle quali era apparso un discreto sorriso, solleticate dai lunghi capelli biondi. Sapeva che tutto sarebbe precipitato, succedeva sempre.
Era lo stesso sogno di sempre.
Ariana.
Piccola e indifesa, con il solito vestito bianco candido, decorato da un fiocco rosso all'altezza della vita. Con quel dolce sorrisetto stampato su quel viso minuto e innocente, al quale non riusciva a non implorare quel perdono che, era certo, non gli sarebbe mai stato concesso.
Così... piccola.
Di nuovo si ritrovava, senza sosta, a parare e schivare incantesimi provenienti dalla bacchetta di Gellert, spietato, con il viso che non lasciava trapelare alcuna emozione, positiva o negativa che fosse.
E l'urlo di Ariana, tremante, che guardava la scena a pochi metri di distanza.
La vide, terrorizzato, cambiare repentinamente forma.
Una massa nera, mostruosa, scagliarsi contro un albero accanto a Gellert.
Lui sollevare la bacchetta per fermarla, e in lontananza il belare delle capre di suo fratello.
Poi anche lui iniziò a urlare.
«No! Ariana, no!»
Le lacrime gli scendevano dalle guance, i muscoli tremavano senza sosta.
Ed eccola lì, la sua sorellina... riversa sul pavimento di pietra. Gli occhi sbarrati, e un urlo cieco ai margini delle labbra.
Un lampo di luce. Tante nuove immagini, non in sequenza cronologica.
Gellert che lo guardava ardentemente, i piedi sprofondati nell'acqua del ruscello, con la camicia zuppa d'acqua. Una luce sognatrice negli occhi. Gli prendeva la mano fra le sue e di nuovo ripeteva quel mantra che, adesso, gli dava la nausea.
«Possiamo fare tutto questo insieme, Al. Perché io ti amo... e anche tu»
All'improvviso, dopo l'ennesimo singhiozzo soffocato, l'Albus del presente si svegliò di soprassalto, con la voce rotta dai singhiozzi.
«Albus.»
Minerva Mcgranitt seduta sul letto accanto a lui, che gli stringeva timidamente la mano. Lo aveva sentito urlare, e si era precipitata nella sua stanza. Non si era neanche chiesto come avesse fatto ad entrare. Non riusciva neanche a respirare.
«Parla con me, Albus. Parla con me» la sua voce era ferma.
Silente la guardò implorante. Le mani gli tremavano. Vincendo il desiderio che gli martellava da giorni il cuore, si protrasse verso di lei, ignorando il dolore al petto, gli occhi della strega sul punto di sgorgare
lacrime. Con il cuore che minacciava di arrestarsi, la abbracciò senza preavviso. Sprofondò la testa sulla sua spalla e lasciò che le lacrime gli scorressero lungo le guance.
Sapendo che non avrebbe potuto far nulla per fermarle.