La Lepre
Non ho ricordi di quando iniziai a cercarlo, né cosa, né perché. Ricordo soltanto che a un certo punto tutto smise di avere senso. Le parole, i volti, le ore che si trascinavano identiche l’una sull’altra.
La realtà ha iniziato a sbriciolarsi sotto i miei piedi, come cenere di un rogo spento.
E dentro quel vuoto avanzante, gli unici resti era no frasi di una vile domanda: cosa significa essere?
Inizialmente suonava come una riflessione elegante, quasi filosofica. Poi iniziò a marcirmi dentro. Perché più scavavo, più mi rendevo conto che non vi era più nulla da trovare. L’essere non era una verità nascosta dietro il sipario del mondo, era il sipario stesso, logoro, cadente, posto lì al solo scopo di coprire l’evidente realtà che ci circondava, una realtà inconsistente.
Tutti anelavano a qualcosa, un dio, una certezza, la salvezza di un amore o un senso da dare a se stessi. Io smisi di fingere.
Lo guardai in faccia, quel vuoto. Mi ci sedetti dentro e capii che l’assenza è la sola presenza autentica.
Che tutto quello che chiamiamo “essere” è solo un rumore di fondo nella mente di chi non vuole accettare il silenzio.
Eppure, fu proprio da quel silenzio che non riuscii mai a separarmi, non perché esistesse una speranza di sentirmi vivo, ma perché al suo interno nessuno era capace di mentire.
Nel vuoto, tutto è verità, nell’assenza non esiste menzogna.
Per quel che mi riguarda ero solo un uomo che smise di credere alle maschere.
Il superstite di un palco i cui attori non hanno più un copione.
12 Giugno, 1999
16:34
Finalmente le lezioni si erano concluse, gli studenti erano liberi dall’imponente struttura scolastica che in tanti definivano una prigione infantile. Di fatto è quel che era, una sorta di carcere per ragazzi, ma allo stesso tempo poteva definirsi un tempio dei ricordi dove tanti di loro avrebbero lasciato in custodia alcuni dei più bei momenti della loro adolescenza.
Non lontano dall’Accademia centrale di Rios si trovava la casa di una studentessa, Athena Acaster, una ragazza eccentrica di sedici anni, rimasta orfana e affidata a sua nonna sin da quando ne aveva memoria, era il tipo di persona che si metteva sempre in gioco per gli altri. Quel giorno più d’ogni altro non riusciva a star ferma, girava freneticamente per casa cercando di scegliere cosa mettersi per la sera, se truccarsi o meno, se ritingersi i capelli di rosa pesca o lasciarli con l’evidente ricrescita. Era sopraffatta da tante emozioni, dopo varie uscite finalmente la sua fiamma, Rei, aveva accettato un appuntamento.
Dinanzi allo specchio sfoggiò i più svariati abiti della defunta madre, l’unico ricordo che aveva di lei, ma nonostante tutto poco dopo averli accumulati sul letto vestì una delle sue solite canotte con la stampa di una band, dei jeans neri a vita bassa con una cintura borchiata e sorridente scese le scale, salutò sua nonna, infilò gli anfibi e corse fuori casa diretta al luogo dell’appuntamento.
Le luci della via principale scintillavano nel concludersi di primavera, voci sempre più incalzanti si facevano strada tra le bancarelle delle prime fiere estive, un clima sempre più caloroso si stava accendendo ignaro dell’avvenire e Athena con passo deciso attraversava le folle in cerca della sua metà.
Non passò molto prima di trovarla, lì, appoggiata alla ringhiera del ponte che divideva la città, una giovane ragazza avvolta in una camicia di lino color panna e una gonna celeste, l’emblema della giovinezza, Rei. I suoi occhi petrolei iniziarono a scintillare alla vista di Athena, con fare leggiadro le si avvicinò e senza dirsi nulla entrambe s’abbandonarono al cullarsi d’un profondo abbraccio.
<<È molto che aspetti?>> le chiese Athena dopo pochi attimi. <<N-no… qualche minuto.>> bisbigliò l’altra ragazza mentre le guance s’arrossavano dolcemente. Rei era di due anni più piccola, estremamente introversa, nonostante questo dimostrava uno spiccato acume e una grande capacità decisionale, proprio queste caratteristiche fecero cedere l’altra alla tentazione del loro amore adolescenziale, non l’evidente bellezza giovanile come tutti pensavano. S’avviarono subito verso le loro tappe, ad osservare le futili ma tanto meravigliose bancarelle della fiera, a mangiare qualche dolce palesemente in sovrapprezzo, la razionalità era di troppo quel giorno ma risiedeva proprio lì la loro bellezza. In qualche ora giunsero sulla “collina verderame” così chiamata dagli anziani parenti delle due ragazze e di altri giovani per via del particolare tono che assumevano foglie e piante nel corso dei mesi estivi. Sedettero ai piedi della grande quercia che spiccava sull’altura, scrutarono l’una negli occhi dell’altra notando a vicenda l’evidente miscela di attrazione e timidezza, senza parole, avvicinandosi sempre più coronarono un bacio da palcoscenico.
<<Quindi… questo significa che…>> accennò Rei. <<Stiamo insieme, se lo vuoi… ovvio, non ti costringerei mai.>> disse Athena con il volto arrossato e fare estremamente goffo, per poi venir salvata subito da un <<Lo voglio.>>
Restarono là per la maggior parte della giornata, fintanto che non giunse il tramonto, mano nella mano a osservare quella sfera rossa calare fino a scomparire.
<<È stato bello Rei… non vedo l’ora di farlo ancora, peccato dover aspettare l’arrivo di un altra giornata ahah, la vorrei tanto adesso.>> la ragazza sorrise accennando all’altra <<Ancora un pò abbiamo no? Per tornare a casa potremmo passare per il fiume… penso sia romantico.>> Athena sorridente prese la palla al balzo senza farselo ripetere. Scesero la collina con l’avanzare della sera, giunte sulla strada che costeggiava il fiume scesero a riva, una brezza notturna sfiorava le loro pelli con delicatezza, entrambe silenziose meditavano sulla giornata, sulla nuova serenità che entrambe condividevano ora che non dovevano più nascondersi.
Il momento in cui la loro mente toccò l’estasi dell’altruistico pensiero d’amare qualcuno, fu proprio l’attimo in cui le loro vite cambiarono drasticamente.
Sul bordo del lungo ponte di Rios una figura longilinea si ergeva retta e confondeva se stessa tra le ombre, le due ancora non l’avevano notata e passeggiavano tranquille, poi come se fosse stata una voce a richiamarla Athena alzò lo sguardo di scatto e la vide, una figura umanoide apparentemente avvolta in fibrose bende nere come la pece che per volto mostrava un grottesco muso da lepre deforme, con lame per dita e liquidi scuri che strabordavano dalle fasciature.
Le venne d’istinto, la ragazza spinse Rei lontano e senza voltarsi le urlò di scappare. Non era conscia di cosa stesse accadendo ne del perché le sue gambe non accennavano a muoversi, l’adrenalina la percepiva eppure era pietrificata. Noncurante della ragazza la bestia giunse in un battito di ciglia dinanzi a lei e pretendendo la sua carne le strappò via di netto il braccio destro per poi con ghigno lussurioso ingoiarlo tutto d’un pezzo.
Lei cadde in ginocchio mentre la sua vista iniziava ad appannarsi, cosa stava succedendo? Cos’era quella creatura? Esistono certi mostri? Da quando? Secondo quale logica? S’affannò di domande fino a cader per terra priva di sensi.
<<…>>
<<…lasciami…>>
<<…Athena…aiuto…>>
La bestia teneva Rei sospesa in aria, pareva come se ci stesse giocando in attesa di mangiarla. Avvicinava le fauci sempre più mentre la ragazza si dimenava strillando e chiamando aiuto. Un aiuto che non c’era, le rive erano sgombre, i marciapiedi vuoti, se solo non avessero allungato passando per la riva pensò. Stava guardando la morte in faccia e come chiunque altro dentro se stessa non poteva che chiedersi cosa avesse fatto di male mentre cercava disperatamente di scappare. Sentii un sibilo, poi un violento suono di ossa spaccate, l’aveva udito solo nei film prima d’ora ma era convinta si trattasse proprio di ossa. Ed era esattamente così, il ventre e il bacino della creatura erano stati trapassati e spezzati di netto da quello che appariva come un braccio umanoide avvolto di fibrose fasce nere simili a quelle della lepre stessa, ma più definite, quasi si trattasse di fibre muscolari. In quell’attimo la vide, Athena, i cui occhi erano tinti d’argento, la sclera iniettata di sangue e il braccio destro ricresciuto con quella forma spaventosa.
Appena Rei toccò terra si allontanò trascinandosi mentre osservava il susseguirsi degli eventi, la ragazza che doveva essere Athena si muoveva e combatteva con le stesse movenze della lepre, le movenze di un predatore e non importava quante ferite le venissero inflitte, lentamente si ricucivano di fibre nere e lei continuava a combattere. Per la ragazza sembrò un eternità ma fu uno scontro di pochi secondi, la creatura era quasi del tutto spappolata per terra, irriconoscibile.
Athena osservò mentre la vista si offuscava un’altra volta. Inconsapevole di cosa fosse appena successo cadde priva di sensi.
<<…>>
<<…lib…>>
<<…libera…>>
<<…voltaggio a due e cinquanta…libera…>>
Aprì gli occhi ritrovandosi in uno scenario sfocato, intubata, con medici tutt’attorno che si allontanavano mentre uno di loro da vicino diceva <<Sei ancora tra noi, è tutto ok, so che da fastidio ma resisti.>> Procedettero a toglierle il tubo d’ossigenazione e mentre sistemavano il resto il suo sguardo subito si diresse verso il suo unico ricordo, il braccio destro.
Era lì, al suo posto, senza un graffio, anche il resto del corpo appariva intonso.
Scambiò qualche classica informazione con i medici, cosa fosse successo, da quanto era lì, come stesse Rei, ma loro non sapevano praticamente nulla se non che era appena stata ricoverata per una perdita di sensi e che il suo cuore si era fermato.
Restò la notte lì senza capire nulla, voleva alzarsi e andare a cercare risposte ma sapeva benissimo che non poteva e che si sarebbero messi tutti in mezzo, così aspettò, e prima ancora che fosse lei a chiedere la risposta arrivò da dentro.
<<Placa i tuoi pensieri ragazzina, disturbi il mio riposo.>>
Sobbalzò spaventata sul lettino ospedaliero convinta di aver sentito qualcuno parlarle all’orecchio.
<<Non sono lì scema.>>
Si coprì le orecchie iniziando a darsi della pazza da sola.
<<Sono pensieri, pensieri, conosci questa parola no? Li sento tutti, e anche i sogni che fai mentre sei incosciente, sono davvero fastidiosi.>>
Si fermò cercando di razionalizzare, doveva davvero esser diventata pazza, eppure, se la creatura che aveva visto era reale forse anche quella voce non era sua.
<<Esatto, sono reale e non sei pazza, condividiamo solo lo stesso corpo, lo stesso cervello, lo stesso cuore e blah anche gli stessi sentimenti, che schifo.>>
Athena socchiuse gli occhi e si stese.
<<Ok…poniamo sia vero, il che è inquietante, cosa sei?>>
<<Non c’è bisogno che parli da sola, ti ho detto che sento i tuoi pensieri se blateri così penseranno davvero che tu sia pazza ahahahahahah.>>
Corrugò la fronte in segno di disprezzo e confusione.
<<Ok ci provo, ora rispondimi.>>
<<Cosa sono non lo so, ma potresti capirlo da sola, rifletti.>>
<<Sono scema ma non così tanto, non lo so.>>
<<Sono nato e cresciuto con te, questo è tutto quel che so e sono stato diciamo addormentato fino a poco fa ma pare che alcune mie capacità siano insite in te. Pensaci, nel corso di questi sedici anni hai fatto tante cose strane agli occhi degli altri no? Eri sempre la migliore nelle prove fisiche, la prima volta che ti sbucciasti un ginocchio era già guarito il giorno seguente, per non parlare della capacità di osservare contemporaneamente più soggetti a distanze discretamente elevate tra loro, io e te siamo uno e lo siamo sempre stati.>>
E a pensarci bene quella voce aveva ragione, le successe tantissime volte di agire in modo anomalo ma non l’aveva mai attribuito a qualcosa di sovrannaturale, tutti compresa lei stessa credevano fosse solo molto dotata, eppure nel profondo Athena se l’era sempre sentito che c’era qualcos’altro, solo non l’aveva mai considerato importante almeno fino al giungere di quel momento.
Avrebbe voluto sapere tutto e subito, sviscerare ogni singolo dettaglio riguardo a se stessa e a quella voce. <<Ma tu ce l’hai un nome?>> chiese mentre le palpebre gradualmente le cedevano.
<<Non che io sappia, almeno non dentro ai tuoi ricordi, chiamami pure come preferisci, non mi fa differenza.>>
Non era sicura dell’appellativo da dargli ma in quel momento, ripensando a Rei le giunse alla mente la sua passione, il pattinaggio artistico, e cercando di ricordare chi fosse il pattinatore che la sua ragazza ammirava tanto le si palesò un suono.
<<Von, ti chiamerò Von.>>
La voce scoppiò a ridere.
<<Nome curioso, breve, d’impatto, brava ragazzina.>> si concluse lì la loro prima conoscenza, Athena cadde in un profondo sonno e ciò che l’abitava tornò al proprio riposo, in attesa del momento opportuno per mostrarsi e cacciare.