Le Geometrie del Desiderio vol.1: Il Maestro e il Fiore

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Summary

La storia di Fleur e del Professor Fabio Lazelli, esplorando la loro relazione che si sviluppa attraverso conversazioni digitali e incontri fisici. Fleur, inizialmente insicura, trova il coraggio di posare nuda per Fabio, che trasforma le sue fotografie in opere d'arte. La narrazione si svolge in vari capitoli, descrivendo i loro incontri, le emozioni e le riflessioni di Fleur mentre scopre una nuova consapevolezza della propria bellezza. Fabio, con la sua sensibilità artistica, aiuta Fleur a superare le sue insicurezze, creando un legame profondo e intimo tra loro. La storia culmina con una sessione fotografica in cui Fleur si spoglia completamente, fidandosi ciecamente di Fabio e rivelando la sua bellezza in tutta la sua vulnerabilità e forza.

Status
Ongoing
Chapters
6
Rating
n/a
Age Rating
18+

Cap.1 (30 Giugno 2016) L'Incontro al Parc de la Tête d'Or

Lione, 30 Giugno 2016, un tardo pomeriggio che scivolava verso il crepuscolo come una carezza di seta dorata sulla pelle della città.

Una Sinfonia di Sguardi e Prime Scintille


Il sole di fine giugno, un disco di rame fuso all’orizzonte occidentale, tingeva il cielo sopra Lione di sfumature che andavano dall’arancio più caldo al malva più delicato, creando una tavolozza che nemmeno i più grandi maestri impressionisti avrebbero saputo riprodurre con tanta maestria naturale.

La sua luce dorata e carezzevole filtrava attraverso le fronde lussureggianti dei platani secolari del Parc de la Tête d’Or, disegnando arabeschi di ombre lunghe e danzanti sui viali curati con maniacale precisione dai giardinieri comunali. L’aria era un elisir fragrante, un amalgama perfetto del profumo dolce e penetrante dei tigli in piena fioritura - quella fragranza che sa di miele e di promesse estive - dell’erba appena tagliata che solleticava le narici con la sua freschezza verde, e di un vago, quasi impercettibile, sentore zuccherino proveniente da qualche chiosco di gaufres e zucchero filato nascosto tra i sentieri serpeggianti del parco.

Si udiva il chiacchiericcio sommesso di famiglie che si godevano gli ultimi raggi di sole, le risate cristalline di bambini che rincorrevano piccioni impettiti e boriosi, e in lontananza, il getto ritmico di una fontana monumentale che cantava la sua nenia acquatica, un suono che aveva accompagnato generazioni di innamorati e sognatori in quel luogo magico.

Il Professor Fabio Lazelli, stimato e a tratti temuto docente di Fotografia e Arti Digitali presso la prestigiosa École Nationale Supérieure des Beaux-Arts de Lyon, era accomodato su una panchina di legno un po’ consunta dal tempo e dalle intemperie, strategicamente posizionata vicino al roseto di nuova fioritura che esplodeva in una cascata di colori che andava dal bianco più puro al rosso più passionale.

Un polveroso tomo sulla pittura fiamminga del Seicento giaceva aperto sulle sue ginocchia, ma era una mera facciata, un alibi intellettuale per giustificare la sua presenza prolungata in quel luogo. Da quasi un’ora, i suoi occhi scuri, acuti e velati da una perenne malizia intellettuale che aveva conquistato e terrorizzato generazioni di studenti, erano magneticamente attratti da una giovane donna seduta con disinvoltura sull’erba fresca, a una ventina di metri da lui.

Non su un plaid, no, direttamente a contatto con la terra, come se volesse assorbirne l’energia primordiale, come una moderna Gaia che traeva nutrimento dalla Madre Terra stessa. Lei era un piccolo vortice di vitalità compressa, un concentrato di energia che sembrava irradiare calore anche nella sua immobilità studiosa, come se il suo stesso essere fosse una centrale elettrica di vita e passione.

Capelli di un castano intenso, lucidi come la seta più pregiata ma indomiti come crini selvaggi, le sfuggivano da un precario chignon tenuto insieme da una matita colorata - un dettaglio che Fabio trovava incredibilmente affascinante nella sua spontaneità bohémien. Ricadevano in ciocche ribelli attorno a un viso dai lineamenti delicati ma incredibilmente espressivi, un volto che sembrava cambiare espressione ogni pochi secondi, riflettendo i suoi pensieri come uno specchio dell’anima.

In quel momento, le labbra piene erano piegate in un sorriso contagioso mentre parlottava animatamente al cellulare, la voce un trillo allegro che a tratti raggiungeva l’orecchio del Professore come una melodia lontana ma irresistibile. Indossava un semplice top bianco, aderente quanto bastava per suggerire curve generose e fiere senza mai scadere nella volgarità, abbinato a un paio di jeans sapientemente strappati che rivelavano ginocchia lisce e ambrate dal primo sole estivo.

Era china su un laptop appoggiato sulle gambe incrociate, le dita sottili ed agili che volavano sulla tastiera tra una risata e l’altra, componendo chissà quali moderni incantesimi digitali. Ogni tanto si fermava, portava l’indice alle labbra in un gesto pensieroso che Fabio trovava di una sensualità disarmante, poi riprendeva a digitare con rinnovato vigore.

Fabio emise un sospiro appena percettibile, un curioso miscuglio di ammirazione puramente estetica - un apprezzamento quasi clinico per la composizione naturale della scena che si dispiegava davanti ai suoi occhi di artista - e di palpabile frustrazione tecnica che lo stava consumando dall’interno.

Stava tentando, con la discrezione di un felino in agguato, di rubarle uno scatto con la sua fida Leica M, compagna di innumerevoli avventure visive che lo aveva seguito dai reportage di guerra della sua giovinezza alle più raffinate sessioni di ritrattistica artistica della maturità. Ma la luce, ah, la luce! Stava calando rapidamente, e quel dannato obiettivo, solitamente così docile e obbediente ai suoi comandi, sembrava avere una crisi di nervi, rifiutandosi ostinatamente di mettere a fuoco con la nitidezza desiderata quegli occhi che in quel preciso istante erano due fessure scintillanti di allegria pura.

«Maledetta luce fuggitiva e occhi che non si lasciano domare!» pensò, armeggiando con la ghiera di messa a fuoco con la delicatezza di un chirurgo e l’impazienza di un amante respinto. «È come cercare di catturare una farfalla con una rete bucata, o di fotografare l’anima stessa...»

Un istante dopo, come se avesse percepito la sua concentrazione attraverso qualche misterioso sesto senso femminile, la ragazza concluse la chiamata con un sonoro «Ciao, tesoro! A dopo!». Si stiracchiò con la grazia indolente e voluttuosa di un giovane felino che si sveglia da un pisolino al sole, inarcando la schiena e sollevando le braccia sopra la testa in un movimento che fece tremare pericolosamente l’autocontrollo del Professore.

Fu allora che i suoi occhi, grandi e color nocciola caldo con riflessi dorati che sembravano catturare e riflettere tutta la luce del tramonto, incontrarono quelli del Professore. Un lampo fugace di sorpresa, forse un accenno quasi impercettibile di diffidenza - quella sana diffidenza che ogni giovane donna dovrebbe avere nei confronti degli sconosciuti - le attraversò il viso per una frazione di secondo.

Fabio si sentì colto in flagrante, come uno scolaretto sorpreso a copiare durante un esame importante. Ma da vecchio lupo di mare, quale si considerava nel tempestoso oceano delle interazioni umane, recuperò immediatamente la sua proverbiale compostezza e abbozzò un sorriso che sperava apparisse disarmante e vagamente accademico, con quel tocco di malizia intellettuale che aveva sempre fatto breccia nei cuori delle sue studentesse più sensibili.

«Uhm,» fece lei, la voce chiara e con una leggera inflessione interrogativa che tradiva un accento che non riusciva a identificare con precisione, inclinando la testa di lato in un modo che Fabio trovò immediatamente delizioso. «E perché mai vorrebbe farmi una fotografia, monsieur? Buonasera, comunque.»

Il Professore si schiarì la voce, lisciandosi i baffi argentei che, insieme al pizzetto curato con maniacale precisione, contrastavano piacevolmente con i capelli brizzolati raccolti in una piccola coda che gli conferiva un’aria da artista bohémien. Il suo francese, solitamente impeccabile dopo decenni di vita a Lione, si colorò di quelle leggere, affascinanti asprezze italiane che emergevano sempre quando era leggermente imbarazzato o particolarmente stimolato da una situazione.

«Perché sono un fotografo,» esordì, calcando volutamente sulle virgolette immaginarie, come se stesse elencando motivazioni ufficiali davanti a una commissione accademica. «Perché lei, signorina, possiede un viso e, oserei aggiungere, una présence scenica di notevole interesse artistico. E perché... beh, diciamo che, a grandi linee, mi attrae ciò che lei emana, quella peculiare aura che la circonda come un campo magnetico invisibile.»

Fece una pausa ad effetto, degna di un consumato attore di teatro, lasciando che le sue parole si depositassero nell’aria come petali di rosa. «È una giustificazione sufficiente, a suo avviso? E, in ogni caso, buonasera a lei, mademoiselle.»

Un altro sorriso, questa volta decisamente più sornione e carico di quella malizia che aveva reso famoso il Professor Lazelli negli ambienti artistici lionnesi, gli increspò le labbra.

Fleur Dumal - poiché questo era il nome della giovane donna che in quel momento si sentiva come una farfalla sotto la lente di un entomologo, per quanto affascinante fosse l’entomologo in questione - lo squadrò per un lungo istante che sembrò durare un’eternità. Un sopracciglio sottile si sollevò, disegnando un arco scettico sulla sua fronte liscia, in un’espressione che era un irresistibile miscuglio di cauta diffidenza e palpabile, crescente divertimento.

“Un fotografo, eh?” pensò rapidamente, mentre una parte della sua mente analizzava quell’uomo con l’occhio critico di chi aveva imparato a diffidare delle belle parole. “E di che genere, mi chiedo? Di quelli che poi ti ritrovi le foto sparse per l’etere in gallerie artistiche dal gusto discutibile? O peggio ancora, di quelli che collezionano immagini di ragazze ingenue per i loro archivi privati?”

Tuttavia, c’era qualcosa nello sguardo di quell’uomo, un’intensità bruciante che non risultava volgare, né invadente. Era piuttosto... appassionata, quasi famelica di bellezza in senso puro. Gli occhi di lui non la spogliavano mentalmente come quelli di tanti altri uomini che aveva incontrato, ma sembravano cercare di catturare qualcosa di più profondo, di più essenziale.

«Okee dokee, va bene,» concesse alla fine, con un’alzata elegante delle spalle che fece ondeggiare le ciocche ribelli e attirò involontariamente lo sguardo di Fabio sulla curva del suo collo. «Ma avrebbe potuto chiedere il permesso, per... non le pare? È questione di educazione, monsieur le photographe.»

«Ha perfettamente ragione, mia cara. Mea culpa, mea maxima culpa,» rispose Fabio con un inchino teatrale che strappò un sorriso genuino a Fleur. «La spontaneità, ahimè, a volte mi trascina in territori formalmente impervi. È un difetto professionale, temo.»

«E dove pensa di utilizzare la mia fotografia, Monsieur le photographe?» continuò lei, e ora una scintilla decisamente birichina le accendeva gli occhi nocciola, trasformandoli in due pozze di miele liquido. La sua parlantina era rapida, un fuoco di fila di domande che lo investì come una raffica di vento estivo, piacevole e stimolante. «E, per caso, possiede una galleria fotografica? Un portfolio da esibire? E me lo farebbe visionare? E, comunque sia, piacere di conoscerla...»

Fabio trattenne a stento una risata di puro divertimento. Quella ragazza era un vero peperino, una piccola vulcano di curiosità e vivacità che lo stava conquistando secondo dopo secondo.

«Temo di non essermi spiegato con la dovuta chiarezza,» disse, alzandosi dalla panchina e avvicinandosi di qualche passo, mantenendo comunque una distanza rispettosa. «La fotografia, qualora fosse riuscita a catturare anche solo un frammento della sua effervescenza naturale, l’avrei omaggiata a lei come un piccolo dono artistico. E poi, solo con il suo esplicito consenso, forse l’avrei inserita nel mio portfolio online - sa, per dimostrare al mondo il mio, ehm, infallibile occhio clinico per il bello.» Si lisciò il pizzetto con aria professorale, un gesto che aveva perfezionato in decenni di lezioni universitarie. «Il piacere è interamente mio, signorina,» aggiunse, con una galanteria quasi da romanzo d’appendice che, sulla sua figura da artista un po’ bohémien, suonava curiosamente affascinante e per nulla anacronistica.

«Okay, allora proceda, me la faccia questa foto,» disse lei, improvvisamente risoluta, il viso che si apriva in un sorriso così franco e luminoso da rischiarare ulteriormente il già dorato pomeriggio. Era come se avesse preso una decisione importante, come se avesse deciso di fidarsi di quell’uomo dall’aria così particolare.

«Solitamente, preferisco gli scatti rubati, colgono meglio l’essenza naturale del soggetto, sa?» spiegò Fabio mentre controllava le impostazioni della sua Leica con gesti esperti. «È un metodo che uso per scovare potenziali clienti, o magari nuovi modelli interessanti per i laboratori dei miei studenti all’Accademia... ma a volte, chi può dirlo, ci si imbatte anche in piacevoli conoscenze, forse persino in buoni amici.»

Mentre parlava, notò un leggero, quasi impercettibile aggiustamento della sua postura. Era come se lei, inconsciamente, stesse già collaborando, cercando l’angolo di luce migliore, posizionandosi istintivamente per valorizzare i suoi lineamenti. E in quel frangente, mentre si chinava per sistemare meglio il laptop sulle ginocchia, il tessuto del top bianco si tese maliziosamente, rivelando per una frazione di secondo la curva piena e orgogliosa del suo seno, prima che lei, con un gesto rapido e naturale, lo riassestasse.

Il Professore si morse il labbro, inghiottendo un commento che sarebbe suonato decisamente troppo audace per un primo incontro. “Ah, il divino, eterno spettacolo della materia che si palesa lentamente,” rifletté, un sorriso interiore che gli illuminava gli occhi. “Specialmente quando certe, ehm, priorità anatomiche sembrano manifestarsi con un’urgenza tutta loro, precedendo gli indumenti che dovrebbero, in teoria, celarle con più diligenza.”

«Un attimo, mi squilla il telefono!» esclamò lei improvvisamente, portandosi di nuovo il cellulare all’orecchio e allontanandosi di qualche passo verso il laghetto, dove alcune anatre vociavano sonoramente in quello che sembrava un dibattito parlamentare particolarmente acceso.

Lo lasciò così, solo con i suoi pensieri pruriginosi e la Leica ancora puntata a mezz’aria, come un cacciatore sorpreso dalla scomparsa improvvisa della preda.

«Faccia pure, ma torni presto,» mormorò lui tra sé, un sorriso divertito che gli increspava le labbra. “In ogni caso, questa fotografia non riesco a realizzarla come vorrei, accidenti a me! Quegli occhi da cerbiatta spaurita e curiosa al tempo stesso non si lasciano catturare con la nitidezza che meritano - sono ostinatamente fuori fuoco, un po’ come la mia pazienza in questo momento,” pensò, giocherellando nervosamente con la macchina fotografica.

Poco dopo, Fleur tornò verso la panchina, un’espressione visibilmente contrariata che le adombrava il viso solitamente solare. La telefonata aveva evidentemente portato notizie non gradite.

«Uhm,» esordì, con una punta di disappunto nella voce che tradiva una frustrazione crescente. «Senta, il mio portatile sembra aver dichiarato sciopero generale, la connessione a internet va e viene come le pare, e ho un progetto da consegnare domani mattina presto. Credo sia meglio se torno a casa e provo a risolvere il problema con più calma e meno distrazioni.»

Fece una pausa, guardando con rammarico la sua attrezzatura tecnologica ribelle. «Niente fotografia, temo, per oggi. Mi dispiace davvero.»

«Capisco perfettamente,» rispose Fabio, cercando di mascherare una punta di delusione che gli stringeva il petto come una morsa sottile. «Ma se vuole tentare di riavviare il tutto o di trovare un punto con un segnale migliore, io resto qui ancora per un po’ - il parco è particolarmente piacevole stasera, e la luce, nonostante i miei problemi tecnici, rimane splendida.»

Propose l’alternativa con una galanteria che sperava non suonasse eccessivamente insistente, ma che tradiva il suo desiderio di prolungare quell’incontro inaspettato.

«Proverò,» concesse lei, tornando ad armeggiare con il dispositivo con una concentrazione quasi feroce, le sopracciglia aggrottate in un’espressione di determinazione che Fabio trovò incredibilmente affascinante.

Dopo alcuni minuti che a Fabio parvero un’eternità, scanditi da imprecazioni soffocate in quello che sembrava un misto di francese e qualche dialetto regionale, e dal ticchettio frenetico delle dita sulla tastiera, Fleur sembrò aver vinto la sua battaglia tecnologica.

Si girò verso di lui, un sorriso trionfante che le illuminava il volto come un’aurora boreale. «Eccomi, di nuovo operativa! Il problema era più semplice del previsto - a volte basta spegnere e riaccendere tutto per far funzionare la magia moderna.»

«Magnifico! Bentornata nel mondo dei connessi,» disse Fabio, sollevando con rinnovata speranza la macchina fotografica. «Con calma, mi raccomando, vediamo se riusciamo a realizzare questo scatto prima che il sole ci abbandoni del tutto...»

Proprio in quell’istante, mentre lei si muoveva con grazia innata per trovare una posizione che valorizzasse la luce calda del tramonto, il suo top si spostò di nuovo, complice un movimento un po’ brusco mentre sistemava il laptop. La stoffa scivolò leggermente di lato, scoprendo per un attimo fugace, quasi un battito di ciglia, la curva morbida e invitante di un seno.

Un dettaglio quasi impercettibile ai più, ma non all’occhio allenato e, diciamocelo, particolarmente sensibile del Professore. Un lampo di malizia birichina attraversò i suoi occhi scuri.

«Ooooh, devo confessare che ho un debole estetico per quando le, ehm, le forme più aggraziate si rivelano con tale spontaneità, quasi anticipando i vestiti che dovrebbero ricomporsi...» mormorò, a voce sufficientemente alta da essere udito, ma con un tono fintamente accademico. «Effetto sorpresa, diciamo! Un piccolo regalo della natura all’occhio dell’artista.»

Fleur si bloccò all’istante, fulminandolo con uno sguardo che avrebbe potuto incenerire un reggimento intero. Le sue guance si imporporarono di un delizioso rosa pesca che la rese ancora più affascinante.

«Ma lei è un... un...!» fu il suo commento non verbale, reso ancora più eloquente da un paio di occhiate truci che avrebbero fatto tremare un generale, seguito da un più esplicito: «Chiuda immediatamente gli occhiiii, vecchio marpione che non è altro!»

Fabio sollevò le mani in un gesto di plateale resa, ma il sorriso sornione non accennava ad abbandonare il suo volto. Anzi, sembrava divertirsi immensamente della situazione.

«Si stia tranquilla, signorina, stia fresca come una rosa di maggio!» rispose con finta solennità. «Dia pure un’occhiata al mio portfolio online, se le capita. Realizzo molti nudi artistici, sa? E le garantisco, nessuno di essi è minimamente volgare. Arte purissima, mia cara, sublime esaltazione della forma umana nella sua bellezza più naturale!»

«Sì, certo, ma presumo che le sue modelle siano consenzienti!» protestò lei, anche se una leggera, quasi impercettibile curvatura delle labbra tradiva un velo di divertimento sotto la finta indignazione. «Io non le ho dato il consenso di fotografarmi le... le grazie mentre cerco di mettermi in posa per un ritratto del viso!»

«Ma la prego, signorina! Le sue, ehm, grazie, come le chiama lei con tanta delicatezza,» disse Fabio, gustando ogni parola, «restano visibili per qualche breve, brevissimo istante, una fugace apparizione, poi gli abiti si... palesano nuovamente a ricoprire il tutto.»

Fabio usò il verbo ‘palesare’ con una lentezza e un’enfasi quasi teatrali, gustandoselo come un sommelier assapora un vino pregiato.

«Palesano...» ripeté Fleur, colpita dalla sonorità della parola. Un piccolo sorriso le spuntò sulle labbra, sostituendo gradualmente l’espressione di finta indignazione. «Elegante. Mi piace molto. Ha un suono così... solenne.»

«Eh, vede? Sono un uomo di una certa età, io. Utilizzo termini ricercati, quasi antiquati,» scherzò lui, lisciandosi il pizzetto con aria professorale. «È il fascino della vecchia scuola, mia cara.»

«No, affatto, è una parola forte: ‘palesano’. Ha un bel suono, quasi musicale,» disse Fleur, e sembrava davvero affascinata dalla scoperta linguistica.

«Bene, sono lieto che apprezzi il mio lessico,» disse Fabio, e approfittando di un’espressione particolarmente intensa e pensierosa sul volto di lei, mentre il sole al tramonto le accendeva i capelli di riflessi bronzei e le iridi di pagliuzze dorate che sembravano piccole stelle catturate in terra, scattò.

Un clic discreto, quasi inudibile, ma che catturò qualcosa di magico.

«Fatto. Ora avrò bisogno di qualche minuto per l’elaborazione, d’accordo? Per verificare se è emerso qualcosa di artisticamente valido.»

Fleur, nel frattempo, sembrava essersi incantata dal suono della parola appena imparata. Assunse un’aria buffonesca, strinse gli occhi in un’espressione teatralmente seria, e, con un accento improvvisato che era un esilarante miscuglio di parigino e chissà quale altra regione francese, declamò: «Ehilà, signor Palesano, si palesi immediatamente per un consulto urgente! Ho bisogno che lei mi palesi certi misteri della vita!»

Scoppiò poi in una risata argentina, fresca e incontenibile come una cascata di cristallo, che fece voltare un paio di passanti incuriositi e strappò un sorriso genuino anche a un anziano signore che stava portando a spasso il suo bassotto.

«Ahahahahaha! D’accordo, era una battuta terribile,» ammise subito dopo, coprendosi la bocca con una mano, come se si vergognasse della sua stessa facezia. «Ma non ho resistito!»

«Ma no, tranquilla, stava semplicemente giocando con le parole,» disse Fabio, intenerito e affascinato da quella sua spontaneità così disarmante e fanciullesca. «Era uno scherzo innocente e divertente. Adorabile testolina matta» era un’espressione che gli veniva naturale pensando a lei.

«Sì,» ammise Fleur, ancora scossa dai fremiti del divertimento. «Ahahahaha! Mi piace giocare con le parole nuove, è come scoprire piccoli tesori nascosti nella lingua.»

«Torno tra qualche minuto con il responso della pellicola, o meglio, del sensore digitale,» disse Fabio, alzandosi con l’agilità di un uomo più giovane dei suoi anni. Prese il suo laptop e la borsa della macchina fotografica. «Il mio studio è a due passi da qui, in Rue de Crequi. Se vuole attendere, le offro volentieri un caffè e potremo vedere insieme il risultato. Oppure, se preferisce, posso inviarle il file via email o messaggio appena pronto.»

Le fece un cenno galante con la mano, quasi un baciamano accennato che apparteneva a un’epoca più romantica e cortese.

Fleur lo guardò, un sopracciglio ancora elegantemente sollevato, ma con un’espressione che tradiva una curiosità crescente.

«Lei è strano sa?,» mormorò, ma poi ricambiò il cenno con un sorriso intrigante che prometteva sviluppi interessanti. «Un caffè sarebbe gradito, professore. Io intanto mi godo ancora un po’ di parco e ascolto della musica, se non le dispiace.»

«Balli, balli pure al ritmo che preferisce!» le gridò lui di rimando, già a qualche metro di distanza, intuendo che la sua musica sarebbe stata agli antipodi del suo amato, malinconico blues che aveva accompagnato le sue notti solitarie per troppi anni.

«Ci può scommettere! Darò spettacolo!» rispose lei, infilandosi un paio di auricolari colorati e iniziando a muovere la testa e le spalle a un ritmo invisibile, ma certamente energico e vitale.

Una decina di minuti dopo, mentre il Professore era ancora immerso nel suo piccolo studio invaso da libri d’arte, stampe fotografiche e l’odore acre ma familiare dei fissativi, intento a calibrare i toni e le luci dell’immagine appena scattata con la precisione maniacale di un orefice che lavora un gioiello prezioso, il suo smartphone vibrò sul tavolo ingombro.

Un messaggio da Fleur, tramite l’app di messaggistica - si erano scambiati i profili con la promessa di rimanere in contatto.

«Professore, temo di doverla abbandonare al suo caffè solitario. Mi sto annoiando terribilmente qui al parco, c’è un concerto blues e non incontra minimamente i miei gusti...»

Fabio alzò gli occhi al cielo con un sorriso divertito.

«Accidenti, signorina Dumal, non mi dica che non apprezza il blues?» le scrisse di rimando cogliendo al volo l’occasione per la sua consueta, bonaria, frecciatina musicale che aveva sempre usato per testare la personalità delle persone che incontrava.

«Il blues? Orrore puro!» fu la risposta immediata, seguita da una faccina che faceva la linguaccia e che strappò una risata genuina al Professore.

«Capisco, capisco,» digitò Fabio, scuotendo la testa con finta costernazione ma con un sorriso che si allargava sempre di più. «Senta, io sto ancora lavorando sulla sua immagine - gli ultimi ritocchi per renderla perfetta. Se decide di spostarsi, magari mi tenga aggiornato, così so dove recapitare l’opera d’arte, d’accordo?»

Pochi istanti dopo, una notifica illuminò lo schermo: «Fleur Dumal ha messo Mi piace alla tua Pagina Professionale Fabio Lazelli - Ritratti d’Autore.»

Fabio sorrise, genuinamente compiaciuto. Astuta, quella ragazza. Sapeva come muoversi nel mondo digitale con la stessa grazia con cui si muoveva nella vita reale.

Un altro messaggio da lei: «Così è più semplice seguire il suo lavoro. Comunque, mi trovo al Le Réservoir, un club molto carino qui vicino, sul Quai Romain Rolland, con vista sulla Saona. Mettono musica elettronica che adoro. Se vuole raggiungermi dopo aver ‘palesato’ la mia foto, io sono lì.»

«Oh, la ringrazio per il Mi piace e benvenuta nella mia selezionatissima, e ora ancor più prestigiosa, cerchia di estimatori virtuali,» rispose Fabio, con la sua consueta ironia elegante. «Non conosco questo Réservoir, ma immagino sia un luogo vibrante e pieno di vita. Termino l’elaborazione e le faccio avere il tutto. Un bacio volante nel frattempo.»

«È un club niente male, si balla bene e l’atmosfera è fantastica. A più tardi, allora. Ciao...»

«A più tardi, mia cara. Ciao.»

Trascorse più di un ora, durante la quale Fabio Lazelli lavorò con la concentrazione di un alchimista medievale, trasformando i pixel grezzi in qualcosa che, sperava, si avvicinasse alla sua visione artistica e catturasse l’essenza di quella ragazza straordinaria.

Quando fu finalmente soddisfatto del risultato - un ritratto intenso, dove la luce del tramonto accarezzava i capelli di Fleur come oro liquido e ne illuminava lo sguardo profondo e un po’ malinconico, nonostante il sorriso accennato che tradiva una gioia di vivere contagiosa - esportò l’immagine.

La nominò con cura:

“FleurDumal_Crepuscule_au_Parc_par_Lazelli.jpg”

e la inviò come allegato a un messaggio privato.

«Tenga, piccola musa temporanea,» scrisse, con un pizzico di solennità scherzosa che nascondeva una commozione genuina.

La risposta fu quasi istantanea, come se lei fosse stata in attesa davanti al telefono.

«Caspita, professore! Ma lei è bravissimo! È bellissima!»

Fabio sentì un calore sottile diffondersi nel petto, una sensazione che non provava da tempo. Era la reazione che sperava, ma che lo colpì con una forza inaspettata.

«Certo che sono bravissimo. E anche modesto, non trova?» rispose, non riuscendo a resistere alla tentazione di scherzare.

«Ahahah! Si, anche incredibilmente modesto, vedo!» ribatté lei, cogliendo perfettamente l’ironia. « Mi piace tantissimo, grazie infinite! Penso che la userò come nuova immagine del mio profilo social, se per lei va bene.»

«Ne sarei oltremodo onorato, mia cara,» replicò Fabio, con un piccolo inchino immaginario. Era una piccola, significativa vittoria che lo riempiva di soddisfazione professionale e personale.

«Certamente! Ora però deve assolutamente farmi vedere il suo portfolio online completo! Quello vero, non solo la pagina vetrina!»

«L’indirizzo del mio sito web è ben visibile sul mio profilo - non si comporti come la stragrande maggioranza delle persone che i profili altrui non li consultano mai con la dovuta attenzione, mi raccomando!» la canzonò lui, divertito dalla sua impazienza.

Una sfilza di faccine imbronciate e sbuffanti fu la sua eloquente risposta: «-.- TT .»

«Ancora con queste espressioni da fumetto?» la prese in giro Fabio.

«No, mi sono stufata. Mi arrendo alla sua superiorità tecnologica e andrò a cercarlo...»

« Attenda un istante - la carico direttamente sulla pagina dedicata del mio sito e le invio il link specifico, così non si affatica troppo.»

Dopo qualche minuto di febbrile attività online da parte del Professore, Fleur scrisse di nuovo, il tono improvvisamente più serio e quasi imbarazzato.

«Accidenti, leggo solo ora dalla sua biografia sul sito che lei è un vero appassionato di blues, e lo suona pure con la chitarra... Che figura barbina ho fatto prima, criticando il genere! Mi perdoni!»

Fabio rise di cuore, una risata genuina che risuonò nel silenzio del suo studio. «Ma si figuri, non si preoccupi affatto! Lei è giovane, ha tutto il tempo per redimersi e apprezzare la vera musica! È perdonata.»

«Oh, grazie mille, vostra magnificenza.»

«E poi, diciamocelo, lei è decisamente più che carina anche nelle sue foto non ufficiali - ho dato una rapida occhiata al suo profilo social,» aggiunse Fabio, che aveva, ovviamente, già fatto le sue ricerche, da buon investigatore della bellezza. «La foto ufficiale è davvero bella.»

«Ah, la foto del profilo pubblico, intende?. Ma è un caso! Un colpo di fortuna!»

«Un colpo di fortuna cosa? Quella non è certo una fotografia da modella ritoccata allo sfinimento, si percepisce chiaramente che lei, al naturale...»

«Ma io non sono realmente così! Quella l’ho selezionata con cura certosina perché era venuta particolarmente bene, un allineamento astrale favorevole! Di solito, gliel’ho già detto, sembro una specie di scoiattolo iperattivo e in formato tascabile!»

E, a riprova delle sue affermazioni, allegò un link a una sua galleria fotografica pubblica, un caleidoscopio di selfie buffi, smorfie, foto di gruppo con amici dall’aria altrettanto vivace, e qualche scatto artistico di paesaggi urbani che rivelava un occhio non privo di talento.

Fabio aprì il link e un sorriso sincero gli si dipinse sul volto. Era vero, c’era un’energia quasi incontenibile in quella ragazza, una vitalità che traspariva da ogni immagine. Ma definirla uno scoiattolo era riduttivo e ingiusto. Era affascinante, nella sua imperfetta e vibrante umanità.

«Senta, signorina Dumal - innanzitutto, devo confessarle che, purtroppo per la mia autostima, rientro anch’io nella categoria dei miniaturizzati lol. Non arrivo al metro e settanta neanche se mettessi tacchi alla Elton John. E, cosa ben più grave, sono anagraficamente VECCHIO - quindi siamo quasi pari.»

«Ma professore, lei è bravissimo, un vero artista!» esclamò lei, avendo evidentemente dedicato qualche minuto in più all’esplorazione del portfolio online di lui, che spaziava dai ritratti intensi ai nudi artistici, fino a composizioni quasi astratte. «Che rabbia, però! La fotografia che mi ha scattato al parco, per quanto bella, non è all’altezza di queste altre sue opere magnifiche!...»

«E comunque sia, tornando per un istante alla sua foto del profilo,» commentò Fabio, con un sorrisetto sornione, incapace di resistere alla sua fissazione preferita, «quelli sono occhi veri, profondi e sinceri, e quelle sono curve autentiche e magnifiche - se mi concede il termine un tantino ardito. Tesoro mio - mi permetta questa piccola libertà affettuosa - la stragrande maggioranza delle fotografie che lei ammira sul mio sito non sono il frutto di scatti estemporanei realizzati in fretta e furia in un parco pubblico al tramonto, per quanto suggestivo. Sono il risultato di ore di preparazione, pose studiate nei minimi dettagli, un controllo maniacale delle luci da studio e la scelta accurata di location che esaltino il soggetto.»

Fleur sembrò ignorare completamente la dotta spiegazione tecnica, la sua mente che si era agganciata come un rampino all’ultima parola usata dal Professore.

«Ardito.... Caspita, mi piace un sacco come parla lei, professore - ardito!!!! Suona così avventuroso! Ehilà, bel giovane ardito, ha mica da accendere? Oppure: Signora Contessa, il suo ardito ammiratore le porge i suoi omaggi e un mazzo di rose colte con ardimento nel giardino del Duca!»

E seguì una pioggia di emoticon che si sbellicavano dalle risate, rotolando virtualmente sullo schermo.

«Se continua così prima o poi le infliggo una punizione corporale - la avverto!» minacciò scherzosamente Fabio, divertito da quella sua capacità di prendere una singola parola e costruirci sopra un teatrino.

« Sto letteralmente morendo dalle risate! Aiuto, chiamate un’ambulanza!»

«Nossignore, non si azzardi a morire! Altrimenti chi si presterà più come mia modella gratuita e inconsapevole?»

«Fa un caldo infernale per ridere con questa intensità! E poi, qui al Réservoir, penseranno che sono completamente uscita di senno, a sghignazzare da sola davanti al telefono...»

«Ah, e perché, non è forse la verità?» la stuzzicò lui, sapendo di toccare un tasto sensibile e divertente.

La risposta fu una faccina imbronciata, seguita da: «Sto affilando i miei spilloni da bambolina Voodoo e preparando un infuso di erbe malefiche apposta per lei, professore.»

«Ad ogni modo, signorina Dumal, cambiando argomento,» disse Fabio, tornando a un tono più professionale, ma sempre con un sottofondo di calore, «se ha tempo e voglia, dia un’occhiata al mio album di ritratti digitali. Sono opere a cui tengo particolarmente, realizzate interamente a mano con una tavoletta grafica e un software di pittura digitale. Credo potrebbero interessarla.»

«Controllo immediatamente, professore! Volo a vedere!»

Passò qualche istante di silenzio virtuale.

«Ma lei è quello con la chitarra nella fotografia del suo profilo personale su Facebook? Quella in bianco e nero, un po’ vissuta?»

«Sì, in carne ed ossa o meglio, in pixel e memorie,» confermò Fabio.

«Assomiglia a Buffalo Bill! Con quel pizzetto e l’aria da avventuriero!

«Buffalo Bill non me l’aveva mai detto nessuno, ma potrebbe esserci del vero!»

«Yee-haw! Al galoppo, Professore!»

Fabio sorrise tra sé. “Che adorabile, piccola matta che è... Ma una matta di quelle che ti rallegrano l’esistenza.

«Ma è incredibile come suona la chitarra! E con quei baffi e quel pizzetto ha proprio l’aria da personaggio! Un vero artista!» Poi aggiunse, con un tono che suggeriva un gesto immaginario: «Le tiro il pizzetto, sappia!»

«Be’, sono certamente un personaggio, questo fuor di dubbio.»

Proprio in quel momento, lo smartphone di Fleur squillò di nuovo, questa volta con la suoneria inconfondibile e un po’ invadente che aveva assegnato a sua madre.

«Oh, no! Mamma chiama per la cena! Devo scappare, professore, mi perdoni! A prestissimo!»

E con la stessa imprevedibile rapidità con cui era entrata nella sua orbita quel tardo pomeriggio, Fleur Dumal svanì dalla chat, lasciando il Professor Fabio Lazelli con un sorriso divertito stampato sulle labbra, una fotografia digitale che già amava, e un vago, piacevole senso di aspettativa per il loro prossimo, certamente inevitabile, contatto.

Il sole era ormai tramontato completamente, lasciando Lione avvolta in un manto di luci dorate che si riflettevano sulla Saona. Fabio rimase ancora qualche minuto nel suo studio, guardando la fotografia di Fleur sullo schermo del computer, e per la prima volta da molto tempo, sentì qualcosa di nuovo nella vita.