le cronache di voragor

Summary

Da vent'anni, una città sorge attorno alla Voragine, un abisso che affonda per cinquanta piani e custodisce tesori, magie dimenticate e mostri mai visti sulla superficie. Ogni giorno, avventurieri da ogni angolo del mondo si radunano alle sue porte, sognando gloria, ricchezza e fama... ma pochi tornano indietro. Tra le taverne affollate, le fucine incandescenti e i mercati colmi di promesse, nove figure si muovono senza conoscersi. Diversi come il giorno e la notte, ciascuno con un segreto, una ferita o un desiderio. Nessuno di loro immagina che i loro destini siano intrecciati da un filo invisibile, e che presto scenderanno insieme oltre i confini conosciuti. Perché la Voragine non è solo un dungeon da esplorare. È un giudice silenzioso, un enigma che divora e restituisce, e che attende coloro che avranno il coraggio di sfidarlo. ⚔️ Intrighi di gilde. 🩸 Battaglie disperate. 🌑 Segreti antichi che non vogliono essere svelati. In una città dove il valore di un uomo si misura dalla profondità che ha osato affrontare, un gruppo di sconosciuti cambierà per sempre il destino del mondo.

Genre
Fantasy
Author
C
Status
Ongoing
Chapters
2
Rating
n/a
Age Rating
18+

Chapter 1 | L’INIZIO DEL PERCORSO

Il mattino portava odore di ferro caldo e pane dolce. La città di Voragor si svegliava con cigolii di carrucole, montaggi di tende da botteghe, risate già stanche nei cortili, squilli di martello sulle incudini del Distretto dell’Acciaio. Ogni rumore sembrava fondersi in un coro stonato, ma incredibilmente vivo, capace di dare l’idea di una città che non dormiva mai davvero. Da vent’anni l’Abisso al centro del mondo —la Voragine— spingeva gli uomini a costruire anelli di pietra attorno al suo respiro. E da vent’anni, quel respiro era diventato parte integrante della vita quotidiana.

Oggi, come ogni giorno, l’aria che saliva dalle profondità era una promessa e una minaccia. Una corrente fredda che accarezzava le facciate umide, facendo sventolare stendardi sbiaditi e gonfiando mantelli messi ad asciugare su corde tese. Ogni alito sembrava portare con sé un richiamo silenzioso, un sussurro antico che risvegliava sogni e paure in chiunque osasse ascoltarlo troppo a lungo. Alcuni vi sentivano la voce delle divinità, altri l’eco di mostri che si agitavano negli oscuri abissi. Ma nessuno osava davvero ignorarlo: la Voragine era presenza costante, come un dio che osserva e giudica senza bisogno di parlare.

Per le strade del Distretto dell’Acciaio si aggirava un uomo. I capelli bianchi, lunghi e scompigliati dal vento, cadevano sulle spalle come fili d’argento, incorniciando un volto segnato da rughe profonde e da una barba folta, anch’essa candida. Nonostante l’età che traspariva dai lineamenti, non c’era debolezza nei suoi movimenti: ogni passo era misurato, stabile, come quello di chi ha camminato in terre lontane e conosce bene il peso del proprio corpo. Gli occhi, nascosti dietro spessi occhiali da viaggio dalle lenti scure, sembravano sempre intenti a scrutare orizzonti che altri non potevano vedere.

Indossava un pesante mantello azzurro, largo e pratico, consunto ai bordi, che oscillava leggero a ogni suo passo. Sotto di esso, vari strati di stoffe legate con fibbie e lacci, scelti più per funzionalità che per eleganza, davano l’impressione di un uomo pronto ad affrontare qualunque viaggio. Le cinghie che lo attraversavano da spalla a fianco reggevano una moltitudine di sacche e tasche, ognuna colma di strumenti, provviste o reliquie raccolte chissà in quali viaggi. Sulla schiena, uno zaino enorme, quasi sproporzionato, sembrava contenere il peso di una vita intera: rotoli di tela, borracce, pacchi legati con corde, piccoli manufatti metallici e chissà cos’altro.

Camminava tra le bancarelle senza fretta, osservando con attenzione ogni oggetto esposto. I banchi del distretto offrivano di tutto: cibo sottovuoto pronto per le spedizioni, armi forgiate dai migliori fabbri, artefatti incisi con rune antiche, armature pesanti e leggere, strumenti d’ogni sorta. Era il cuore pulsante della città per chiunque volesse scendere nella Voragine. Ogni esploratore passava almeno una volta di lì, e il viavai era incessante: mercanti che gridavano le proprie offerte, soldati che controllavano la merce, avventurieri che contrattavano con sguardi torvi.

L’uomo osservava, e osservando, pareva sempre più vigile. Non era solo curiosità: era l’abitudine di chi sapeva che il pericolo poteva nascondersi ovunque, anche in una via affollata sotto il sole del mattino.

Fu allora che notò una scena particolare. A una bancarella che vendeva cibo confezionato sottovuoto, un piccolo bambino, approfittando della distrazione del mercante, afferrò con mani tremanti alcuni pacchetti e corse via, rapido come un topo tra le gambe della folla. Ma l’occhio esperto del venditore lo colse di sfuggita.

«Al ladro! Al ladro!» gridò il mercante, afferrando un bastone. «Furfante, torna qui con il mio denaro!»

Con furia improvvisa, si lanciò all’inseguimento. Il suo urlo squarciò il frastuono del distretto, attirando sguardi e commenti. Alcuni si fermarono a osservare, altri scrollarono le spalle come se fosse una scena già vista troppe volte.

L’uomo —Grim, come solo più tardi avrebbe rivelato— guardò la scena con calma glaciale. Non si mosse per fermarla, non si scompose: continuò semplicemente a camminare, come se tutto ciò fosse parte della normalità quotidiana. E in effetti lo era: la fame spingeva i bambini ai furti, la rabbia spingeva i mercanti alla violenza. Era una danza ripetuta, che pochi consideravano degna di attenzione.

Ma qualche minuto più tardi, in un vicolo stretto e umido, l’uomo si imbatté di nuovo nei due protagonisti della fuga. Il mercante aveva raggiunto il bambino, che piangeva accasciato a terra, stringendo i pacchetti con disperazione. A frapporsi tra loro, una piccola creatura svolazzava leggera: una fata, dalle ali trasparenti e luminose, che schivava con grazia i colpi rabbiosi del bastone.

Grim sospirò. Era pronto a tirare dritto, come aveva fatto fino a quel momento, ma lo sguardo si posò sul bambino e sui suoi occhi bagnati di lacrime. Qualcosa dentro di lui si mosse, un ricordo forse, un’eco del passato. Con passo lento, uno dopo l’altro, si inoltrò nel vicolo.

Quando il mercante calò un colpo diretto al piccolo, Grim lo fermò con una sola mano, afferrando il bastone a mezz’aria e strappandoglielo via con un gesto secco. La sua voce risuonò grave: «Quanto?»

Il mercante lo fissò, sorpreso. «Quanto cosa?!» «Quanto costa quello che ti è stato preso?» «Otto monete d’argento» rispose, con tono ancora pieno di rabbia. «Pagherò io per lui.»

Il venditore fece un tsk, serrando le labbra. «Basta che mi venga dato quello che mi spetta. Non mi importa chi paga.»

Grim aprì la sacca delle monete. Dentro rimanevano appena nove monete d’argento. Per un momento chiuse gli occhi, sospirando. Poi ne prese otto e le porse. L’uomo le afferrò con avidità, guardandolo con disprezzo. «Stai facendo un errore a proteggere un ladruncolo.» «Hai i tuoi soldi. Adesso vattene» replicò Grim, calmo e fermo.

Fu allora che la fata, fino a quel momento silenziosa, intervenne con voce squillante: «Già! Vattene, schifoso energumeno! Te la prendi con i più deboli, senza alcun riguardo nemmeno per un bambino!» E gli mostrò la lingua con aria di sfida.

Il mercante la fissò un attimo, incredulo, poi si allontanò borbottando. Grim, invece, si abbassò verso il bambino, raccolse i pacchetti e glieli tese. Il piccolo allungò le mani, ma l’uomo le sollevò all’ultimo. «Come ti chiami, piccolo?»

Il bambino esitò, poi mormorò: «Io sono Ijop… adesso dammi quel cibo, le mie sorelle hanno fame.»

«Io sono Grim» disse l’uomo. «Ricorda, se devi rubare, non farti scoprire. Altrimenti, se ti arrestano, chi sfamerà le tue sorelle?»

La fata si intromise, librandosi davanti a loro. «Io sono Aevalith Moonshade! Un piacere conoscervi» disse, facendo un inchino. Poi rivolse un sorriso al bambino: «Ti eri cacciato in un bel guaio, eh? Sei stato fortunato a incontrare noi!»

Grim la guardò attentamente. La creatura era alta appena trenta centimetri, con volto delicato, pelle chiara e lentiggini che ne esaltavano la giovinezza. I suoi occhi, grandi e verdi, brillavano di energia vitale. I capelli rosso fuoco, intrecciati in una lunga treccia, erano adornati di foglie e ramoscelli intrecciati a formare una piccola corona naturale. Indossava un abito verde e oro, decorato con ricami sottili e un corpetto elegante che scintillava di luce propria. Le ali trasparenti, ampie come quelle di una libellula, diffondevano bagliori dorati e riflessi smeraldo.

Grim la spinse delicatamente di lato, ignorandola. «Heeeei! Stavo parlando!» protestò lei.

Senza badarle, l’uomo disse al bambino: «Piccolo, se vuoi una moneta d’argento, portami alla gilda di questo settore.» «Heiii! Non ignoratemi! Anch’io sono qui con voi!» brontolò Aevalith.

Ijop annuì di scatto. «Certo, signore! La porto subito! S-s-si sbrighi, da questa parte!» «V-vengo anch’io!» disse la fata, svolazzando. «Anch’io cercavo una gilda.»

I tre camminarono fino a un parco artificiale. Al centro sorgeva una struttura imponente, così grande che dominava l’intero spazio circostante. Davanti all’ingresso, il bambino si fermò. «Eccoci, signore. Questa è la gilda delle Ali Dorate, una delle più forti della città, rispettata persino dai nobili.»

Poi tese le mani, con occhi speranzosi. Grim estrasse una moneta d’argento e, con uno schiocco di dita, la fece volare nelle sue palme.

«Grazie, signore!» gridò Ijop, correndo via felice.

Aevalith si posò sulla spalla di Grim. «Allora questa è la gilda? Bene. Entriamo!»

Grim si avvicinò alla porta e la aprì…