CAPITOLO 1: L’ABBANDONO
Della mia infanzia non ricordo molto. Ho ricordi come immagini, come sogni che affiorano ogni tanto alla mente. Ricordo il sole illuminare un vasto terreno, un vecchio dalle mani sporche di terra, lavorare dal giorno alla notte senza sosta. Ricordo le mucche e i cavalli pascolare e correre, forse, fino al tramonto.
All’arrivo della sera, la mia mente associa l’immagine di una topaia fatta di legno e fumo. Dentro, sentivo voci, tante voci. Ridevano, discutevano, vivevano. Non so dire chi fossero esattamente, ma sentivo di appartenere a quel posto.
A ricordarmi di quel tempo è una vecchia lettera, rovinata dall’umidità. L’inchiostro è sbiadito, ma sul retro resiste un disegno che raffigura sette figure.
Due sono anziani, hanno il volto di chi ha lavorato per tutta la vita. Gli altri quattro sembrano fratelli e sorelle: giovani, semplici, con l’aria di chi conosce la fatica ma non ha perso il sorriso.
L’ultima figura è quella che non so spiegarmi. Indossa una tunica di seta, più raffinata e curata rispetto agli abiti modesti degli altri. Sul petto porta una fondina a croce, ben visibile, da cui spuntano piccoli pugnali da lancio. Non ha l’aria di un contadino.
Nonostante i volti stanchi e le mani consumate, i sette sono ritratti in un momento di spensieratezza e allegria.
In basso, sotto il disegno, sopravvivono ancora alcune parole, sebbene incerte e irregolari. Dovevano far parte di un discorso ben più ampio, ma si scorge soltanto:
“…Degno del tempo…
La liceità muore nella legittimità delle azioni”
Di quella famiglia non so più nulla. Ma quella carta la porto ancora con me.