Cuori necrotici

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Summary

Il vicolo puzzava di formaggio scaduto e… boh, forse anche di muffa animata. Io avanzavo zoppicando, un piede davanti all’altro con la grazia di un sacco di patate imbizzarrito. Mozzo—non lui, l’altro Mozzo—il mio unico pensiero umano rimasto, era sparito chissà dove, lasciandomi sola a fare conversazione con topi dal pelo rado e gatti che mi osservavano come se fossi l’ultima novità in un menù a base di carne putrefatta.

Genre
Humor
Author
emanuela631
Status
Complete
Chapters
1
Rating
n/a
Age Rating
16+

Chapter 1

Capitolo 1 – Incontri mancati

Il vicolo puzzava di formaggio scaduto e… boh, forse anche di muffa animata. Io avanzavo zoppicando, un piede davanti all’altro con la grazia di un sacco di patate imbizzarrito. Mozzo—non lui, l’altro Mozzo—il mio unico pensiero umano rimasto, era sparito chissà dove, lasciandomi sola a fare conversazione con topi dal pelo rado e gatti che mi osservavano come se fossi l’ultima novità in un menù a base di carne putrefatta.

Ogni passo era una piccola sfida: un tappo di bottiglia rotolava sotto il mio piede, un sacchetto di plastica svolazzava come se mi stesse salutando, e un omino scheletrico appoggiato a un muro sembrava guardarmi con un’espressione tra il curioso e il “perché sei ancora viva, eh?”. Io ridevo… o meglio, rantolavo in una maniera che somigliava a una risata, mentre cercavo di avanzare senza inciampare in nessun altro residuo urbano.

E poi lo percepii. Non con gli occhi—quelle orbite vuote non servono a molto—ma con qualcosa dentro, un brivido antico che ricordava l’amore, o almeno un’eco lontana di esso. L’ombra di lui. O di quel che pensavo fosse lui. Il cuore, quello che ancora batteva come poteva, fece un balzo… o forse era solo un colpo di vento che mi fece cadere un pezzo di mandibola.

Provai a chiamarlo, ma la mia voce uscì come un miscuglio di rantoli e sbuffi. “Ehi… tu… qui… forse?” L’eco del vicolo mi rispose con un “graaaaah?” che poteva essere un sì, un no o un saluto sarcastico degli spiriti locali.

Decisi di avvicinarmi. Ogni passo era un piccolo sforzo, perché i miei arti non collaboravano più come un tempo. Scivolai su un tappeto di foglie secche, finii seduta in un bidone e, prima che potessi rialzarmi, una lattina vuota rotolò giù da un balcone come se il mondo si divertisse a complicarmi la vita.

Fu allora che lo vidi davvero. L’ombra si muoveva dietro un angolo, zoppicando con la stessa goffaggine che avevo io. Per un momento, le orbite vuote e pallide erano incredibilmente familiari, e un ricordo umano mi attraversò: una risata notturna, una promessa dimenticata, un bacio sotto la pioggia, che nessuno dei due ricordava del tutto, eppure sentiva ancora.

Provai a lasciargli un messaggio… o meglio, un oggetto. Una scarpa vecchia, con un po’ di pelle rimasta, cadde vicino ai suoi piedi senza fargli troppo male. Lui la guardò, piegò la testa da un lato e, dopo un attimo, pensai di vederlo sorridere… almeno come poteva un zombi.

E proprio mentre avanzavo per avvicinarmi, un lampo tremolante di un lampione morente illuminò il vicolo. Una figura scheletrica cadde da un balcone, proprio davanti a me, e io, cercando di evitarla, inciampai su una lattina e rotolai giù per un piccolo gradino. Lui mi vide… e poi sparì dietro un angolo.

Respiro affannoso, ossa che dolono, pelle che si stacca… eppure un sorriso tragico si disegnò sulle mie labbra putrescenti. Ci stavamo cercando. Ci stavamo trovando… e allo stesso tempo, il mondo sembrava divertirsi a tenerci lontani.

Riuscii finalmente a rialzarmi, più putrescente che mai, e decisi di non arrendermi. Il vicolo era un labirinto di immondizia, lattine, rifiuti umani e animali sospettosamente curiosi. Ogni passo era una danza sgraziata: inciampai su un vecchio scaffale, rotolai dentro un mucchio di cartoni e, per un momento, pensai che il mondo si divertisse solo a vedermi cadere.

Lui era là, qualche metro più avanti, e mi osservava. Le orbite vuote sembravano brillare di qualcosa… un ricordo di noi, forse. Io cercai di chiamarlo, ma il mio suono uscì come un miscuglio di rantoli, sbuffi e parole incomprensibili. Lui rispose con un suono che poteva essere un “ti vedo” o un “aiuto”, e ci lanciammo sguardi di pura disperazione romantica.

E allora succede il caos perfetto: Mozzo, il nostro cane zombi eroico, decide che il suo ruolo principale è intralciare tutto. Salta dentro un bidone della spazzatura, fa cadere un sacchetto di rifiuti direttamente sulla mia testa, e corre verso un gatto che lo osservava con malcelata superiorità. Io mi rialzo, cercando di liberarmi dalla spazzatura, e lo vedo: lui cerca di aiutarmi, ma inciampa su un osso, rotola giù per un gradino e finisce dentro una tinozza di rifiuti puzzolenti.

Mi sento come se stessimo partecipando a un balletto tragicomico organizzato dal mondo stesso. Eppure, ogni gesto, ogni caduta, ogni incidente grottesco ci avvicina emotivamente, anche se fisicamente siamo sempre separati.

Provo a lanciargli un oggetto: una vecchia tazza umana, forse per distrarlo o forse come messaggio. Lui la prende, ma nel tentativo di capire cosa farne, la tazza cade, rotola e lo colpisce leggermente in testa. Io rido… o almeno provo, facendo uscire un suono tra un rantolo e un colpo di tosse.

Poi arriva un nuovo ostacolo: un lampione tremolante si spegne, e con lui l’ombra del mio amato zombi scompare. Io lo inseguo, inciampo ancora su lattine, scatole e resti di cose dimenticate da esseri umani che non esistono più. Ogni passo è un rischio, ma anche una speranza.

Un ricordo umano mi attraversa improvvisamente: una passeggiata notturna, le nostre mani sfiorandosi, un bacio che sembrava eterno. Ora quei ricordi sono frammentari, incompleti, eppure incredibilmente vivi dentro di me. Il contrasto tra il comico delle nostre cadute e la dolcezza di quei ricordi mi fa quasi piangere—o almeno qualcosa che somiglia a un pianto.

Finalmente lo vedo, a pochi metri di distanza. Le orbite vuote sembrano scintillare di riconoscimento. Mi avvicino, lui si avvicina… e poi, il colpo di scena. Una porta si apre improvvisamente, facendo cadere un vaso di terracotta che si frantuma tra di noi. Lo spavento ci separa ancora una volta.

Respiro affannoso, ossa doloranti, pelle che si stacca… eppure, un sorriso tragico si disegna sulle mie labbra putrescenti. Ci stavamo cercando, ci stavamo trovando, e il mondo sembrava divertirsi a tenerci lontani.

E mentre mi fermo, ansimante, con Mozzo che mi osserva orgoglioso del caos appena creato, capisco una cosa fondamentale: il nostro amore è ridicolo, maldestro, tragico e grottesco… ma incredibilmente vivo. O forse meglio dire, incredibilmente necrotico.

E proprio quando penso che il peggio sia passato, un’ombra improvvisa si staglia dietro di lui. Qualcuno o qualcosa lo osserva… e il mio cuore necrotico fa un salto. Non abbiamo ancora vinto questa partita, eppure so che continueremo a cercarci, inciampando, ridendo e rantolando, fino a ritrovarci davvero.