UNA PUZZA DI CAPRE SCALDASEDIE
I. UNA PUZZA DI CAPRE SCALDASEDIE
“Non mi erano per nulla mancati certi ambienti, aromatizzati di sporco e sudore. Tutta gente nient’altro che capre, capre ignoranti. Una puzza di capre scaldasedie. ‘ho perso il foglio…!’ Piangono. Quando ero bambino io, i ragazzi erano più rispettosi! Su questo potrà concordare anche lei, immagino.”
'Achh' tossì il dottor Gambalina, interrompendo il paziente. Era un uomo severo sui sessant’anni, con i capelli bianchi e un camice bianco e grigio. In qualunque situazione, in qualunque posto ed in qualsiasi momento, il dottor Gambalina indossava degli occhiali neri da sole abbinati a delle scarpe degli anni ‘60 di cuoio nere. Il motivo rimaneva un mistero. Il suo studio era la sua casa: l’aveva decorato con cuscini bianchi e quadri gioiosi con barzellette, arte e immagini di serena acqua tropicale. E non appena uscito di lì non vedeva l’ora di mettere piede in casa sua, abbracciare sua moglie e giocare con i suoi nipotini in attesa del pranzo. Mostrava il suo lato dolce solo a casa.
“Mamma mia se mi sale il nervo buono quando sento queste frasi da lattanti, sfottenti e svogliati a cui altro non interessa al di fuori di abbigliamento di marca! ‘Suini’ meriterebbero come risposta. Si muovono iperattivi in gregge, Facendoci cadere i fogli e le valigette. Non sa cosa significa essere umiliati da dei bambini! ”
“Achh achh achh” tossì ancora il signor Gambalina, diventando bordeaux in faccia. Non riusciva a smettere. Si chinò verso il basso tendendo la mano sulla bocca.
“Vuole… una mano?” Suggerì Riccardo, ma l’altro fece segno di no con la mano, tossendo ancora di più. Si riprese e bevette un sorso d’acqua.
‘Chm chm’ si schiarí la voce e continuó.
“Non ricordava qualcosa di simile quando c’è stato lei? sono così tanto terribili questi ragazzi?’”
Si fermó, guardando fisso negli occhi del cliente, come se cercasse di leggergli i pensieri.
‘Non parla, forse, da uomo straziato dal fallimento?” domandò lentamente, con cautela. Appoggió il bicchiere sul tavolino di legno bianco. Riccardo sbuffò.
“No, dottore, mi creda! Non sanno che razza di insegnante hanno cacciato quei laureati! e poi, a 13 anni io morivo nei libri: non andavo in giro per i corridoi a mostrare scarpe costose !”
“Pensa che quei ragazzi, svogliati e ribelli, siano più o meno felici di lei?”
Riccardo iniziò a parlare più velocemente.
“Io ero solo il meglio, il meglio era la mia felicità, non potevo certo essere felice con una decina di insufficienze attaccate al frigo!”
“Oggi è più agitato del solito?”
“Mi agito quando racconto la mia storia”
Appoggiò la schiena nella poltrona e si calmò, sospirando.
“Non si agiterebbe di più se NON la raccontasse?”
“Naturale, sennò non sarei qui!” Distaccò il dorso, di nuovo, dallo schienale.
“Ma mi spieghi meglio, le piace o no essere un professore di matematica!? cosa le piace fare?”
“Ma ovviamente si, la matematica è la mia carriera, e l’insegnamento però passa in secondo piano. Mi piace scrivere nei ritagli di tempo, le parole sono la mia più potente arma, dopo i numeri, certamente. Mia nonna diceva che ero talentuoso e la mamma che avrei dovuto fare il musicista. D’altronde, solo musica migliore in casa nostra! ”
“E invece quali sono stati i suoi primi sogni ?”
“Beh, volevo fare, appunto, il musicista o il poeta, non pensavo ancora alla matematica”
“Ma non erano, questi, sogni di sua madre e di sua nonna?”
“Erano buone idee, che poi sono diventati i miei sogni”
Cominciò a muovere la punta del piede su e giù per il tappeto bianco sotto ai piedi.
“Non erano forse LORO idee, e i LORO sogni?”
“Dottore! Mi sta facendo innervosire: Direi che la seduta possa considerarsi conclusa!”
Alzó il tono della voce e si alzó di scatto dalla poltrona rossa toppata, che spesso puzzava di fumo. Infatti la segretaria del dottore, la signora Peggys, aveva la sigaretta in bocca ogni volta che Riccardo entrava nello stabilimento, e come neanche un incendio, l’uomo non riusciva nemmeno a vedere dove fosse l’orologio bianco nella sala d’attesa. Riusciva solo a sentirne il drastico, fastidioso e altalenante ticchettio. Raccolse la valigetta da terra e si diresse verso la porta.
“Fermo! e adesso mi ascolta! perché sono pieno fin qui di sopportare la sua arroganza: Lei è qui per farsi curare, non per difendersi. Se esce da quella porta, i problemi peggioreranno: sua moglie non vorrà mai più neanche guardare nella direzione di un tale fallito, nervoso e rabbioso vecchiaccio. Se invece si degnerà di posare la sua stramaledetta valigetta che non ha mai mollato da quando la conosco, e prendere sul serio quello che stiamo facendo qui, vedrà che le cose inizieranno a sembrare meno gravi. Non perché sistemate ma perché le guarderà da una diversa posizione. Le sto offrendo un nuovo punto di vista: sa benissimo che anche se la sua bambina si sveglierà dal coma, non potrà comunque vederla perché la madre la porterà a casa con lei.”
Fece una pausa quasi teatrale e spostando le spalle dallo schienale, inclinó la testa verso la porta.
“Le fa male, questo? Le fa male temere di non piacere più a sua figlia? lei desidera attendere un risveglio con abbracci da fiaba, frasi dolci, e altre fantasie. Ma temo che niente del genere potrà mai accadere se non mette quel didietro fallito sulla poltrona. Per carità del signore, si sieda!” continuò lui.
Colpito nell’orgoglio, Riccardo abbassò lo sguardo, ancora un po’ arrabbiato. Poggió nuovamente la valigetta e si buttò seduto sulla poltrona rossa. Alzó la testa e guardó dritto negli occhi il dottore seduto davanti a lui, a distanza di uno o due metri. Con un tavolino che li separava.
“All’inizio volevo fare lo psicologo, ma non coincideva con quello in cui risultavo bravo fare a scuola” Silenzio profondo.
Il signor Gambalina estrasse la penna dalla tasca in alto del camice bianco e scrisse sul quaderno bianco. ‘Il soggetto è consapevole, deve dunque imparare ad avere pazienza durante il percorso terapeutico.’ Poi alzó la penna e guardó il suo paziente.
“Eppure ha detto che i suoi amici le facevano notare la sua bravura nell’ascoltarli e nel dargli consigli, mi sembrano buone attitudini per questo tipo di mestiere” gli fece osservare.
“Si ma… non lo so… non ero capace di ascoltare me stesso, figuriamoci gli altri. Sennó non sarei qui.”
“Ok… allora al posto di partire da un punto a caso, partiamo dall’inizio della sua storia, si parte sempre da lì di solito.”
“Va bene, allora parliamo dell’incendio…? ”
“No, ancora più indietro: la sua infanzia”