Capitolo I
2013, New York, Manhattan, Ospedale Civico
Simon Zelten si svegliò con la ferma certezza di stare morendo. Il petto gli bruciava così forte che respirare era quasi impossibile. Il dolore era così schiacciante che avrebbe voluto gemere, ma non aveva la forza. Per un attimo, il vecchio pensò di essere già finito all’inferno.
Dopo qualche secondo, cominciò a distinguere una luce dietro le palpebre chiuse. Poi un rumore, dapprima lontano, che lentamente si trasformò in suoni chiari. Il bip monotono delle macchine. Le voci delle infermiere che parlavano dei suoi battiti.
Con enorme sforzo, Simon aprì gli occhi e vide il volto di un’infermiera chinata su di lui. Lei gli sorrise con dolcezza.
— Come si sente?
— Mi fa male il petto —mormorò a fatica. Provò a tossire, ma il dolore lo fermò subito.
— Aumenterò la dose di farmaci, così starà meglio, rispose l’infermiera.
— Ho pensato che fosse la fine, disse l’anziano, cercando un sorriso incerto.
— Lo abbiamo pensato tutti, replicò lei. Ma il dottor Mindelheim non l’ha lasciata andare.
Sorrise ancora e aggiunse:
— Ha mani straordinarie. Ha lavorato su di lei per quattro ore. Grazie a lui, il suo terzo infarto non è stato l’ultimo.
Per un attimo la stanza si offuscò davanti agli occhi di Simon. Poi i monitor cominciarono a suonare freneticamente, seguendo il ritmo impazzito del suo cuore.
— Chiamo subito il medico! —esclamò l’infermiera spaventata.
— Non serve, disse Simon, cercando di controllarsi. Va tutto bene.
La fissò con uno sguardo deciso, cercando di convincerla che era davvero così.
— D’accordo —cedette lei—. Ma deve riposare. Se ha bisogno, prema il pulsante. —Indicò un piccolo interruttore rosso accanto al letto.— Il medico la visiterà più tardi.
— Il dottor… Mindelheim? —chiese Simon.
— Forse —rispose l’infermiera—, se sarà disponibile.
L’infermiera uscì. Simon la seguì con lo sguardo, mentre un’inquietudine crescente lo assaliva. Aveva davvero sentito quel nome, o era solo un sogno febbrile?
Quel nome gli trafisse la memoria come una lama: Mindelheim. Lo conosceva fin troppo bene. Quello sguardo… impassibile, freddo — lo sguardo di un uomo che un tempo decideva chi doveva vivere e chi sparire. Il volto di Herbert Mindelheim, l’ufficiale delle SS che nel 1940 aveva ordinato il “trasferimento” delle famiglie del loro quartiere ebraico alla periferia di Berlino.
— No, no… è un cognome comune, si disse Simon. Ma non ci credette. Neanche per un istante.
La storia è appena iniziata… Ma voi cosa ne pensate: Simon dovrebbe fidarsi di un medico con un nome simile? Scrivete le vostre impressioni nei commenti — per me sono preziose.