Albe Invertite
I.
Era un’alba che sembrava venire dal fondo della notte come se il tempo, stanco, avesse i nervi scoperti.
Loro stavano sul terrazzo del palazzo spezzato.
La città sotto era rovesciata: luci accese nei sotterranei, silenzi gridati ai piani alti, piccioni che camminavano in verticale.
Lui si chiamava Arlo.
Lei forse Mira, o forse, era solo un’eco che il suo nome lasciava dietro di sé.
«Pensi ancora che tutto questo sia un errore?» chiese lei, accarezzando una tazza vuota da giorni.
«Penso che il caso abbia senso dell’umorismo.»
Risero. O forse fu il vento.
II.
Si erano incontrati in una notte che non era mai successa. Una notte saltata, cancellata da un blackout cosmico.
Nessuno ricordava nulla. Ma al mattino, si erano svegliati nella stessa stanza. Nudi. Freddi. Uniti da una cicatrice identica sul polso sinistro.
Ogni giorno da allora era stato una deviazione.
Una strada che nessuno percorreva.
Una domanda che nessuno faceva.
Mira disegnava carte celesti senza stelle.
Arlo suonava un pianoforte senza tasti.
III.
Il caso si manifestò alle 03:13 del giorno invertito.
Non con un lampo. Non con una voce.
Ma con una moneta – apparve sul tavolo – che cadeva in piedi.
E restava lì.
«Non è possibile,» disse Arlo.
«È successo.»
«Dobbiamo scegliere?»
Lei non rispose.
Lo baciò.
E nel bacio si mescolarono tutte le vite che non avevano vissuto:
– Quella in cui erano vecchi e felici.
– Quella in cui non si erano mai incontrati.
– Quella in cui erano due lune di uno stesso pianeta.
IV.
Quando aprirono gli occhi, il mondo era diverso.
La città non era cambiata. Ma li ignorava.
Come se fossero diventati inconsistenza, nota a margine, ricordo sbiadito di qualcosa mai accaduto.
Si tenevano per mano.
La moneta era ancora sul tavolo. In piedi. Impossibile.
«Forse siamo morti?» chiese lui.
«Forse siamo stati scelti.»
«Dal caso?»
Lei annuì.
Poi scomparve.
V.
Arlo cammina ancora tra i terrazzi.
Parla alle albe.
Raccoglie fotografie di coppie che non esistono.
Disegna mappe per ritrovare qualcosa di cui non sa.
Ogni notte si siede davanti alla moneta.
Aspetta.
Un respiro.
Un nome.
Un errore.
E il caso, ogni tanto, sorride nel vetro.