Dolore Vano - Daniele Sbaraglia

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Summary

Dolore Vano è un racconto breve che unisce introspezione, filosofia e suggestioni cinematografiche, come se fosse un cortometraggio. Un racconto sulla fragilità e sulla forza, su ciò che ci ferisce e ciò che, a volte, ci può salvare. Un invito a guardare il dolore senza giudizio e a scoprire, forse per la prima volta, che non tutto ciò che fa male merita di essere trattenuto.

Genre
Other
Author
Danieles
Status
Complete
Chapters
10
Rating
n/a
Age Rating
13+

1

Daniele Sbaraglia

Dolore Vano




Dedicato a Marsela






1

Non ho bisogno della sveglia. Il dolore arriva sempre prima. Mi scuote, mi apre gli occhi quando ancora la stanza è immersa nell’attesa, come se fosse lui a decidere l’ora del mio risveglio. È un peso che mi schiaccia il petto, un nodo invisibile che non riesco a sciogliere. Respiro piano, come se persino l’aria potesse ferirmi.

A volte mi chiedo se il dolore nasca davvero nel corpo o se sia la mia mente a generarlo. Ma che differenza fa? Lo sento. Lo vivo. E quindi esiste.

Non penso più a lui appena sveglia, non in modo cosciente almeno. Ma la sua assenza è lì, come una presenza muta che occupa il letto accanto al mio. Non devo guardare, so che non c’è nessuno. Eppure mi sembra di percepire ancora il segno lasciato da ciò che non c’è.

Il dolore non ha sostanza. È vano, mi ripeto. Ma se fosse davvero vano, perché mi tiene sveglia? Perché mi piega la schiena, mi stringe le tempie, mi toglie il respiro?

Mi alzo lentamente. I piedi incontrano il freddo e io tremo. Non è solo il freddo esterno, è il gelo che nasce quando manca il calore di un senso.

Mi chiamo Marsela. Non ho mai amato davvero il mio nome, ma ormai è diventato la mia pelle, inseparabile. Ogni volta che qualcuno lo pronuncia sento di appartenere a qualcosa e allo stesso tempo di perdermi.

Sono una donna che molti definirebbero bella. Lo specchio mi restituisce lineamenti armoniosi, occhi che portano con sé il peso delle notti insonni e la luce discreta di chi ha amato troppo.

Ho capelli lunghi, neri, che scivolano sulle spalle, e un corpo che conserva le curve di una femminilità intatta, seppure appesantita dal dolore. Ma io non riesco a vedermi come mi vedono gli altri. La mia bellezza appare come un vestito che non mi appartiene, una superficie che nasconde crepe invisibili.

A volte mi fermo davanti allo specchio e non posso negarlo, sono affascinante. Lo vedo nei lineamenti del viso, nell’armonia delle curve che il tempo non ha ancora scalfito, nello sguardo che cattura l’attenzione anche quando non lo desidero.

Eppure quella stessa bellezza mi appare estranea, come se appartenesse a qualcun’altra. È come indossare un vestito prezioso cucito su misura, ma che non sento mai davvero mio. So che è addosso a me, so che tutti lo vedono, ma dentro non sempre riesco a riconoscermi in quella superficie lucente.

C’è in me una dualità difficile da spiegare. Da un lato provo un orgoglio silenzioso sì, sono bella e non ho bisogno che qualcuno me lo ricordi. Dall’altro lato, questa bellezza mi pesa, come se fosse una maschera che gli altri non smettono mai di fissare, senza accorgersi delle crepe che porto dentro.

La verità è che il mio corpo, i miei occhi, i miei capelli lunghi e neri, sono il guscio che mi protegge e allo stesso tempo mi tradisce. Protegge, perché mi dà forza negli sguardi altrui; tradisce, perché nasconde la fragilità che nessuno vede, la malinconia che mi attraversa e che resta invisibile a chi si ferma solo all’apparenza.

La mia bellezza è un mistero che non riesco a possedere del tutto. Forse è questo il mio destino, abitare un corpo che il mondo ammira, mentre io continuo a cercare, dentro ogni riflesso, la donna che sono davvero.

Ho vissuto molti anni inseguendo ciò che credevo fosse amore, felicità, pienezza. Ho costruito castelli su fondamenta fragili, ho creduto in promesse che il tempo ha sgretolato. Ora mi ritrovo a fare i conti con le macerie e in quelle macerie riconosco me stessa.

Non sono più giovane, ma a cinquant’anni non sono nemmeno abbastanza anziana da arrendermi. Vivo in quella terra di mezzo dove il passato pesa e il futuro non è ancora scritto.

Ciò che mi tiene ferma è un dolore che non ha volto, che si traveste di mille forme.

Marsela: un nome, una donna, un cuore che si ostina a battere nonostante tutto.

Fin da piccola ho avuto un bel rapporto con mio padre. Era un uomo di mentalità molto aperta, e con lui si parlava di tutto, anche di ciò che gli uomini cercano nelle donne.

Sono uomo anch’io” diceva spesso “e conosco bene la specie”.

Non voleva che restassi ignara di certe dinamiche. Quello che non si sarebbe mai perdonato era che io, per ingenuità, potessi cadere in qualche trappola. Pretendeva che sapessi, che fossi consapevole.

Nel 2025 non puoi permetterti di dire: “Sono stata stupida, non losapevo.” Per mio padre, l’ignoranza era uno dei mali peggiori.

Quegli insegnamenti, nel bene e nel male, mi hanno accompagnata per tutta la vita, rendendomi attenta a ogni

passo. Forse troppo attenta. Perché se è vero che la prudenza ti salva da certi errori, è anche vero che, a volte, ti impedisce di lasciarti trasportare dalle emozioni, dalla vita stessa.

Per questo sono sempre stata diffidente con gli uomini. Ho imparato a osservare, a pesare ogni gesto, ogni parola. E questo, inevitabilmente, ha avuto un prezzo, mi sono innamorata pochissime volte e ho avuto poche relazioni.

I miei compagni, quasi sempre, mi hanno lasciata. Dicevano che ho un carattere difficile, e alla fine si stancavano di me.

Come tutte, ho sofferto anch’io per amore. Nonostante la mia diffidenza, a volte non ho resistito al fascino dell’uomo, e ho vissuto amori travolgenti, fidandomi delle persone sbagliate, nonostante gli insegnamenti di mio padre.

Ho vissuto amori tossici che non hanno fatto altro che amplificare il mio dolore cronico, fino a confonderlo con me stessa.

Credo che questo dolore sia diventato parte di me, e ho perso la speranza che un giorno possa svanire. Forse non passerà mai. Probabilmente devo imparare a conviverci.

Lo stesso mi è successo con le amicizie. Poche sono quelle vere, lo ripeteva sempre mio padre.

Mi diceva che prima di imparare a stare bene con gli altri, bisogna imparare a stare bene con sé stessi. Per questo lui passava tanto tempo da solo: non per misantropia, ma per una sorta di disciplina interiore.

Oggi mi ritrovo molto simile a lui.

Sono sola, sì, ma anche libera e indipendente, proprio come ho sempre desiderato.

Nessuno mi impone ritmi o regole che non siano le mie. Eppure c’è qualcosa che mi blocca, qualcosa che non ho scelto, il mio dolore.

È un dolore che, a ondate, mi costringe a fermarmi. Ci sono periodi in cui mi obbliga a rimanere a letto, in cui uscire diventa impossibile, camminare è una fatica, e perfino mangiare diventa un atto di volontà.

In quei giorni sospesi, il mondo sembra scorrere altrove, mentre io resto inchiodata a un corpo che non risponde.

Allora mi alzo appena e guardo fuori dalla finestra. Magari è una giornata luminosa, il cielo è limpido, e la vita là fuori sembra invitarmi.

Gli alberi ondeggiano al vento, le persone camminano, le auto passano. Io le guardo da dietro un vetro, tutto è vicino, ma inafferrabile.

E in quel momento, tra il silenzio della mia stanza e la luce che filtra dalle tende, mi torna in mente la voce di mio padre.

Forse aveva ragione, bisogna imparare prima di tutto a stare bene con sé stessi. Io ci stoprovando. Anche da qui, dal mio letto, anche guardando solo un pezzo di cielo.

Qualche amica, a volte, mi consiglia di innamorarmi di nuovo, come se l’amore fosse una medicina universale capace di guarire ogni ferita.

Mi dicono che dovrei dare un’altra possibilità al cuore, che non si può vivere senza passione, senza qualcuno accanto.

Ma io so cosa significa soffrire per amore, e non ho dimenticato quanto male possa fare.

Penso spesso che una parte del mio dolore cronico derivi proprio da lì: dalle cicatrici invisibili lasciate da relazioni sbagliate, da promesse non mantenute, da abbandoni improvvisi.

Non è stato solo il corpo a cedere negli anni, ma anche il mio cuore, logorato da delusioni e silenzi.

Ogni volta che ho creduto di potermi affidare a qualcuno, di lasciare cadere le difese che mio padre mi aveva insegnato a mantenere, ho finito per pagare un prezzo altissimo.

Il dolore fisico e quello sentimentale, ormai, dentro di me si confondono. Come se le lacrime versate per amore si fossero sedimentate nel corpo, trasformandosi in quel peso che porto addosso ogni giorno.

È un dolore che non nasce solo da nervi, ossa o muscoli, ma dalla memoria di ciò che ho vissuto, dal ricordo di ciò che ho perso.

Forse è per questo che ho paura di innamorarmi ancora, temo che un nuovo legame possa non guarirmi, ma aggravare la ferita.

Eppure, allo stesso tempo, una parte di me si chiede se non sia proprio l’amore quello vero, a salvarmi.