Chapter 1
Chi sopravvive, reinventa.
È la frase che mi porto dietro da quando ho capito che nella mia vita niente sarebbe stato semplice, che l’unico modo per restare a galla era non mollare mai, nemmeno quando tutto intorno crollava come un castello di carte bagnate.
Mi chiamo Destiny Smith, ho diciotto anni e frequento la Miami Central High School. Sono quella un po’ troppo alta per passare inosservata, un po’ troppo diretta per piacere a tutti e un po’ troppo incasinata per fingere di essere normale.
Sono alta un metro e settanta, capelli neri come la pece e occhi verde scuro che tutti definiscono “intensi”. Io invece li chiamo occhi-spia: leggono le bugie, le cattiverie e i pensieri inutili come un radar impazzito. Non ci vuole molto a capire quando qualcuno sta cercando di fregarti, e fidati, a Miami non è esattamente raro.
Vivo con i miei fratelli, le uniche persone che non mi hanno mai abbandonata, e a volte mi chiedo se li merito davvero.
Kyle, vent’anni, il maggiore: ricci castani perfetti senza provarci, occhi verdi che fanno perdere la testa a chiunque e un fisico che sembra scolpito apposta per rovinare la mia vita sociale. Carattere? Un incendio. Lo ami o scappi. Di solito scappano. Lui è il classico tipo che entra in una stanza e tutti si voltano a guardarlo. Non perché sia gentile, ma perché è impossibile ignorarlo. E io devo convivere con lui ogni giorno.
Axel, il mio gemello. Il contrario di Kyle: calmo, razionale, con quello sguardo caldo che ti rimetterebbe insieme anche quando credi che il mondo ti abbia stritolata. Alto, piazzato, capelli e occhi castani, presenza rassicurante. È lui che ci tiene vivi quando io e Kyle apriamo bocca senza filtri, tipo due dinamiti pronte a esplodere.
Siamo cresciuti da soli.
Papà se n’è andato quando avevamo quattro anni, senza guardarsi indietro. Mamma ha fatto lo stesso due anni dopo, scegliendo un uomo che “non voleva figli”. Le uniche persone che avrebbero dovuto amarci più di ogni altra cosa ci hanno scaricato come spazzatura. A volte mi chiedo se ci fosse scritto sulle nostre teste “sfortunati” con un pennarello invisibile.
Per fortuna c’era nonna Eliza, la nostra ancora. Lei ci ha insegnato più amore da sola che tutti i nostri genitori messi insieme. È morta due anni fa, e quello è stato l’anno in cui siamo andati a rotoli. Risultato? Bocciati. Tutti e tre. E ridere è vietato, perché tre cervelli in panchina e zero voglia di vivere è un disastro annunciato.
E adesso eccoci qui. Di nuovo sui banchi.
Mi preparo in fretta: jeans neri stretti, maglietta dei Chicago Bulls (rubata a Kyle, ovvio), Jordan One Mid e eyeliner abbastanza affilato da poter tagliare qualcuno con lo sguardo. Perché se devi sopravvivere in questo posto, almeno fallo con stile.
Sono le 7:45, quindi sì, siamo già in ritardo.
Scendo in cucina e trovo Axel quasi pronto, intento a infilarsi la camicia senza guardarmi nemmeno. Kyle? Fantasma. Probabilmente ancora sotto le coperte a fantasticare sul mondo o a rimuginare sul fatto che nessuno apprezza la sua bellezza divina. Io e Axel ci scambiamo uno sguardo tipo “vai tu”, “no tu”, “ma figurati”. Ovviamente tocca a me.
Salgo le scale, apro la porta con un calcio, spalanco le tende e lo tiro giù dal letto per le caviglie.
KYLE: «Sei pazza? Mi hai fatto male, stronza!»
DESTINY: «Hai cinque minuti per essere giù. Cinque. Poi pubblico le tue foto da bambino nudo nella piscinetta gonfiabile.»
Miracolosamente funziona. Cinque minuti dopo siamo tutti e tre in cucina, con il caffè ancora caldo e l’odore di frittata nell’aria. Axel fa una smorfia verso di me, tipo “sei davvero folle, lo sai?” e io gli rispondo con un occhiolino.
Moto assicurate. Io salgo sulla mia Panigale, casco, acceleratore. Il mondo prende forma solo quando il motore ruggisce sotto di me. Mi piace sentire il vento che mi scivola tra i capelli e la sensazione di avere il controllo su qualcosa, anche se la mia vita reale sembra una serie di incidenti continui.
Arriviamo nel parcheggio della scuola. Tre moto rosse, tre idioti in ritardo. Perfetto.
Ci dirigiamo verso la nostra quercia nel cortile, dove ci aspetta il nostro gruppo.
Ethan Moor è il primo: ricci biondi, occhi blu, fisico da capitano di rugby. Sorride come se sapesse di essere perfetto. Che odioso. Sempre così sicuro di sé. E io, ovviamente, lo invidio un po'.
Poi Madison, la mia migliore amica: biondo cenere, occhi marroni, piccola e delicata. La mia ancora di salvezza, colei che mi conosce meglio di chiunque e che non si fa illusioni sul fatto che io possa comportarmi come una persona normale.
Subito dopo Kimberly: capelli rossi, occhi azzurri, timida, cuore buono. L’angelo del gruppo, sempre pronta a spegnere eventuali incendi, anche quelli che io e Kyle accendiamo accidentalmente.
E infine lui. Dylan Miller.
Il problema dei problemi.
190 cm di tatuaggi, ricci neri, occhi verdi che ipnotizzano e quell’aria da “non me ne frega un cazzo di niente”. Il migliore amico di Kyle, il mio nemico naturale. Saluta tutti. Tranne me.
Io ricambio. Il silenzio dice tutto.
La campanella ci interrompe e Kim ci trascina in aula. Il prof di scienze ci salva all’ultimo secondo, e almeno quella materia non mi fa schifo.
Dopo ore di sopravvivenza scolastica, finalmente arriva la pausa pranzo.
In mensa Axel mi porge il vassoio—amore puro, zero parole. Lo guardo e penso che forse, in un’altra vita, potrei innamorarmi del mio gemello, ma poi ricordo che è mio fratello e mi concentro sul cibo.
Siamo lì a mangiare, a ridere, a fingere che tutto vada bene… quando la porta si apre.
La vedo.
E mi si rovina l’appetito.
TRIXIE ANDERSON.
La vedo arrivare con quel passo da “fate largo, il mondo è mio”. Trixie Anderson. La solita Barbie difettosa con più arroganza che neuroni. Mi squadra da capo a piedi come se le avessi rigato la macchina, poi senza nemmeno salutare gli altri si infila tra Kyle e Dylan, chiaramente puntando il gorilla tatuato.
TRIXIE: «Ehy tesoruccio, da quanto tempo, perché quest’estate non mi hai cercato? Non sai quanto mi sei mancato.»
E senza aspettare risposta si accomoda sulle sue gambe, come se fossero un trono privato, e inizia ad accarezzargli il petto.
Giuro, l’unica cosa che mi viene da pensare è: posso dire che tutta questa scena mi sta facendo passare la fame?
Mi brucia, dentro. Dopo tutto quello che mi ha fatto passare questa bambola malefica, a distanza di un anno sembra non importare più a nessuno. Capisco Dylan, lui vive per la confusione… ma i miei fratelli? Almeno loro potrebbero cacciarla via. E invece niente: ridono, parlano, respirano. Indifferenti.
Spingo via il pensiero con un sospiro e mi volto verso Mad e Kim, che almeno mi tengono il cervello occupato con qualcosa di decente.
MADISON: «Hai visto che manzo quello nuovo? Sembra uscito da un film. Uno di quelli dove il protagonista non ha un difetto nemmeno a pregarlo.»
KIMBERLY: «In realtà io non ci ho fatto troppo caso…»
DESTINY: «Kim, amore, sei l’unica femmina che guardava la lavagna invece di lui. Preoccupante.»
Scoppiamo a ridere, mentre Kim diventa rossa come un semaforo rotto.
Le risate si troncano quando il soggetto della conversazione entra in mensa. Silenzio totale, solo un mormorio confuso di ragazze che commentano a bassa voce quel Dio greco con il vassoio in mano.
DESTINY: «Parli del diavolo e spuntano le corna.»
KIMBERLY: «Che ne dici se lo invitiamo qui? Non mi dispiacerebbe averlo vicino… tipo proprio vicino.»
Stavo quasi per dirle di no. A me non piace la gente nuova. Non ho la pazienza, né la voglia, né l’energia mentale.
Ma ovviamente il gorilla interviene.
DYLAN: «Mi spiace, ma non voglio coglioni a questo tavolo.»
Mi volto verso di lui con uno sguardo che dice: provaci ancora, amore.
DESTINY: «Beh, io non volevo delle troie, eppure non ho fatto polemiche quando si è seduta quella gatta morta.»
Trixie scatta come un cane da guardia, ma prima che apra bocca io sono già in piedi.
È finito il tempo in cui ero sempre io quella che subiva. Adesso tocca agli altri sentire cosa significa bruciare.
Manuel è lì, fermo davanti alla sala, vassoio in mano, un po’ spaesato.
DESTINY: «Ehy, tu sei Manuel giusto?»
MANUEL: «Sì, piacere.»
DESTINY: «Piacere mio. Frequenti il mio stesso corso di storia. Ti va di sederti con noi?»
MANUEL: «Molto volentieri.»
Lo porto al tavolo, sentendo gli occhi di Dylan piantati addosso come coltelli. Perfetto. Altro dolore per lui. Mi nutre.
AXEL: «Allora Manuel, da dove vieni?»
MANUEL: «Dalla Spagna, mi sono trasferito tre giorni fa. Mio padre ha avuto una promozione.»
KYLE: «Hai sorelle?»
MANUEL: «No, sono figlio unico.»
KYLE: «Che peccato.»
Gli do una botta dietro la testa. Questo idiota pensa solo con l’ormone, giuro.
Il resto del pranzo vola tra risate e battutine… e tra me e Dylan che ci uccidiamo con lo sguardo. È un miracolo che i nostri occhi non prendano fuoco.
La campanella suona, spezzando l’ostilità.
Due ore di letteratura mi aspettano. Io e Mad, sedute nella nostra solita seconda fila.
MADISON: «Oh mio Dio, ma hai visto come ti guardava? Ti stava mangiando viva.»
DESTINY: «Era solo grato. Non conosce nessuno. Fine.»
MADISON: «No, amore mio, lui vuole portarti a letto.»
DESTINY: «Non succederà. È sexy sì… ma gli occhi azzurri mi mettono ansia. E poi lo sai: io e le relazioni siamo due rette parallele.»
MADISON: «Tu non credi nell’amore, nel principe azzurro, nel destino… lo so. Ma almeno provaci. Mi sembra davvero carino.»
DESTINY: «Non se ne parla. Ora facciamo finta di seguire, va’.»
Dopo un’ora mi esplode il cervello. Chiedo l’uscita per il bagno, la prof acconsente e io schizzo fuori come un missile.
Punto dritta al tetto. Il mio posto.
La porta cigola, la blocco col mattone. Aria fresca. Silenzio. Finalmente.
Accendo una sigaretta. Mi appoggio alla ringhiera. Respiro.
Tre secondi di pace. Al quarto, ovviamente, arriva lui.
DYLAN: «Che ci fai qui? Non dovresti essere in classe?»
DESTINY: «Potrei dirti la stessa cosa.»
Si avvicina, mi toglie la sigaretta dalle dita, ci fa un tiro e me la restituisce.
Riesco letteralmente a vedere il mio livello di pazienza suicidarsi.
DESTINY: «Fumala pure tutta. Non ci tengo a scambiare saliva con te. Chissà quale oca hai baciato oggi.»
DYLAN: «Purtroppo nessuna. Mi hai fatto scappare la preda, grazie alla tua lingua biforcuta.»
DESTINY: «Oh, scusa. Non volevo mandarti in bianco. Sai, sei insopportabile più del solito quando non scopi.»
Si avvicina. Troppo.
DYLAN: «Allora vorrà dire che dovrai calmarmi tu.»
Mi blocca tra le sue braccia tatuate. Il suo profumo mi entra nel cervello, lo odio per questo. Scorro lo sguardo su ogni linea d’inchiostro sulla sua pelle fino ai suoi occhi.
DESTINY: «Ti piacerebbe venire a letto con me. Ma mi spiace informarti che preferisco farmi suora piuttosto che finire con te.»
Gli strappo la sigaretta, faccio l’ultimo tiro e gli soffio il fumo in faccia.
Poi me ne vado, senza voltarmi.
Ora si torna alla tortura.