Prologo
Prologo Mari Perduti e Stelle Danzanti
-Castello Ravensdale, Inghilterra — 1785
Il vento del Nord sibilava fra le torri annerite del castello, portando con sé l’eco lontana del mare e l’odore acre della cera bruciata. Alexander aveva appena dieci anni; stava accucciato dietro il corrimano del ballatoio, le mani piccole serrate a pugno, gli occhi fissi sulla scena che si consumava sotto di lui. Ogni fibra del suo corpo gridava paura, ma il giovane rimaneva immobile, come un’ombra trattenuta dall’orrore.
Nella sala il Duca, suo padre, urlava parole cariche di rabbia e disprezzo, il volto contratto in un’espressione che Alexander non riusciva a comprendere del tutto. Poi il suono secco di una mano che colpiva spezzò l’aria. La Duchessa vacillò, ma non pianse; abbassò il capo per proteggere il figlio dall’orrore, come aveva sempre fatto, invisibile e silenziosa.
Alexander trattenne il respiro. Voleva correre, urlare, strappar via quella violenza dal mondo; invece rimase immobile, il terrore che gli serrava i piedi e la gola. Lacrime calde gli solcarono il volto, e nella stretta del petto nacque una promessa silenziosa: non sarò mai come lui. Non voglio il titolo. Non voglio la sua vita.
Il legno antico del corrimano graffiava le sue mani piccole, e il vento che fendeva le torri sembrava rispondere al tumulto del suo cuore. Fuori, il mare ruggiva come un richiamo antico, potente e selvaggio. Per Alexander quel suono fu una promessa di libertà, una carezza di speranza tra le mura fredde e oscure del castello.
Castello MacLeod, Highlands — 1785
Molte miglia a nord, fra brughiere e scogliere, Isabella MacLeod correva nell’erba alta, i lunghi capelli biondi che le cadevano sulle spalle come una pioggia di luce. Aveva sei anni, e il mondo sembrava tutto suo. Rideva, inseguiva farfalle, e il vento, carico di profumo salmastro e fiori selvatici, le accarezzava il viso, ricordandole la libertà che apparteneva solo a lei.
La madre la guardava con orgoglio e le posò sul capo una coroncina di fiori. «Sei il gioiello della nostra casata,» le sussurrò. Isabella sorrise, ma dentro di sé qualcosa si raddrizzò: l’idea di essere mostrata come un ornamento la inquietava. Non voleva essere un simbolo da ammirare, ma un fuoco da accendere.
Quella sera, ferma sulla scogliera a osservare l’orizzonte, sentì il vento della libertà che chiamava più forte delle promesse intessute attorno al suo nome. Le onde si frangevano sugli scogli con forza, come se il mare volesse raccontarle qualcosa di segreto. Non sapeva ancora chi fosse in ascolto dall’altra parte del mare, ma avvertiva che il suo destino stava già cominciando a muoversi.
Lo stesso vento che percorreva le brughiere scozzesi fendeva anche le torri di Ravensdale, invisibile ma presente, come se volesse avvicinarli, sussurrando promesse di un incontro futuro, un destino che nessuno dei due poteva ancora immaginare.
Nessuno dei due lo sapeva ancora: le loro ferite, i loro sogni e il richiamo del vento correvano l’uno verso l’altro, e un giorno si sarebbero incontrati. Nulla avrebbe potuto spegnere la fiamma che li attendeva.
— Pennainnamorata