Prima di lui
"Ma deve per forza venire anche Stefania?" sbuffò Ivan, controllando per l’ultima volta la lista.
Emma sollevò appena lo sguardo.
Domani.
Domani Igor sarebbe arrivato, e tutto il resto — Stefania inclusa — le sembrava improvvisamente irrilevante.
"Abbiamo invitato mio fratello… non potevamo escluderla", sospirò Emma rassegnata.
Tommaso entrò trascinando due grosse casse di birra, il pavimento che scricchiolava sotto il peso. Avvicinò le casse a Sofia, che iniziò a sistemare ordinatamente le bottiglie nella vetrina-frigo nell’angolo della stanza. Una piccola folata d’aria fresca entrò dai finestroni della saletta, muovendo appena le tende leggere.
«Beh, non siamo obbligati a darle confidenza», mormorò Tommaso, lanciando uno sguardo velenoso verso l’esterno.
«Secondo me…», aggiunse a bassa voce a Sofia, ma abbastanza forte da farsi sentire anche dagli altri due presenti, «Emma sarà troppo occupata con qualcun altro anche solo per accorgersi della presenza di quella strega.»
Emma lo ignorò e si voltò, fingendo di sprimacciare i cuscini dei divanetti per nascondere il rossore.
Ma il cuore le batteva più veloce.
Igor
Sofia ripose l’ultima bottiglia, chiuse delicatamente il frigorifero delle bevande e si girò verso l’amica.
«Dai, Emma, non dirmi che tu non sei più emozionata di Ivan, Olaf e Irina messi insieme per il suo arrivo», sogghignò. «Perché non ti crederebbe nessuno.»
«Igor, oh Igor!» rispose di rimando Tommaso, portandosi le mani al cuore e fingendo uno svenimento melodrammatico.
"Aaah, come siete fastidiosi... quando vi ci mettete!" sbuffò la ragazza, lanciando un cuscino a Ivan che rideva più degli altri.
Si diresse verso la porta finestra e uscì nel piccolo giardino.
Fuori, l’arsura estiva aveva ormai ceduto al respiro fresco della sera, e l’aria odorava di caprifoglio e citronella, mescolandosi al profumo di terra bagnata da un recente temporale pomeridiano.
Intorno al piccolo locale, la campagna veronese si stendeva in vigneti dai filari ordinati e oliveti d’argento che si perdevano fino all’orizzonte, dove una sottile striscia del lago di Garda scintillava negli ultimi rossori del tramonto.
Ricavato da un vecchio casolare rimodernato, il pub "Da Giovanni" era uno dei luoghi più frequentati dai giovani della zona. Le pareti di legno erano tappezzate di manifesti di concerti rock degli anni Ottanta e vecchi LP incorniciati, mentre le luci al neon colorate delle targhe pubblicitarie si riflettevano sui tavolini graffiati dal tempo e sulle bottiglie allineate sugli scaffali dietro il bancone.
In fondo alla sala, una porta conduceva alla stanzetta sul retro, spesso prenotata per compleanni, piccole feste e altre ricorrenze.
Ivan l’aveva già riservata per la sera seguente, e in quel momento stavano terminando i preparativi per la festa di benvenuto di suo cugino Igor, finalmente deciso a trasferirsi da Mosca a Verona.
Emma inspirò profondamente l’aria della sera, appoggiandosi a uno degli alberi del giardino, dal quale pendevano lanterne tremolanti mosse dalla brezza estiva. Intorno a lei, il vociare sommesso degli avventori nella sala principale si mescolava al frinire dei grilli.
Sofia non ha tutti i torti — pensò tra sé e sé — non lo voleva ammettere nemmeno a se stessa, ma il cuore le batteva più veloce del solito. Igor era già diventato un pensiero fisso.
Da molto tempo, a dire il vero.
Si mordicchiò il labbro inferiore, mentre un lieve rossore le colorava il viso. Il batticuore inevitabile ogni volta che lo sentiva nominare, o quando guardava la sua foto in divisa, che Olaf e Irina, zii di Igor e genitori di Ivan, avevano incorniciato e messo sul mobile del salotto assieme ad altre foto di famiglia.
Non lo conosceva direttamente, ma fin da bambini Ivan raccontava a lei e agli altri del gruppo — Tommaso, Sofia e Marco, che all’epoca stava sempre con loro — di quel cugino lontano che viveva in Russia.
Igor aveva tre anni più di loro, la stessa età di Marco, e per Emma era sempre stato una curiosità: il cugino mai visto che Ivan descriveva con entusiasmo, dei loro giochi, delle loro marachelle e di quanto fosse coraggioso.
Quando d’estate Ivan partiva con Olaf e Irina per trascorrere un mese a Mosca dai parenti, tornava sempre con nuove storie su di lui.
E durante l’anno i due cugini si tenevano in contatto prima con lunghe lettere, poi con email e chiamate notturne.
Ivan leggeva spesso quei messaggi a Emma, desideroso di condividere quel legame con la sua migliore amica, come se fosse un modo per farle conoscere quel ragazzo lontano.
E così, pur senza averlo mai incontrato, Igor era cresciuto con loro.
Non fisicamente presente, ma reale. Parte del gruppo, parte della sua vita.
Le era entrato fin nel cuore, nell’anima.
E lei non avrebbe saputo spiegare perché.
"Em..." il flusso dei suoi pensieri fu interrotto da una voce alle sue spalle.
Non l’aveva nemmeno sentito arrivare. Si voltò osservando il bel volto dell’amico rischiarato solo dalla luce tenue delle lanterne.
Ivan, il suo migliore amico da sempre, il compagno di mille avventure, il fratello non di sangue ma di cuore.
"È tutto pronto, possiamo andare", disse dolcemente avvicinandosi a lei. "Non farci caso, Tommaso e Sofia ti prendono ancora in giro per quella volta che hai detto che Igor è affascinante in quella foto", continuò, guardando l’amica che evitava il suo sguardo. "Ma a me non puoi mentire Emma. So che tu..."
Fece un respiro profondo, scrollandosi di dosso la serietà del momento, e il suo sorriso tornò a farsi largo, scanzonato come sempre.
«Ehi, Emma…» disse, battendo leggermente una mano sulla spalla dell’amica, «che ne dici se andiamo a mangiare qualcosa al ristorante dei miei? Papà stasera ha preparato la okroshka.»
Emma sorrise, sentendo il cuore alleggerirsi, e annuì. Ivan lanciò uno sguardo verso la porta della saletta.
"I ragazzi volevano salutarti prima di tornare a casa. Non verranno con noi, Sofia dice che aveva già preparato la cena ma penso che in realtà abbiano fretta di... andare a fare le loro cose da sposini", concluse con un ghigno.
Emma gli diede un colpetto scherzoso sul braccio ridendo.
"Sei sempre il solito Ivan."
Quando Ivan la riportò a casa, la villa dormiva già.
Attraversò in silenzio il salone affrescato, salì rapidamente la scalinata di marmo e si diresse alla sua stanza, seguita da Max, il setter irlandese della famiglia.
La sua camera l’accolse con il solito silenzio familiare. Ampia, con il soffitto alto e le pareti color avorio, illuminata solo dalla flebile luce ambrata di qualche candela a led e da una fila di minuscole lampadine appese attorno alla testiera del letto.
Dalle finestre aperte, che si affacciavano sul parco privato, entrava il dolce profumo dei gelsomini.
Si tolse le scarpe, lasciandole sul tappeto, e attraversò la stanza a piedi nudi.
Accese distrattamente la radio. Un fruscio, poi una melodia dolce e lenta riempì l’aria.
"Turning Page"
Emise un lungo sospiro e si sedette sull’ampio davanzale di una delle finestre, le gambe raccolte al petto.
Max, fedele come sempre, le si accoccolò vicino, appoggiando il muso sulle sue ginocchia. Emma iniziò ad accarezzarlo piano, le dita che affondavano nel pelo caldo, assaporando la tranquillità di quel momento prima del grande incontro.
Si appoggiò allo stipite della finestra, lasciandosi cullare dalla melodia. Un lieve soffio di vento le scompigliò i lunghi capelli biondi.
Chiuse gli occhi.
Domani. Domani finalmente lo conoscerò…
Li riaprì, volgendo il delicato profilo verso il cielo e osservando le stelle, che brillavano sopra la villa, sopra il parco, sopra la casetta di Ivan poco più in là.
A centinaia di chilometri di distanza, nello stesso istante, la medesima melodia risuonava da una piccola radio ammaccata.
"Turning Page"
Oltre una finestra, le cupole del Cremlino si profilavano sotto il cielo di Mosca.
Un ragazzo dalle spalle larghe e dallo sguardo d’acciaio fece scorrere le dita tra le pagine di un voluminoso quaderno logoro. Lo chiuse con un tonfo e lo ripose con cura dentro uno zaino, dal quale pendeva un piccolo portachiavi in legno a forma di lupo.
Si fermò un attimo ad ascoltare la musica, quelle note sembravano voler scivolargli sottopelle.
Si riscosse scuotendo la testa.
Spense bruscamente la radio, troncando la nota a metà.
"Gluposti… lyubov’"
(Stupidaggini… l’amore.)
Bofonchiò tra i denti mentre il grigio dei suoi occhi s’incupì.
Si caricò lo zaino sulle spalle, afferrò una valigia voluminosa con una mano e un grosso trolley con l’altra.
Spense la luce chiudendosi la porta alle spalle.