Capitolo 1
Capitolo 1
C’è un particolare momento che amo, o dovrei dire amavo. Parlo di quel momento in cui ti svegli prima della sveglia.
Troppo presto per iniziare la giornata, troppo tardi per rifugiarsi nel sonno. Intrappolato in quel limbo silenzioso dove i pensieri fanno casino. Quando ero piccolo di solito significava guardare i cartoni finché la sveglia non suonava, mi dava la carica per iniziare la giornata, ma adesso è solo il momento in cui tutte le ansie per la giornata vengono a galla e oggi è proprio il giorno peggiore: inizio i corsi del secondo anno. Ogni singola preoccupazione mi assalta e io sono lì, che lotto con me stesso per non scappare dai problemi. A volte vinco, ma spesso perdo. Oggi mi sono ripromesso di non perdere. Diciamo che gioco con un vantaggio, perché solo cinque minuti dopo essermi svegliato sento una delle trentasei sveglie messe da mia sorella. Probabilmente dovrebbero denunciarla per rumori molesti, ma d’altronde anche io faccio così, dopotutto siamo gemelli.
Preso da un’insolita gentilezza mi alzo e preparo il caffè per entrambi, canticchiando e ballando come una ragazzina prima del primo appuntamento. Non appena è pronto glielo porto, cercando come ogni fratello che si rispetti di fare più rumore possibile entrando in stanza, poi con lo stesso garbo inizio a scuoterla per svegliarla.
“Buongiorno principessa!” le dico mentre lei mi guarda sconvolta cercando di capire dove si trova e come si chiama.
“Che cavolo di problemi hai!” mi risponde poi con la voce di chi si svegliava da un letargo di sei mesi, nel mentre cerca il telefono sul comodino per guardare l’ora.
“Per una volta che faccio una buona azione, dai,” le rispondo, mentre lei, ritrovato il telefono, viene assorbita dalle notifiche. “Comunque ti ho portato il caffè, Mathi, non farlo raffreddare.”
“Quanto zucchero hai messo?” mi chiede senza staccare gli occhi dal telefono.
“Due bustine, come piace a noi. Ora vado a farmi la doccia,” le dico uscendo dalla sua stanza, con lei che ancora non ha realizzato di essere viva.
Faccio una doccia veloce e perdo un sacco di tempo ad acconciare i capelli, che con i ricci un po’ disordinati e questa leggera barba non sto tanto male. Poi esco dal bagno per dare il cambio a Mathi, che sembra ancora uno zombie. Me ne sto in cucina ad aspettarla quando poi la vedo uscire dal bagno. Capelli in piega, vestita, profumata. Una pubblicità ambulante di perfezione.
“È davvero strano vederti già sveglio a quest’ora,” mi dice guardandomi stupita mentre rovista in frigo.
“Sì, oggi tocca anche a me fare finta di studiare. Incredibile, lo so, ma ahimè sono iniziati i corsi.”
“Wow. Sei diventato responsabile.”
“Beh è il secondo anno di università, voglio combinare qualcosa,” le rispondo cercando uno sguardo d’approvazione. “E un po’ speravo di evitare il mostro che si aggira in questa casa,” aggiungo cambiando totalmente tono.
“E chi sarebbe?”
“Quella ragazza con le lentiggini e gli occhi verdi che spesso canta a squarciagola la mattina presto, non so se ce l’hai presente,” dico trattenendo le risate e lei di tutta risposta mi colpisce con uno schiaffo dietro la testa. Sbuffa, ma ride.
“Sei proprio uno stronzo.”
“Oh sì, dovresti saperlo.”
Lei ride mentre cerca di sembrare indignata. “Questa cattiveria ti costerà un passaggio all’università.”
“E secondo te perché ti stavo aspettando, gnoma?” le dico mentre mi alzo per prendere i caschi. “Però ti prego dimmi che sei pronta!”
“Quasi, giuro! Finisco di preparare lo zaino e arrivo!” e così scompare per quindici minuti, è così maledettamente lenta.
Alla fine riusciamo ad uscire di casa e in poco tempo ci ritroviamo al campus, dove già nel parcheggio la peggiore delle sorprese ci attende. Le inseparabili amiche di Mathi sbucano come Pokémon selvatici in cerca di dramma e pettegolezzi.
Val e Sofia.
Il duo che non conosce pause né decibel contenuti.
In realtà la prima a saltare fuori è Sofi, che dopo aver salutato Mathi non riesce ad astenersi dal prendermi in giro. “Oddio Ale! Ti presenti il primo giorno? Assurdo!” dice ridacchiando.
“Non mi offendo solo perché sei l’amore della mia vita, sappilo!” le rispondo scherzosamente.
“Anche tu, cuore!” mi risponde lei facendomi l’occhiolino.
E poi lei. Val. Che arriva con il suo passo sicuro e quella sua aria da “sono la più bella del mondo”. Perfetta, ovviamente. Capelli perfetti, trucco invisibile e perfetto, sorriso perfetto. Insomma, una tortura. Ma con classe.
“Guarda chi si è degnato di alzarsi dal letto prima di mezzogiorno,” mi dice, lanciandomi uno sguardo fintamente sorpreso.
“Già, e sai, in realtà guardandoti non sono sicuro di essere sveglio, credo sia un incubo,” dico ridacchiando, poi prendo gli occhiali di Sofi e me li metto. “Ah no, ora che vedo bene, sei brutta come sempre, falso allarme!”
Sofi si riprende gli occhiali mentre trattiene le risate. “Cretino, ti verrà il mal di testa,” mi dice ridacchiando.
“Dovresti aggiornare un po’ il tuo repertorio, idiota!” risponde Val con quell’aria di sfida che ama sfoggiare.
“Ehi dai, volevo essere gentile oggi, l’ultima volta ti ho dato del topo di fogna e ci sei rimasta malissimo!” dico facendo finta di giustificarmi.
“Era alla festa dei miei diciotto anni e me l’hai sussurrato mentre spegnevo le candeline!” risponde Val a tono ancora offesa.
“Poi ti sei vendicata per bene, avevo la torta dappertutto; quindi, possiamo dire che siamo pari.” Iniziamo a sorridere entrambi ricordando quella scena, sono passati poco più di due anni eppure sembra ieri, riuscivamo a discutere in ogni occasione.
Sofia ridacchia per la scenetta, Mathi invece sospira come se fosse abituata a tutto questo. È così da sempre. Val mi punzecchia, io rispondo e nel mentre ci chiediamo da anni chi dei due mollerà per primo.
Spoiler: nessuno. E forse è proprio quello il problema. Stavo per salutare e svignarmela, quando Mathi se ne uscì con una frase che mi gelò il sangue.
“Allora, stasera a che ora venite?” disse alle ragazze, con l’aria innocente di chi sta per firmare un patto col demonio.
Il cuore mi si fermò. Era quel giorno del mese. Quella maledetta ricorrenza. Una volta al mese, quelle tre galline si riuniscono a casa nostra per dare vita al più fastidioso, rumoroso e diciamolo, traumatico evento mai concepito: il pigiama party.
Una tradizione che va avanti dalle elementari, un culto oscuro al quale io, purtroppo, ho assistito troppo da vicino.
Ricordo ancora quando avevamo otto anni: Mathi mi convinse a farmi truccare, dicendo che nella notte giravano delle persone cattive che rapivano i bambini, ma lasciavano stare quelli con rossetto e mascara. Io ci credetti. Ci credetti davvero. Oggi, ovviamente, sono un adulto. Ragiono con logica. E trovo quei pigiama party soltanto fastidiosi. Non spaventosi, no. Fastidiosi e basta. …dicevo a me stesso, mentendo spudoratamente. Accolta la tragedia, saluto le ragazze per andare a lezione.
“Mi raccomando, non passare tutta la giornata al bar,” mi dice Mathi con quel tono da sorella maggiore che non le stava tanto bene.
Le altre due ridacchiano. Perché ovviamente tutto quello che dice Mathi è degno di una sitcom.
“Tranquilla, oggi provo a battere il mio record personale: almeno venti minuti di lezione consecutivi.” Alzo la mano e mi allontano prima che qualcuna trovi una risposta migliore della mia. Arrivo in aula e il mio posto era lì ad aspettarmi, mi ero addormentato così tante volte su quel banco che oramai avevo marchiato il territorio. Mi siedo in modo sciatto come sempre, notando che sono stranamente in orario.
Inizio a scrollare Instagram, il rito di chi si annoia ma è troppo timido per socializzare, un momento di pace in cui sei solo con quell’aggeggio a cui hai venduto l’anima. Ma la pace dura poco, nel silenzio tombale sento un rumore proprio di fianco a me, uno zaino lanciato sulla sedia di fronte, che rompe l’aria di serietà che soffocava quell’aula.
È arrivata Coco.
“Vedo che mi hai tenuto il posto Ale, ti sei addolcito?” dice sedendosi in modo tutt’altro che silenzioso accanto a me.
Coco era l’unica persona con cui avevo legato del mio corso, non per un vero motivo, eravamo sempre vicini e in realtà all’inizio non la sopportavo, era fin troppo diretta e fastidiosa, per giunta voleva sempre avere ragione con chiunque e la vedevo sempre discutere con le persone della fila davanti. Insomma, una persona con cui di solito non andrei d’accordo.
Eppure, un giorno, dopo quasi un mese che eravamo vicini di banco ma non ci davamo troppa confidenza, notai sul suo polso scoperto il tatuaggio di un cappello di paglia. A quel punto il mio animo nerd prese il sopravvento e anche il suo, iniziammo a parlare di One Piece e senza rendercene conto, diventammo buoni amici e compagni di studio.
“Cavolo ma perché devi sempre lanciare lo zaino, non puoi poggiarlo?” le dico sottovoce cercando di non farmi sentire.
“Dai non fare sempre quello per bene,” dice mentre si siede e inizia a tirare fuori le cose. “Ti ho portato quelle fotocopie che ti servivano comunque!” dice allungandomi dei fogli.
Li prendo e inizio a sfogliarli. “Grazie Coco, dopo iniziamo a studiare questa roba allora.” Li infilo nello zaino e prendo il mio tablet per prendere appunti.
“Dopo col cavolo, ho lo shooting nel pomeriggio,” risponde facendo un po’ la preziosa. “Però magari domani possiamo rimanere fino a tardi a studiare che ne dici?”
“Guarda come si atteggia la seconda più bella del campus!” dico provocandola.
“Pensi ancora a quella cazzata sulla pagina Instagram? Quella votazione era truccata dai!” risponde sbuffando. “Sono molto più bella io di quella Valeria, lo sai anche tu!”
“Ah io non mi esprimo!” dico ridendo.
“E comunque meglio essere la seconda!” dice guardando il soffitto giocando con la penna. “Quella ragazza la trattano come una dea scesa in terra, cioè dai anche meno.”
“Già, comunque per domani pomeriggio va bene!” rispondo cercando di sfuggire a un argomento che ho iniziato io. Poi inizia la lezione e la conversazione muore.
Finite le lezioni arriva il mio momento preferito, saluto Coco e mi fiondo subito al bar per il mio amato caffè e mentre sono in fila, un braccio effeminato mi tocca la spalla. È Sam.
“Ale, amore mio! Com’è che stai sempre più bello ogni giorno?” dice appena mi giro, con quegli occhi che gli brillano come se mi vedesse dopo vent’anni.
“Stronzo, lo so già che quando mi parli così vuoi solo che ti offra il caffè.” Lo conosco troppo bene. Siamo migliori amici dalle elementari e da sempre è un ruffiano patentato.
Lui si mette a ridere e nonostante i miei inutili tentativi di resistere, alla fine gli ho offerto caffè e cornetto. È l’unico metodo collaudato per farlo stare zitto almeno cinque minuti.
Poi ci sediamo a chiacchierare, in quella caffetteria affollata.
“Lo sai, un insieme vuoto è comunque un insieme. Come la mia vita sentimentale.” Lo dice guardandomi negli occhi, con l’aria di uno che pensa di aver appena fatto una rivelazione epocale.
Io lo guardo schifato. “Tralasciando la battuta orribile, sono fiero di te. Al secondo anno d’università stai finalmente iniziando a capire gli insiemi.”
“Che vuoi, da noi a economia le cose si fanno con calma, mica come da voi giuristi seriosi e tristi.” Alza le spalle come se si stesse giustificando di un crimine minore. Sam ci tiene a ricordarmi quello che, per me, resta il più grande peccato della sua vita.
Nonostante siamo cresciuti insieme, passando i pomeriggi a giocare a Crash Bandicoot e parlare di diventare due avvocati cazzuti praticamente fino ai diciott’anni, l’anno scorso ha deciso di iscriversi a economia.
Cito testualmente:
“Perché l’amore della mia vita farà economia e poi, se va male, ci sono un sacco di belle ragazze.”
Sì. Sam è la persona più stupida del mondo.
E quel che è peggio, ancora non so chi sia questo fantomatico amore della sua vita. Non me l’ha mai voluto dire. Una volta ci sono andato vicino, ma ha cambiato discorso ridendo e facendomi battute su Val. Rideva, sì. Ma non mi ha mai guardato in faccia mentre lo faceva.
“Sammy, piuttosto, ci vediamo stasera in palestra, vero?” dissi cambiando argomento.
“Sì sì, allenamento serale. È proprio quello che mi ci vuole dopo oggi.”
“Che c’è, il piccolo Sammy è già stanco? O forse qualche ragazza ti ha dato picche?”
“Dai sta zitto, è solo che ho un milione di cose da studiare e il criceto che fa girare la ruota nella mia testa è in punto di morte.”
“Da dieci anni,” mormorai con tono critico, guardando altrove.
“Cosa?”
“Niente niente. Dicevo solo che stasera ho proprio bisogno di scappare... a casa c’è il maledetto pigiama party.”
“E tu vorresti scappare? Così tante belle ragazze nella stanza accanto alla tua e ti lamenti? Dai, Ale, come si fa. Vorrei esserci io al tuo posto,” disse Sam con occhi sognanti e mezzo litro di bava alla bocca.
“Sam, perdonami se non sono attratto dalla metà oscura dello zigote, la Barbie iper vanitosa e il peccato di invidia tutto in uno.”
“Credo tu sia un po’ troppo duro con Val, a volte.”
“Naah. Non sono duro. È solo che... dalle superiori è diventata una diva. ‘La più bella della scuola’, ‘la più intelligente’, ‘la perfezione in persona’, ‘il sedere più bello del mondo’... ormai vive sei metri sopra il cielo e io mi diverto a tirar giù le sue nuvolette.”
“Le altre frasi le ho sentite... ma ammettilo, quella del sedere è opera tua.”
“Ma smettila, inutile scimmione. Io vado a prendere aria sul tetto prima di tornare a casa. Tu cerca di seguire, e stasera sii puntuale.”
“Sì sì sì, e tu mi raccomando non fumare, o lo dico alla tua gemella malvagia. Poi vediamo chi sopravvive.” Lo salutai con un cenno da lontano e lo lasciai lì, a impastare pensieri e battute nella sua testa stropicciata, mentre io mi dirigevo verso il tetto. Avevo bisogno di staccare. Giusto cinque minuti. Niente di più. O almeno così mi dicevo ogni volta.
Arrivato sul tetto, finalmente respiro. È bello stare in mezzo alle persone, come all’università, ma a volte ho bisogno di un po’ di tempo per me. E il tetto, durante le ore di lezione, è il posto perfetto: silenzioso, tranquillo… e, se sono particolarmente depresso, anche un ottimo posto per una sigaretta. Mi stiracchio le braccia, faccio qualche passo e mi avvicino al solito muretto per sedermi.
Ma non faccio in tempo a posare lo zaino che sento un rumorino strano dietro di me. Tipo… uno stropiccio di giacca? Un colpo di tosse? Qualcosa si muove. Mi giro. Val.
Seduta sul bordo più lontano, con una gamba piegata sotto l’altra e lo sguardo perso chissà dove. Tra le dita, una sigaretta accesa e ormai quasi finita. Ha l’aria… diversa. Non la solita Val. Stanca, un po’ giù, distratta. Faccio un passo indietro, forse per lasciarla in pace. Ma lei mi vede.
E in un istante, clack, cambia tutto. Occhi spalancati, mezzo sorriso, espressione sveglia.
“…Ma che fai, mi segui?” La sua voce è già tornata quella solita, tagliente.
“Eh? Io? Questo è il mio posto segreto, scusa. Sei tu che stai invadendo il mio regno.” Appoggio lo zaino a terra, mi metto comodo sul muretto. Lei tira l’ultimo tiro e spegne la sigaretta con una calma teatrale.
“Pff. E io che pensavo di essermi scelta un posto decente per deprimermi in pace.”
“Tranquilla, puoi continuare. Fingi che io non sia qui. Vuoi che mi metta un cartello al collo con scritto ignora?”
“No, voglio solo che te ne vada. Ma visto che sei già seduto… tanto vale rovinarmi completamente la giornata.”
“Eh, grazie. Che dolce. Sei sempre così accogliente?”
“Solo con te. Gli altri almeno fingono di essere simpatici. Tu invece sei... come dire... persistentemente fastidioso.”
Le faccio una smorfia. Lei se la ride.
“Quindi non sei perfetta come vuoi far credere, eh? Anche la perfetta Val fuma.”
“Beh, sai… morire è un buon metodo per non doverti mai più vedere.”
Si mette a ridere, una risata contenuta ed educata.
Un tempo mi piaceva di più la sua risata, era autentica e libera. Ma probabilmente eravamo solo troppo piccoli e stupidi, potevamo ancora ridere di gusto.
“Come mai qui, non avete le lezioni ora secchiona?” le chiedo, per togliere questo stupido pensiero dalla testa.
“Che vuoi che ti dica. Avevo voglia di fumare, ma non potevo farlo durante la pausa o tua sorella mi avrebbe uccisa.”
“Ah sì, ti capisco. Lei vuole sempre controllare tutto… e purtroppo siamo inclusi anche noi.”
Mi guarda stranita per un attimo.
“Ehi, guarda che puoi anche avvicinarti. Vero che sei un antipaticone, ma posso sopportarti per il tempo di una sigaretta.”
“Mh, Val, non mi sembra il caso. Ho altre quattro ore di lezione e se mi siedo vicino a una puzzola finirò per puzzare anch’io. E vorrei evitarlo.”
“Ale, questa me la segno. Sei un vero stronz—” Si interrompe, e all’improvviso scoppia a ridere. No, non quella risata formale e contenuta di prima. Una vera. Stava piangendo dal ridere e non riusciva a smettere. Quella risata mi ha colto così di sorpresa che mi sono incantato. E ho persino dimenticato di chiedermi perché stesse ridendo così. Quando finalmente l’ho fatto, Val, che non riusciva nemmeno a parlare, mi ha indicato con un dito la testa. Mi ci sono passato una mano. Appiccicosi. Ho capito. Un maledetto piccione.
Impazzisco.
“Aaaah! I miei poveri ricci…” Sto per piangere.
“Questo è il karma! Quel piccione mi ha vendicata!” disse lei, che non respirava più dal ridere.
“Complimenti, regina dei piccioni. Me l’hai fatta. Dopo questa umiliazione dovrei solo buttarmi di sotto.”
“Dai, scemo. Se ti butti di sotto ti troveranno morto con la cacca di piccione in testa. Piuttosto vai a casa, fatti uno shampoo e poi impiccati.”
“Quanto affetto… grazie davvero. Riceverai le mie tredici audiocassette.”
Dopo aver riso ancora, si alzò e si avvicinò a me. Tirò fuori dei fazzoletti dalla tasca e me li porse. “Questo è il mio modo di dirti grazie. Mi ci voleva questo momento… queste risate mi hanno dato la carica per tornare a seguire.” Si fermò un attimo, poi aggiunse: “Ah, mi raccomando. Non dire a Mathi che fumo o ti uccido.” Abbassai lo sguardo, mentre cercavo di limitare i danni sullo scempio che avevo in testa.
“Sì sì… e tu per favore non raccontare questa mia disavventura a nessuno.”
“Troppo tardi. Sorridi!”
Alzai lo sguardo. Val aveva il telefono in mano. Mi aveva appena fotografato.
“Questa bella foto diventerà il mio sfondo.”
“Io ti odio, stupida puzzola.”
Si mise a ridere e se ne andò. Sinceramente, in quel momento non stavo nemmeno pensando alla cacca di piccione che con quel fazzolettino continuavo a spargere sulla testa. Continuavo a pensare a quella risata.