ELARA VANE: Le Cronache di Valleverde

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Summary

"A Borgopietra, Elara è solo una panettiera dal carattere difficile e dalla lingua tagliente. Nessuno immagina che sotto il grembiule bianco si nasconda una Strega Alchimista capace di riscrivere le leggi della materia. In questo primo arco narrativo, 'Il Risveglio della Strega', la fragile pace di Elara viene frantumata dall'arrivo di un ladro con troppi segreti e da un'arma che non dovrebbe esistere. Quando il passato bussa alla porta della Fornace, Elara dovrà decidere se restare un'ombra o diventare l'incendio che consumerà i suoi nem. Dall'autore premiato al Contest Letterario di San Valentino 2026, una saga fantasy che mescola l'adrenalina dei Battle Shonen alla profondità del dramma alchemico."

Genre
Fantasy
Author
Bakuj75
Status
Ongoing
Chapters
4
Rating
n/a
Age Rating
16+

Chapter 1 Il Pane della Vergogna

Alle cinque del pomeriggio, il mondo di Elara Vane si fermava. O meglio, Elara decideva che il mondo doveva fermarsi per lei.

Girò il cartello appeso alla porta di legno scuro da "APERTO" a "CHIUSO". Il gesto fu netto, definitivo, come il taglio di una ghigliottina.

Non importava che fuori ci fosse ancora una fila di tre persone che aspettavano il pane nero ai cereali, la cui ricetta aveva segretamente corretto usando nozioni di alchimia basica per renderlo croccante fuori e morbido dentro.

«Tornate domani» disse attraverso il vetro, senza nemmeno guardarli, tirando la tenda di velluto bordeaux che aveva cucito lei stessa. «L'esclusività educa il desiderio.»

Uscì dalla porta laterale, quella che dava sulla piazza, e si accomodò sulla sua panchina preferita.

Era l'unica panchina pulita di tutta Borgopietra. Nessuno osava sedercisi, per terrore di incorrere nella sua ira o, peggio, nelle sue critiche sul vestiario.

Sopra di lei incombeva la statua in pietra calcarea della Santa Patrona, circondata da stendardi umidi che sbattevano al vento freddo e carico di pioggia: "146° FESTIVAL DEL RACCOLTO – ONORE ALLA VERGINE SACRA MYRIA".

Elara aprì il suo grimorio rilegato in pelle nera, ma invece di leggere, alzò gli occhi verso il volto estatico della statua.

«Vergine Sacra...» mormorò, e una risata bassa, quasi impercettibile, le increspò le labbra dipinte di rosso scuro.

Se quegli idioti avessero saputo la verità.

Elara c’era, diecimila anni fa. In una delle sue prime vite, quando era una viandante senza nome. Conosceva Myria.

Non era una dea. Era la figlia del mugnaio della valle accanto. Una ragazza dai fianchi larghi, la risata sguaiata e una "generosità" leggendaria che non aveva nulla a che fare con il grano, ma molto a che fare con i pagliai e i giovani soldati di passaggio. La sua fama di "far crescere le cose" era nata da un doppio senso osceno che la storia, nel suo infinito senso dell'umorismo, aveva trasformato in dogma religioso.

«Hai fatto carriera, ragazza mia» sussurrò alla pietra. «Da amica dei reggimenti a Madre del Grano. Il marketing fa miracoli.»

Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, posate sulle pagine ingiallite del libro.

Erano mani perfette. Dita lunghe, affusolate, pelle diafana che sembrava brillare di luce propria sotto il cielo grigio piombo della Midland.

Non erano le mani che aveva trovato due anni fa.

Il ricordo di quel "risveglio" le provocò ancora un brivido di disgusto lungo la schiena, nonostante la pelliccia che portava sulle spalle.

Per lei, incarnarsi era come riemergere in superficie dopo aver trattenuto il respiro sul fondo dell'oceano per secoli. Ma questa volta, l'acqua in cui era emersa era... torbida.

Quando aveva aperto gli occhi nel letto di quella ventenne, due anni prima, la prima cosa che aveva sentito era stata la pesantezza. Non spirituale, fisica.

Si era trascinata allo specchio – una lastra di metallo lucidato male – e aveva urlato. O almeno, ci aveva provato, ma dalla gola era uscito solo un rantolo rauco.

L'immagine riflessa era un insulto all'estetica.

Capelli stopposi, annodati in un nido di grasso e forfora. Pelle asfittica, grigiastra, punteggiata da sfoghi causati da un'alimentazione a base di strutto rancido e zuccheri economici. E le unghie... le unghie erano mangiate fino alla carne viva, sanguinanti, simbolo di una mente debole e ansiosa.

La ragazza che abitava quel corpo prima di lei era stata un disastro. Buona, forse, ma di una mediocrità disarmante. Pigra, sciatta, incapace di gestire la propria vita, figuriamoci un negozio.

Elara non aveva tollerato quella prigione di carne nemmeno per un minuto.

La prima settimana era stata un inferno necessario. Aveva passato sette giorni piegata su un secchio, costringendo quel corpo a espellere ogni tossina. Aveva vomitato anni di cattive abitudini, tremando di febbre mentre il padre piangeva al suo capezzale, convinto che la peste l'avesse presa.

«Non è peste, papà» aveva sibilato lei tra un conato e l'altro. «È pulizia.»

Poi, era iniziata la ricostruzione.

Aveva attinto alla memoria della sua 67esima vita, quella da Alta Elfa della Corte di Smeraldo.

Lì, la bellezza era una scienza esatta, non un dono.

Aveva creato fanghi con erbe che i contadini temevano, raccogliendole nelle paludi infestate di notte. Aveva praticato massaggi linfatici proibiti agli umani per scolpire il viso. Aveva rieducato la spina dorsale a stare dritta con la disciplina di un generale spartano.

In ventiquattro mesi, aveva trasformato un bruco malaticcio in una farfalla velenosa e splendida.

E ora?

Ora sedeva lì, bellissima e annoiata, circondata da gente che puzzava di letame e cipolla.

Non aveva amiche. Come poteva averne? Le ragazze del villaggio parlavano di polli, di mariti ubriachi e del prezzo della lana.

Elara aveva comandato flotte stellari, sedotto Imperatori Demoni e scritto trattati di filosofia magica. Parlare con loro era come cercare di discutere di astrofisica con un sasso.

Odiava la mediocrità. La considerava una malattia contagiosa.

L'unico essere umano che tollerava era l'uomo che si stava avvicinando goffamente dalla bottega.

Mastro Gianni.

Elara sentì quella fitta familiare e fastidiosa al centro del petto. Un calore dolce, viscerale.

Il residuo.

La ragazza precedente amava suo padre con un'intensità patetica. Era rimasta orfana di madre a sei anni e aveva vissuto per lui.

Quando Elara aveva preso il comando, quell'amore era rimasto incastrato nei circuiti neurali del corpo. Non poteva farci nulla. Se vedeva Gianni triste, lei stava male fisicamente. Se qualcuno lo minacciava, lei sentiva l'impulso omicida di una leonessa.

«Maledetta biologia» sibilò, chiudendo il libro con uno scatto secco. «Sono un'anima immortale intrappolata nel complesso di Elettra di una fornaia.»

Alzò lo sguardo. Gianni non era solo.

Ovviamente. Era martedì.

E il martedì, a Borgopietra, significava solo una cosa.

Mastro Gianni avanzava nel fango cercando di non sporcarsi le scarpe.

Elara lo osservò con un impercettibile cenno di approvazione.

Almeno ha imparato a camminare, pensò.

Fino a due anni prima, quell'uomo era stato un relitto umano. La morte della moglie lo aveva trascinato in un baratro di autocommiserazione alcolica. Elara ricordava ancora l'odore che impregnava la casa quando si era risvegliata: un misto stantio di sudore acido, lievito marcio e birra scadente.

Gianni passava le notti a bere fino a svenire, vomitando l'anima nel retrobottega, e le mattine a impastare un pane gommoso e insapore con le mani tremanti. Era un uomo che aveva rinunciato alla dignità.

Elara non tollerava la rinuncia. E, soprattutto, non tollerava la puzza.

La sua "riabilitazione" era stata brutale quanto una campagna militare.

Gli aveva insegnato a lavarsi ("L'acqua fredda tonifica, papà, smettila di piagnucolare"), a vestirsi con abiti che lei stessa aveva rammendato e stirato ("Sei un fornaio, non un sacco di patate"), e a parlare senza mangiarsi le parole ("Dizione, Gianni. Se borbotti, sembri colpevole").

Ma la vera rivoluzione era stata nel forno.

Elara, attingendo alle memorie di un Maestro Pasticcere della Corte Imperiale (vita n. 412), gli aveva reimparato il mestiere da zero.

«Il lievito non è magia, è biologia» gli aveva spiegato, buttando via sacchi di farina scadente. «E la temperatura del forno deve essere precisa. Non 'più o meno calda'. Precisa.»

Ora, il pane di Gianni era il migliore della regione. Croccante, dorato, profumato. Lui credeva di essere diventato bravo per miracolo; non sapeva che Elara correggeva segretamente l'umidità dell'impasto con micro-incantesimi idromantici mentre lui dormiva.

Gianni si fermò davanti alla panchina. Indossava un grembiule pulito e i capelli, un tempo unti e arruffati, erano pettinati all'indietro con cura.

«Elara...» esordì, torcendosi le mani. Quella era l'unica abitudine che non era riuscita a togliergli: l'ansia patologica. «Ci sono... dei clienti. Particolari.»

Elara chiuse gli occhi per un istante, inspirando profondamente.

L'aria, solitamente profumata di pioggia e ozono, ora portava un sentore diverso. Cuoio non conciato, grasso animale, sudore rancido e ferro.

«Non sono clienti, papà» disse lei riaprendo gli occhi, freddi come due pozze di inchiostro. «Sono barbari.»

Si alzò, lisciandosi la gonna con un gesto secco.

Da dietro l'angolo del negozio, emerse la fonte del puzzo. Non era un solo uomo. Era un'orda.

Una dozzina di guerrieri delle Terre del Nord, grossi, pelosi e rumorosi, si erano accalcati nella piazza. Ridevano, sputavano a terra e guardavano il negozio come se fosse una preda da sbranare.

Al centro del gruppo, spiccava il loro campione.

Brutus.

Era un armadio di carne e cicatrici, alto quasi due metri. Indossava pelli di lupo e un'armatura a piastre che sembrava rubata a tre cadaveri diversi e assemblata a caso. Sulla schiena portava un'ascia bipenne incrostata di sangue secco.

Il villaggio si era fermato. La gente si affacciava dalle finestre, i passanti si bloccavano a bocca aperta.

Era diventato un rito, ormai.

Tutto era iniziato sei mesi fa, quando la bellezza "aliena" di Elara aveva iniziato a fare notizia oltre i confini del villaggio. Mercanti, soldati e nobili di passaggio si fermavano solo per vederla. E, inevitabilmente, qualcuno chiedeva la sua mano.

Elara, stanca di rifiutare proposte mediocri, aveva istituito la "Regola del Duello".

Vuoi la mia mano? Prendila. Se riesci a battermi.

Nessuno c'era mai riuscito.

Cavalieri erranti, mercenari veterani, figli di papà con spade costose: tutti finiti nel fango, umiliati, a firmare cambiali esorbitanti al padre per comprare pane che non volevano.

Ma Brutus... Brutus sembrava diverso. Sembrava convinto che la forza bruta fosse l'unica legge del mondo.

«È lei la strega?» tuonò il gigante, indicandola con un dito grosso come una salsiccia. «È piccola. Si spezzerà come un rametto secco.»

L'orda alle sue spalle scoppiò in una risata sguaiata.

Gianni fece un passo indietro, tremando. «Signori, vi prego... il negozio è chiuso... mia figlia è stanca...»

Elara mise una mano sulla spalla del padre. Il tocco fu leggero, ma fermò il suo tremore all'istante.

«Tranquillo, papà» disse con voce dolce, ma il tono era quello che si usa per calmare un cane spaventato. «Vai a prendere il registro contabile. E i sacchi grandi. Quelli di juta rinforzata.»

Poi, fece un passo avanti. Scese dal marciapiede pulito e si fermò a un millimetro dal fango, guardando l'orda dall'alto della sua superiorità morale (e stilistica).

«Suppongo tu sia qui per il solito motivo noioso» disse Elara, la voce che tagliava l'aria come un rasoio di ghiaccio. «La mia mano, il mio corpo, la mia dote. La fantasia maschile è così... limitata.»

Brutus fece un passo avanti, torreggiando su di lei. L'ombra del gigante la coprì, ma Elara non sbatté nemmeno le palpebre.

«Non voglio solo la tua mano, donna» ringhiò lui, mostrando denti gialli scheggiati. «La mia banda ha fame. E tu sei il dessert. Ho sentito che chi ti batte si prende tutto. Beh, preparati. Perché stasera Brutus mangia gratis.»

Elara sorrise.

Non era un sorriso di cortesia. Era il sorriso che aveva avuto nella sua vita da Regina Ragno, appena prima che i suoi "ospiti" capissero di essere nella tela.

«Gratis?» ripeté lei, divertita. «Oh, caro. A Borgopietra nulla è gratis. Specialmente l'educazione.»

Tese la mano destra verso il lato, il palmo aperto in attesa.

«Papà. Lo stocco.»

Gianni tornò con un oggetto avvolto in un panno di velluto viola. Le mani gli tremavano così tanto che rischiò di farlo cadere nel fango.

Elara sciolse il panno e impugnò la sua "spada".

Non era una spada vera e propria. Agli occhi ignoranti della folla, sembrava un lungo spillo, uno stiletto cerimoniale buono solo per aprire lettere o tagliare la torta.

Ma Elara sapeva la verità.

Quello era Sussurro, un’arma che lei stessa aveva forgiato tre mesi prima, usando metallo recuperato da un meteorite caduto nella foresta e fondendolo con antiche tecniche elfiche che credeva di aver dimenticato.

Sulla lama sottile e scura, invisibili a occhio nudo ma pulsanti di energia per chi possedeva il "Vero Sguardo", brillavano tre Rune di Potenziamento: Velocità, Inerzia e Impatto.

Era indistruttibile. Poteva fermare la carica di un toro senza flettersi di un millimetro.

«Un stuzzicadenti?» Brutus rise, un suono gutturale che fece vibrare la cassa toracica degli spettatori. «Hai intenzione di pulirmi i denti dopo avermi servito la cena, donna?»

Elara fece fischiare l'arma nell'aria. Il suono fu acuto, musicale.

«Brutus il Sanguinario,» disse lei, recitando la sua scheda tecnica a memoria come se stesse leggendo un menu. «Terzo figlio del Re dei Barbari del Nord. Imbattuto dalla nascita. Dicono che a otto anni hai strangolato dodici lupi a mani nude perché avevano abbaiato troppo forte mentre dormivi.»

Inclinò la testa, i capelli neri che scivolavano come seta sulla spalla.

«Dodici cuccioli contro un bambino psicopatico. Impressionante. Per un neandertaliano.»

Il sorriso di Brutus svanì. I suoi occhi diventarono due fessure bianche di pura furia berserker.

L'atmosfera cambiò. L'aria divenne pesante, carica di elettricità statica.

Non era più un gioco.

«TI STRAPPO IL CUORE!»

Brutus scattò.

Per un uomo di quella stazza, era terrificante. Non era lento. Era un treno merci lanciato a trecento all'ora. La sua ascia bipenne calò con una traiettoria diagonale perfetta, mirata a spaccare Elara dalla spalla all'anca.

La folla urlò. Gianni si coprì gli occhi.

CLANG.

Il suono non fu metallico. Fu un rintocco, simile a una campana di cristallo che esplode.

Quando Gianni riaprì gli occhi, la piazza era nel silenzio assoluto.

Elara non si era spostata.

Aveva alzato il braccio destro sopra la testa. Il sottile stiletto Sussurro aveva bloccato la gigantesca lama dell'ascia a mezz'aria.

Le rune sulla lama brillavano di una luce azzurra intensa, assorbendo l'energia cinetica del colpo che avrebbe dovuto polverizzarla. Il terreno sotto i tacchi di Elara si crepò a raggiera, affondando di due centimetri nel fango, ma lei non piegò nemmeno il gomito.

«Forza bruta: 8 su 10,» commentò Elara, guardando l'ascia che premeva contro il suo stiletto. «Ma hai aperto troppo la guardia sul fianco sinistro. Un novellino.»

Brutus sgranò gli occhi, incredulo. Spinse con tutto il suo peso, i muscoli del collo gonfi come corde, ma la ragazza non si muoveva. Sembrava fatta di granito.

«Stregoneria!» ruggì lui, staccandosi e iniziando una raffica di colpi.

Destra. Sinistra. Affondo. Spazzata.

Brutus era una tempesta di violenza. Era davvero un guerriero, non un ubriacone da taverna. I suoi colpi erano mirati, letali, istintivi.

Ma Elara non era umana. O meglio, la sua anima non lo era.

Mentre parava e schivava, Elara danzava.

Usava il Passo della Foglia, un’arte marziale difensiva degli Elfi Silvani. Ogni volta che l'ascia stava per toccarla, lei era già altrove, lasciando dietro di sé solo il profumo di lavanda e una scia di luce azzurra.

Lo stiletto deviava colpi capaci di abbattere alberi con minimi tocchi sulle parti piatte della lama.

Ting. Ting. Zwing.

Eppure, Brutus non mollava.

In un momento di pura ferocia animale, il barbaro lasciò andare l'ascia con una mano e sferrò un pugno a sorpresa verso il volto di Elara. Un colpo sporco, veloce, da rissa di strada.

Elara dovette piegare la testa all'indietro con una velocità innaturale. Il pugno le sfiorò il naso, spostando l'aria con tale violenza da farle volare via due ciocche di capelli.

Elara atterrò a tre metri di distanza, scivolando elegantemente sul fango senza sporcarsi.

Si toccò la guancia. Non c'era sangue, ma c'era calore.

Lo aveva sentito.

Per la prima volta in due anni, qualcuno l'aveva quasi toccata.

Il silenzio calò di nuovo.

Elara abbassò la mano. La noia nei suoi occhi era sparita. Ora c'era qualcosa di molto più pericoloso: interesse. E fastidio.

«Bene,» disse, la voce scesa di un'ottava, vibrante di potere magico. «Hai guadagnato la mia attenzione, figlio dei lupi. E questo è stato il tuo peggior errore.»

Le rune sullo stiletto vampamparono.

Elara non aspettò la carica. Scattò lei.

Non corse. Svanì.

Agli occhi dei presenti, fu come vedere un lampo nero attraversare la piazza.

Brutus cercò di alzare l'ascia, ma era troppo lento. Il tempo, per Elara, scorreva diversamente. Vedeva i movimenti del barbaro al rallentatore, prevedibili come il sorgere del sole.

Passò attraverso la sua guardia.

Colpì cinque volte in meno di un secondo. Non per uccidere. Per smantellare.

Ginocchio. Polso. Gomito. Spalla. Gola.

Usò il pomolo dello stiletto e il piatto della lama, infusi di magia cinetica.

Brutus sentì il suo corpo tradirlo. Le articolazioni cedettero contemporaneamente. L'ascia gli cadde dalle mani intorpidite. Le gambe divennero gelatina.

Crollò in ginocchio nel fango, ansimando, incapace di muovere le braccia.

Sentì una punta fredda premere contro la sua giugulare.

Elara era in piedi davanti a lui. Non aveva nemmeno il fiatone. I suoi capelli erano tornati perfettamente a posto, come se la gravità obbedisse ai suoi ordini.

«Hai combattuto bene,» ammise lei, guardandolo negli occhi terrorizzati. «Meglio degli altri. Ti meriti uno sconto sul pane integrale.»

Ritrasse lo stiletto e lo pulì con un fazzoletto di seta bianca, anche se non c'era sangue.

«Hai perso, Brutus. E sai cosa significa.»

Elara si voltò verso il padre, che guardava la scena a bocca aperta, stringendo il registro come se fosse uno scudo.

«Papà,» ordinò, schioccando le dita. «Fagli il conto. Tutto l'invenduto di ieri e di oggi. E aggiungi due crostate di mirtilli. Ha bisogno di zuccheri per riprendersi dall'umiliazione.»

Poi, rivolta all'orda di barbari che guardavano il loro campione sconfitto con orrore reverenziale:

«E voi? Qualcun altro vuole provare a prendere la mia mano? O preferite prendere una focaccia?»

Nessuno rispose.

Elara annuì, soddisfatta.

«Bene. Il negozio riapre domani alle otto. Pulitevi gli stivali prima di entrare.»

Mentre rientrava nel negozio, con l'eleganza di una regina che rientra a palazzo, un uomo incappucciato, nascosto nell'ombra di un vicolo laterale, osservava la scena.

Un sorriso affilato e predatorio si allargò sul volto nascosto del Principe Valerius.

«Interessante...» sussurrò. «Molto interessante.»

Lasciato il padre a contare le monete d'oro che Brutus aveva versato con le lacrime agli occhi, Elara si era allontanata dal villaggio.

Non camminava verso casa. Camminava verso il bosco.

Aveva bisogno di purificarsi.

Non era il fango a infastidirla – non l'aveva nemmeno sfiorata. Era l'aura. La violenza grezza, sudata e disperata di quell'uomo le si era appiccicata addosso come una pellicola untuosa.

Raggiunse la piccola ansa del ruscello che scorreva poco fuori Borgopietra, un luogo che lei aveva ripulito dai rovi e reso un santuario personale. L'acqua scorreva gelida e limpida sulle pietre grigie.

Elara si inginocchiò sulla riva, immergendo le mani nell'acqua corrente.

Il freddo era un morso piacevole. Chiuse gli occhi, lasciando che il suono del ruscello coprisse le urla festose dei barbari che, ironia della sorte, stavano ora banchettando con il pane che avevano comprato per forza.

Mentre l'acqua portava via l'invisibile sporcizia della mediocrità umana, la mente di Elara scivolò indietro. Molto indietro.

Oltre la ragazza del fornaio. Oltre la Regina dei Vampiri. Oltre l'Arcimago.

Tornò a un’epoca in cui questo bosco non era fatto di querce tozze e scure, ma di alberi d’argento che cantavano al vento.

Gli Elfi.

Erano estinti da mille anni.

Per gli umani di oggi, gli Elfi erano solo favole per bambini, creature mitologiche dalle orecchie a punta che rubavano il latte. Nessuno ricordava la loro architettura che sfidava la gravità, la loro musica che poteva curare le ferite, o la loro crudeltà algida e perfetta.

Nessuno tranne lei.

Elara guardò il suo riflesso nell'acqua. Vide un volto umano, bellissimo ma effimero.

Ma dentro, sentiva il peso di Thal-Asor, la Città di Cristallo, dove aveva regnato come Principessa Guerriera nella sua 124esima vita.

Ricordava i nomi di tutte le dinastie della Terza Era delle Stelle.

Ricordava il volto di Aelion, il Dio del Silenzio, quello vero, non quella sgualdrina di Myria che gli umani pregavano adesso.

Ricordava le cerimonie del Solstizio, dove il sangue non veniva versato per rabbia, ma offerto con eleganza in coppe di onice.

«Mille anni...» sussurrò al ruscello. La sua voce suonò antica, stanca. «Sono polvere e ossa da un millennio, eppure io ricordo ancora come si allacciano i sandali cerimoniali della casta sacerdotale.»

Era una sensazione vertiginosa, essere un archivio vivente in un mondo che aveva dimenticato di saper leggere.

Era l'unica custode rimasta di un'intera civiltà. Conosceva i segreti della lavorazione del Mithril Lunare, le preghiere per i morti che garantivano il passaggio sicuro nell'Oltre, e le leggi della successione al Trono di Giada.

Tutta quella conoscenza, tutta quella gloria, racchiusa nella testa di una ventenne che passava le giornate a vendere focacce a gente che non si lavava i denti.

Era sola.

Non "sola" nel senso che non aveva un compagno.

Era sola come è sola l'ultima stella nel cielo del mattino, che brilla ancora mentre tutto il resto è già svanito nella luce volgare del nuovo giorno.

Elara prese un respiro profondo, spezzando la malinconia come si spezza un rametto secco.

Si sciacquò il viso un'ultima volta. L'acqua fredda le rassodò la pelle e le schiarì i pensieri.

Quando rialzò la testa, lo sguardo millenario era sparito, sostituito dalla solita, tagliente arroganza.

«Beh,» disse al suo riflesso, sistemandosi una ciocca ribelle. «Se gli Elfi mi vedessero adesso, probabilmente mi condannerebbero all'esilio per aver toccato un barbaro. Ma gli Elfi sono morti. E io sono viva.»

Si alzò, scrollando le gocce d'acqua dalle mani con un gesto elegante.

«E domani ho un negozio da aprire. Brutus ha svuotato il magazzino, e quei soldi non si spenderanno da soli.»

Si voltò e si incamminò verso il villaggio, lasciando che il ruscello continuasse a scorrere, indifferente, portando via i segreti di un mondo che non esisteva più.