Senza Tregua

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Summary

Lui possiede tutto. Lei non ha nulla. Lui vuole distruggerla. Lei vuole sopravvivergli. ♠Julian Hasting è nato nel fango, cresciuto da prostitute e criminali. Oggi è il padrone del club più esclusivo e depravato di Brighton. Di notte, però, veste abiti scuri e sparisce nel buio. ♠Melody Butler ha una sola certezza: nella vita non può contare su nessuno. Tra un cottage che minaccia di crollare e due fratellini che guardano a lei come unico faro, l'orgoglio è la sua ultima trincea. Quando Melody varca la soglia del Devlin alla ricerca del fratello ubriaco, incrocia lo sguardo dell'uomo che potrebbe distruggerla. Julian vede in lei tutto ciò che odia di sé: la povertà, la dignità ostinata, la lotta per sopravvivere. E invece di aiutarla, decide di possederla e spezzarla. Senza Tregua è la storia di due anime dannate che si riconoscono nell'odio e si perdono nel desiderio. Una spirale di potere, vendetta e passione che non concede respiro.

Genre
Romance
Author
Lady
Status
Ongoing
Chapters
5
Rating
n/a
Age Rating
18+

Capitolo 1

Non è forse l’amore la storia di due incomprensioni?

Il tavolo scricchiolò sotto il peso delle patate. Un lamento sordo, di quelli che precedono la resa.

«Ancora un po’ di pazienza, amico mio» mormorò Melody, passandosi il dorso della mano sulla fronte sudata.

Era una frase sciocca, rivolta a un oggetto. Ma in quel momento, osservando quelle assi nodose che minacciavano di cedere, le parve di vedere il proprio riflesso. Anche lei reggeva un peso più grande di sé, giorno dopo giorno, sperando solo di non spezzarsi prima dell’alba.

La differenza, pensò chinandosi a raccogliere le bucce cadute, era che un tavolo rotto si poteva sostituire.

Scacciò il pensiero con una scrollata di testa, quasi fosse un’insolenza.*Da quando in qua ti lamenti, Melody Butler?*

Riprese a sbucciare. Due chili di patate alle undici di sera non erano il massimo della vita.Specialmente quando i bambini, nonostante l’ora, sembravano posseduti da uno spirito maligno.

«L’avevi promesso!» la voce di Sophie tagliò l’aria come un lamento funebre «non è giusto! Non è...»

La bambina tirò su col naso, si asciugò la bocca con il braccio, e le lacrime – lacrime vere, grosse e salate – presero a rigarle le guance.Un dramma.L’ennesimo della giornata.

Nessuno le rispose.Tom, accucciato nell’angolo opposto della stanza, borbottò senza alzare lo sguardo «smettila, Sophie. Piangi come una femminuccia»

L’effetto fu immediato. Sophie smise di piangere come per incanto e piantò i suoi occhi enormi, di quel blu profondo che avevano preso dalla madre, in quelli della sorella maggiore.

«Non è vero! Melody, diglielo tu!»

Melody non rispose. Continuò a sbucciare.

Sophie incrociò le braccia, ferita nell’orgoglio.

Tom sorrise, quel sorrisetto impertinente che gli compariva quando sapeva di aver vinto «visto? Non diventerai mai la principessa del Bosco Perduto se ti comporti così»

Sophie inorridì.Puntò un dito contro di lui come se stesse scagliando una maledizione «e tu non monterai mai un cavallo alato, e non sarai mai il principe di Montepecchi!»

Tom si alzò di scatto, salì su una sedia e vi appoggiò un piede, assumendo una posa eroica «ti sbagli. Presto avrò un cavallo bianco. E quando avrà imparato a volare...» lanciò un’occhiata alla sorellina, che lo guardava estasista «andrò a est, verso le scogliere di Burdinger, e sconfiggerò i terribili Gallesi Verdi»

Sophie fece una smorfia.

«Non ci credi? Uaargh!»

Emise quello che doveva essere il verso di un drago e saltò giù dalla sedia, mancando per un soffio di cadere. Afferrò l’attizzatoio dal camino spento, assunse una posa da spadaccino e si rivolse a Sophie con tono solenne: «vi sfido, principessa! I vostri denari, o la vostra vita!»

Sophie strillò e scappò via.Tom la inseguì, brandendo l’attizzatoio come una spada.

Melody posò la patata «basta. Tom, fermo»

Gli prese l’attizzatoio dalle mani con un movimento secco e lo ripose vicino al camino. Il tono non ammetteva repliche.

«Stavamo giocando» si difese lui, fissando la punta delle scarpe.

Sophie si nascose dietro le gonne della sorella. Melody, una patata mezza sbucciata ancora in mano, lo guardò stanca. «Non mi piacciono questi giochi, e lo sai. E tu, Sophie, non sta bene a una...»

Si interruppe. La bambina non c’era più. Era sgattaiolata via e ora abbracciava la gamba del tavolo, nascondendoci il viso.

Melody sospirò.

Avevano voglia di giocare.E chi poteva biasimarli? Non loro, certo. Non la fame che bussava ogni giorno, non il freddo che filtrava dalle finestre, non l’assenza di un padre e di una madre.I bambini avevano diritto a essere bambini.

Lei, però, non era nello stato d’animo adeguato per parlare di principesse e draghi.

«Facciamo così» disse, usando quel tono paziente che aveva imparato a forza di compromessi «chi si addormenta per primo, domani avrà il doppio dei biscotti»

«Evviva!»

Sophie danzò intorno al tavolo come una trottola e si lanciò su per le scale, inciampando due volte. Tom, invece, rimase dov’era.A dodici anni, sapeva già che le promesse dei grandi valevano quanto il fumo.

Melody gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla e si chinò fino a sussurrargli all’orecchio «domani faremo colazione coi biscotti. Tutti insieme»

Era vero. Quella stessa sera, mentre loro raccoglievano la legna, aveva preparato i biscotti al miele. Una follia, con i prezzi che avevano la farina e le uova. Ma li avevano fatti, ed esistevano, ed erano nascosti nella credenza. Per una volta, voleva che i suoi fratelli mangiassero qualcosa di buono.

Gli occhi nocciola di Tom si spalancarono.C’era speranza, in quello sguardo.E paura.Paura di crederci.

«Michael ci sarà?» chiese «come farai?»

Melody gli scompigliò i capelli, lisci e castani «non preoccuparti, ometto. Lo farò tornare a casa»

Tom si irrigidì. Sapeva cosa significava “far tornare Michael”. Significava aspettarlo al buio, sentire i suoi passi incerti, ascoltare le urla che squarciavano il silenzio della notte. Più di una volta era rimasto sveglio, spiando dalla porta socchiusa. Aveva visto cose che un bambino non dovrebbe vedere.Le mani di suo fratello addosso a Melody.Gli schiaffi.Gli spintoni.

E ogni volta, la mattina dopo, sua sorella fingeva che non fosse successo nulla.

«Non andare» disse Tom, e la sua voce era quella di un soldato, non di un bambino. I pugni stretti lungo i fianchi «non voglio che ti faccia male»

Melody sussultò. Cos’aveva visto, quel piccolo? Quanto aveva capito?

«Ma cosa dici» sorrise tremante, voltandosi per raccogliere i giocattoli sparsi «Michael è nostro fratello. Non mi farebbe mai del male»

Tom strinse i pugni più forte «non proteggerlo. Io so com’è quando torna a casa.»

La voce di Tom gli tremò in gola. Se avesse continuato, avrebbe pianto. E lui non poteva piangere. Non più. Sulla tomba di sua madre, in quel giorno di pioggia che sembrava non finire mai, aveva giurato che non avrebbe più pianto. Mai più davanti a nessuno.

Strinse le labbra e abbassò lo sguardo.

Una folata di vento scosse le imposte. I vetri tremarono.La casa tremava con loro, in quelle notti d’inverno.

Era tutto consumato, in quella casa. Le pareti spoglie, il divano sfondato – chiunque vi si sedesse sprofondava di almeno trenta centimetri – le poltrone lise davanti al camino spento. E Michael, con quattro bocche da sfamare, che sperperava al gioco quello che guadagnava, e quello che il padre mandava.

Il padre, invece, era partito tre anni prima per consolare una vedova francese. Prima lettere, poi promesse, poi silenzi. Ogni mese arrivava una somma, mai abbastanza, sempre in ritardo. E Melody che ripeteva a Michael, nelle loro liti notturne, che non potevano contare su quei soldi. Che dovevano cavarsela da soli.

E Michael che rispondeva con gli schiaffi.

«Tom» disse Melody, raddrizzandosi. Aveva in mano una bambola di pezza unta, con un occhio solo. La ripose nella cassa «a volte i fratelli litigano. Succede anche a te e Sophie»

«Io e Sophie non diciamo quelle cose»

«Oggi hai minacciato di trafiggerla con un attizzatoio. Non mi sembra un atteggiamento pacifico...»

Tom incrociò le braccia, imbronciato. Stava per ribattere, quando l’orologio del salone cominciò a battere le ore.

Undici rintocchi. Profondi. Inesorabili.

Melody guardò la finestra. Il cielo era limpido, ma il vento sferzava gli alberi e faceva vibrare i vetri. L’aria, fuori, era tagliente.

«Devo andare»

Si inginocchiò davanti a Tom, prendendogli le mani. Erano fredde. Le strinse tra le sue, scaldandole.

«Tom, ascoltami. Vai a dormire. Bada a Sophie, fa’ che non si svegli. Mi fido di te»

Il bambino annuì. Contro voglia, ma annuì. Perché sapeva che quando Melody aveva quella voce, non c’era nulla da fare. E perché, in fondo, essere lasciato a badare alla casa e alla sorella più piccola lo faceva sentire importante.Forse, dopo quella notte, sarebbe davvero diventato il principe di Montepecchi.




Il Devlin non era un club.

Era un antro.

Melody lo capì ancora prima di varcare la soglia. Lo capì dalle risate che filtravano attraverso le vetrate colorate, dall’odore di fumo e alcol che si sentiva già sulla strada, dalle sagome che si muovevano dietro i vetri come ombre dannate.

Si strinse nel mantello nero di sua madre – foderato di seta scarlatta, l’unico lusso che fosse rimasto – e posò la mano sulla maniglia d’oro.

*Pensa a Michael* si disse. *Pensa a Tom e Sophie. Pensa ai biscotti.*

Spinse.

L’odore la investì come un pugno. Fumo, birra acida, sudore. Tossì, portandosi un lembo del mantello alla bocca. Nessuno la notò. Gli uomini erano troppo presi dalle carte, dalle donne prosperose che si muovevano tra i tavoli, dalle pinte di birra che qualcuno già rovesciava.

Il pavimento era un impasto di schizzi e segatura. Le pareti, almeno quelle che si intravedevano, erano rivestite di velluto azzurro. Lampadari di cristallo pendevano dal soffitto, ma la luce era soffusa, studiata per nascondere più che per mostrare.

Melody fece qualche passo, cercando suo fratello tra i volti congestionati dall’alcol.

Un uomo cadde proprio davanti a lei. Doveva avere sessant’anni, ed era così ubriaco che non sembrò nemmeno accorgersi di essere finito a terra.

«È bello» farfugliò, ridendo da solo, «cambiare punto di vista, non credete?»

Melody lo oltrepassò senza rispondere, attenta a non far scivolare il cappuccio. Non doveva scoprirsi il viso. Non qui.

«E dove vorreste andare, sentiamo?»

Un muro. Un muro di muscoli e peli e camicia sbottonata. Alzò lo sguardo – dovette alzarlo di almeno venti centimetri – e incontrò gli occhi di un omaccione che sembrava uscito da un incubo. Dente d’oro, cicatrice che gli solcava la fronte e finiva a metà dello zigomo. Un pirata. Un pirata maledetto.

«Devo cercare un uomo» disse Melody, guardando a terra.

Lui non si mosse. Lei fece un passo di lato, lui la seguì. Lo rifecero, lui la seguì ancora.

«Signore, mi faccia passare»

Lui incrociò le braccia.I muscoli guizzarono sotto la camicia «forse non sono stato chiaro. Qui non entrano donne perbene. se vostro marito è qui, sono affari vostri. Andatevene»

«Non sono sposata. Cerco mio fratello»

«Non mi interessa chi cercate. Fuori di qui, o vi ci porto io»

Le afferrò un braccio. La stretta era feroce. Melody trattenne un grido.

«Problemi?»

La voce arrivò alle loro spalle. Piatta. Senza inflessioni. Eppure, l’omaccione si irrigidì come se qualcuno gli avesse puntato una pistola alla schiena.

«Tutto a posto, signor Hastings. Solo un piccolo malinteso»

«Sbrigati, Edogar. Ti voglio nel mio studio»

«S-sì, signore. Subito»

Melody non riusciva a vedere chi parlava. L’omaccione – Edogar – le bloccava la visuale. Ma sentì il rumore dei tacchi che si allontanavano sul pavimento, e capì che quel signor Hastings stava andando via.

«Signor Hastings» la chiamò Edogar, e con uno strattone la trascinò davanti a sé, esponendola alla sua vista.

Il cappuccio scivolò.

Melody si ritrovò in piena luce, i capelli che le ricadevano sulle spalle, il viso scoperto. Per un attimo, il mondo intorno a lei smise di esistere. Vide solo gli stivali di camoscio, i pantaloni blu notte di un tessuto che non aveva mai visto, il panciotto perfettamente aderente, l’orologio d’oro che spuntava dal taschino.

Poi alzò lo sguardo.

E lo vide.

Capelli biondi, selvaggi, arricciati sulle tempie e sul collo. Un volto da angelo e da demone insieme: zigomi alti, mascella squadrata, labbra sottili che sembravano non aver mai sorriso in vita loro. E gli occhi. Occhi chiari, di un colore che non riuscì a definire, che la stavano guardando come si guarda un insetto sotto una lente.

Lui la osservò. Dal capo ai piedi. Senza fretta. Senza interesse. Come se stesse catalogando un oggetto di nessun valore.

Poi fece un gesto vago con la mano, l’anello d’oro al mignolo che scintillò alla luce, e si voltò.

«Sbarazzatevene, Edogar»

Secco. Definitivo.

E Melody sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei.

Non era la fame. Non era la paura. Non era la stanchezza. Era qualcosa di più profondo, un filo che aveva retto per anni e che in quel momento, di fronte a quell’uomo che la liquidava come se fosse nulla, si stava strappando.

Aveva promesso a Tom che sarebbe tornata. Aveva promesso che Michael sarebbe stato lì, la mattina dopo, a mangiare i biscotti con loro. Aveva promesso che ce l’avrebbero fatta. E invece era lì, in quel posto infame, umiliata da un energumeno e liquidata da un aristocratico come se fosse uno scarafaggio.

Non ci sarebbe stata una giustizia divina.Non se non l’avesse costruita lei, con le sue mani.

«Voi..»

La sua voce tremava. Ma era chiara.Forte.Arrivò fino a lui.

Julian Hastings si fermò. Non si voltò, ma si fermò.

«Siete un essere disgustoso» le parole le uscivano di bocca senza che riuscisse a trattenerle «mi auguro con tutto il cuore che un giorno vi troviate nella mia stessa condizione. Che abbiate bisogno di aiuto e che nessuno ve lo dia. Che vi voltino le spalle, come voi fate adesso con me. E quando succederà, spero di esserci. Per guardarvi sprofondare e non muovere un dito»

Intorno a loro, il silenzio era calato come una cappa.Gli ubriachi avevano smesso di bere. Le prostitute avevano smesso di ridere. Tutti guardavano lei. La pazza. La donna che aveva osato alzare la voce contro Julian Hastings.

Lui non si muoveva. Le mani in tasca. La schiena dritta. La testa leggermente girata, quanto bastava per intravedere la linea della mascella. Un muscolo guizzò.Stava stringendo i denti.

Melody fece un passo verso di lui. Un altro. Voleva dirgli ancora. Voleva fargli male, ferirlo in qualche modo, fargli capire che lei esisteva, che non era uno scarafaggio.

Edogar la afferrò.

«Lasciatemi!» gridò, dimenandosi. «Voi, energumeno, levatemi le mani di dosso!»

Lui la sollevò come se non pesasse nulla e se la caricò su una spalla.

«No! Signor Hastings... Signor...Signor Hasting! Ascoltatemi!»

Lei scalciava, lo prendeva a pugni sulla schiena, ma Edogar non la sentiva nemmeno.

«Non preoccupatevi, signor Hastings» disse «me ne occupo io»

Julian Hastings rimase immobile ancora per un momento. Poi, con una lentezza che sembrava studiata, si voltò.

I loro occhi si incontrarono.

Melody, a testa in giù sulla spalla di Edogar, i capelli sciolti, il mantello che le pendeva storto, lo guardò dritto negli occhi.Alzò il mento.Lo sfidò.

Lui la osservò per un lungo, interminabile secondo.

Poi sorrise.

Non era un sorriso gentile. Era un sorriso sardonico, crudele, come se avesse appena scoperto qualcosa di inaspettatamente divertente.

E in quel sorriso, Melody capì di aver appena commesso l’errore più grande della sua vita.



Lady Sticklethwait