SILENT FALLS

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Summary

Silent Falls è una città perfetta. Le giornate scorrono sempre uguali. Le persone sorridono sempre allo stesso modo. Nessuno sembra accorgersi che qualcosa non torna. Poi qualcuno muore. Quando l’adolescente Matthew Ricks inizia a fare domande, scopre qualcosa che cambierà la sua vita per sempre. Perché a Silent Falls c’è una verità che nessuno dovrebbe scoprire.

Status
Ongoing
Chapters
3
Rating
n/a
Age Rating
16+

Buon compleanno Matthew!


1)


Il 17 aprile 2016 era un lunedì come tanti.

Specialmente per Matthew Ricks, che come ogni anno, non ne voleva sapere di festeggiare.

Matthew era figlio unico e odiava il giorno del suo compleanno.

Quella mattina si era alzato con la sensazione di essere già stanco.

In cucina, i genitori lo aspettavano sorridenti, le stelle luminose ancora appese al soffitto e una torta con il numero 17 pronta sul tavolo.

I Ricks erano il classico esempio della famiglia amorevole. Sembravano usciti da una pubblicità.

Susan era una donna di circa un metro e sessanta, magra, coi capelli castano chiaro che tendevano al biondo, e due begli occhi azzurri, ma, fin da quando Matt aveva memoria, lei si tingeva sempre i capelli di nero.

Premurosa come poche persone al mondo e sempre gentile coi vicini, Matt non ricordava di averla mai sentita alzare la voce.

Robert (Bob) Ricks era un ometto panciuto sul metro e settantacinque circa, un sorrisone simpatico e degli occhi piuttosto espressivi nocciola scuro, la testa piena di capelli mossi di un biondo scuro, tendente al castano, e la barba sempre rigorosamente tagliata a zero, una vaga somiglianza con l'attore Sean Astin.

«Buon compleanno!» dissero all'unisono. Matthew annuì, sorridendo appena.

Educato, sì, ma distante.

Come sempre.

«Un po' di energia Roccia! Oggi compi 17 anni diamine! Se potessi tornare alla tua età farei le capriole!»

Bob sembrava più esaltato di suo figlio.

«Si lo so Pà, sono solo ancora mezzo addormentato.»

Procedeva a sbadigliare e a strofinarsi gli occhi.

«So che la mattina non fai colazione tesoro, ma una fetta di torta non puoi rifiutarla!»

Susan univa le mani come se stesse aspettando un voto da un momento all'altro.

«E va bene!»

Matt sbuffò leggermente.

Mangiare non era una priorità, quindi si limitò a bere un caffè e addentare una piccola fettina di torta senza guardare troppo il resto, senza soffermarsi sulle lucine.

«Cavolo, sono in ritardo!»

Afferrò lo zaino, si alzò e uscì.

«Stai attento! Buona giornata!»

Gridarono i Ricks.

La porta della casa si chiuse alle sue spalle e già sentiva la pressione allontanarsi.

In realtà era in anticipo di dieci minuti, la fretta era solo una scusa.

Voleva sparire dalla scena del compleanno.

Il sentiero verso la scuola attraversava il quartiere residenziale di Silent Falls.

Le strade erano tranquille, marciapiedi bordati di alberi e piccoli giardini ordinati.

Il sole filtrava a tratti tra le nuvole, ma Matthew preferiva le zone d'ombra e la pioggia. Camminava a passo veloce, le mani infilate nelle tasche, lo zaino che sbatteva leggermente contro la schiena.

Non fece caso ai vicini che salutavano distrattamente, ai cani che abbaiavano dietro le siepi.

Passò accanto al laghetto del quartiere, un piccolo specchio d'acqua scuro che nessuno sembrava notare, neanche lui — se non fosse stato per quella strana sensazione che provava, sempre più familiare, ogni volta che lo guardava da lontano.

«Talassofobia del cazzo.»

Sussurrò brevemente, senza approfondire.

All'incrocio lo attendeva Elon Conway, il ragazzo sembrava sempre felice, con i capelli biondi che gli cadevano sugli occhi azzurri e un sorriso sincero, una luce naturale che contrastava con l'oscurità di Matthew.

«Buon compleanno eh.»

Disse semplicemente, e lo fece senza enfasi, come fosse solo un'abitudine.

Matthew rispose con un piccolo cenno, il loro rituale: pochi gesti, niente parole in più.

Con Elon poteva permettersi di non fingere, ridere quando voleva, rimanere sé stesso.

Il tragitto continuava lungo le stradine di Silent Falls, tra case simili e vicoli tranquilli, il rumore dei passi che rimbombava sul marciapiede. Matthew notò il cancello arrugginito di una vecchia scuola elementare, i lampioni spenti e le cicatrici della strada dove l'asfalto era crepato.

Il mondo sembrava ordinario, troppo ordinario per chi era sempre un passo indietro agli altri, sempre più abituato a osservare senza partecipare.

Mentre avanzavano, Elon chiacchierava con leggerezza di cose di scuola, dei professori e di quanto fosse figa Madison Jones, la ragazza più bella della scuola, per la quale aveva una cotta non superficiale.

Matthew ascoltava, a tratti rispondendo, a tratti solo annuendo, con il passo rapido.

Non aveva fretta di parlare, solo di arrivare a scuola e ritagliarsi il suo spazio tra gli altri ragazzi, senza dover spiegare nulla.

Passarono accanto alla cascata del parco, una piccola struttura artificiale che nessuno guardava davvero.

Matthew notò l'acqua scendere silenziosa e immobile, senza nemmeno un gorgoglio, e continuò a camminare, concentrato sul passo.

La città, con i suoi vicoli, le strade dritte, i giardini e le case a due piani, era familiare.

Ordinaria.

Noiosa, se non fosse stato per il fatto che lui non si sentiva mai completamente parte di tutto quel movimento.

Arrivati all'incrocio principale, Matthew notò un piccolo poster stropicciato attaccato alla bacheca della biblioteca: una vecchia pubblicità per un film che non aveva mai visto. La scritta era sbiadita, il titolo non era completamente leggibile, eppure c'era qualcosa nel nome che gli dava un brivido.

Come se lo conoscesse già.

Non capì perché, e ignorò il pensiero.

Forse era solo la solita fantasia della mattina.

Finalmente arrivarono davanti all'ingresso della scuola.

I ragazzi già si raggruppavano davanti ai cancelli, tra chiacchiere rumorose e saluti energici.

Matthew e Elon si separarono dai gruppi, camminando lungo il marciapiede interno verso le classi.

Elon, come sempre, parlava del nulla con leggerezza, Matthew ascoltava, qualche sorriso nascosto appena appariva.

I due camminavano così, silenziosi a tratti, legati da una strana complicità che non aveva bisogno di parole.

Matthew guardò il cielo sopra la scuola, nuvole sparse, il sole che sbucava ogni tanto, e pensò che un compleanno poteva anche passare inosservato.

Del resto, l'unica cosa che contava era arrivare in classe e sedersi, in attesa che la giornata continuasse come al solito, almeno così sembrava.



2)



Matthew si muoveva tra i corridoi della scuola osservando tutto senza farsi notare.

I suoi compagni chiacchieravano, ridevano, si salutavano come ogni mattina.

Per lui, però, erano solo rumore di fondo. Un movimento continuo, indistinto.

Elon camminava al suo fianco, parlando a raffica. La sua voce allegra riempiva il corridoio mentre raccontava qualcosa su una festa del weekend.

Matthew annuiva ogni tanto.

Ascoltava a metà.

Non aggiungeva quasi mai nulla.

Arrivarono in classe. Matthew andò al suo posto vicino alla finestra.

La luce filtrava tra le tende consumate, disegnando ombre irregolari sul pavimento.

Il rumore degli zaini che cadevano a terra, delle sedie trascinate, delle voci che si sovrapponevano era una musica familiare.

Monotona.

Non lo infastidiva.

Ma non lo interessava nemmeno.

Madison Jones era già seduta al banco davanti.

Sistemava i capelli biondi dietro l'orecchio mentre allineava con cura l'astuccio e i quaderni.

Ogni tanto lanciava uno sguardo verso Matthew.

Occhi celesti grandi, quasi esagerati.

Quando lui incrociava quel sorriso appena malizioso, lo riconosceva subito.

Era lo stesso gioco da settimane.

Matthew era perfettamente consapevole dell'effetto che faceva sulle persone.

Era alto circa un metro e settantotto — anche se a tutti diceva uno e ottanta — con un fisico slanciato e atletico. Carnagione olivastra, capelli neri sempre un po' disordinati e occhi grigi che molti trovavano profondi, anche se a lui sembravano solo stanchi.

Ma attirare attenzione non gli interessava più di tanto.

Le prime ore passarono tra matematica e storia.

L'insegnante parlava con il solito tono regolare, come se la classe fosse davvero concentrata.

Matthew prendeva appunti con precisione, riempiendo il quaderno con una calligrafia ordinata.

Si accorgeva che stava curando più le lettere che il contenuto.

Ogni tanto alzava lo sguardo.

Madison era ancora lì davanti, e sembrava interessata a lui molto più di quanto lui lo fosse a lei.

Si scambiarono qualche sorriso breve.

Piccoli segnali silenziosi.

Matthew, però, rimaneva impassibile.

Quando arrivò la ricreazione uscirono nel cortile.

Elon ricominciò subito a parlare delle ultime novità: chi stava con chi, le feste del weekend, le cotte tra i compagni.

Matthew camminava al suo fianco a passo regolare.

Ogni tanto rispondeva con una battuta secca, abbastanza per far ridere Elon senza troppo sforzo.

Madison si avvicinò al gruppo poco dopo.

Lanciò uno sguardo a Matthew e gli fece un piccolo cenno.

Lui inclinò appena la testa e accennò un sorriso.

Quanto bastava per non sembrare scortese.

Non abbastanza per invitare davvero la conversazione.

Nel pomeriggio, tra laboratorio di scienze ed educazione fisica, Matthew continuò ad osservare.

Movimenti.

Voci.

Espressioni.

Come se stesse catalogando la realtà.

Non era indifferenza.

Era abitudine.

Una prudenza silenziosa che lo teneva sempre leggermente distante da tutto.

Elon, invece, era l'esatto opposto.

Un vortice di parole e gesti.

Parlava con tutti: compagni, professori, persino il bidello. Sempre con lo stesso sorriso facile.

Matthew lo osservava spesso.

Sapere che Elon era lì, accanto a lui, gli dava una strana sensazione di stabilità.

Con lui poteva permettersi di essere semplicemente sé stesso.

Poco prima dell'ultima campanella Madison lo raggiunse di nuovo.

«Ci vediamo stasera, giusto?»

Il tono era leggero, ma negli occhi si leggeva una curiosità evidente.

Matthew annuì appena.

Un accordo silenzioso.

Non era qualcosa su cui voleva soffermarsi troppo.

Quando la campanella suonò, lui ed Elon uscirono dalla scuola e si incamminarono lungo le stradine tranquille di Silent Falls.

Il sole stava calando.

Le ombre delle case si allungavano sull'asfalto.

Passarono vicino al laghetto del quartiere.

Sempre immobile.

Sempre silenzioso.

La superficie dell'acqua rifletteva appena la luce del tardo pomeriggio.

Matthew sentì di nuovo quel brivido.

Lo stesso di sempre.

Non sapeva spiegare perché.

Elon continuava a parlare accanto a lui, completamente ignaro.

Matthew ascoltava a metà, passo dopo passo, immerso nel suo silenzio.

La giornata stava finendo.

Ma senza saperlo, stava anche per iniziare qualcosa di molto diverso da tutto ciò che aveva conosciuto fino a quel momento.



3)



Matthew fece più tardi del solito.

Si fermò tutto il pomeriggio di fronte a casa di Elon a chiacchierare sul giorno seguente e a lanciarsi una logora palla da baseball senza però disporre del guantone.

A una certa si fece buio, Matthew mise lo zaino in spalla e salutò l'amico.

Arrivato di fronte a casa, aprì la porta e fu subito accolto dal profumo caldo e dolce della cena.

Dalla cucina arrivava il rumore delle stoviglie e il chiacchiericcio leggero dei suoi genitori.

Susan, con il grembiule ancora sporco di farina, stava sistemando i piatti sul tavolo con movimenti rapidi e abituati.

Bob invece andava avanti e indietro tra cucina e sala, ridendo a una battuta che probabilmente non riguardava nemmeno lui.

«Ehi, campione, come è andata?» disse Susan, posando davanti a Matthew un piatto di pasta ancora fumante.

Matthew si sedette.

«Bene... normale.»

Abbassò lo sguardo sul piatto.

Come molti ragazzi della sua età, aveva sviluppato quella forma di riservatezza fastidiosa che sembrava proteggere ogni pensiero dietro risposte brevi e poco interessanti.

Bob si sedette accanto a lui e gli diede un colpetto sulla spalla.

«Hai visto Madison oggi?»

Lo disse con quel sorriso malizioso che i genitori fanno quando pensano di aver capito tutto.

Matthew alzò lo sguardo.

Fece un piccolo sorriso ironico e scrollò le spalle.

«Sì, l'ho vista... continua a fissarmi. Probabilmente si annoia.»

Susan scoppiò a ridere.

«Oh, Matt, non fare il misterioso! Solo perché ti piace stare sulle tue non significa che non ci sia chi ti nota.»

Matthew fece un piccolo cenno con la testa.

«Lo so, mamma.»

Il sorriso che comparve sul suo volto fu quasi impercettibile.

Ma era sincero.

La cena proseguì tra risate e chiacchiere leggere.

Bob raccontò qualcosa di buffo accaduto al lavoro, Susan commentava ogni tanto con battute veloci, e Matthew ascoltava più di quanto parlasse.

Ogni tanto interveniva con una frase secca, una risposta asciutta che faceva comunque sorridere Bob.

Era una normalità semplice.

Un momento ordinario.

E forse proprio per questo, perfetto.

Dopo cena salutò i genitori e si ritirò nella sua stanza.

Chiuse la porta alle spalle e si lasciò cadere sul letto.

Restò qualche secondo immobile, poi tirò fuori il cellulare e compose il numero di Elon.

La risposta arrivò quasi subito.

«Allora?» disse immediatamente la voce allegra dall'altra parte.

Matthew aggrottò appena le sopracciglia.

«Allora cosa?»

«Il tuo compleanno! Sei sopravvissuto a mamma e papà?» rispose Elon ridendo.

Matthew scrollò le spalle, anche se Elon non poteva vederlo.

«Sì. Sono ancora vivo.»

Dall'altra parte arrivò un sospiro teatrale.

«Come fai a piacere a Madison senza fare un cazzo?»

Matthew alzò un sopracciglio.

«Davvero? Non ho notato.»

Fece una pausa.

«E comunque non mi interessa poi così tanto.»

«Lo so, lo so...» continuò Elon.

«Ma ti guardava, Matt. Cristo se ti guardava.»

Matthew lasciò uscire un piccolo sbuffo divertito.

«E comunque» proseguì Elon, «il bidello oggi era inquietante.»

Matthew sospirò.

«Victor Kane?»

«Sì!»

La voce di Elon si fece più bassa.

«Quell'uomo è gigantesco. Un metro e novanta almeno. Occhi che sembrano usciti dalle orbite, capelli grigi a spazzola... e la bocca.»

Fece una pausa.

«Matt, la bocca è enorme. Perfetta... ma troppo grande per sembrare normale.»

Matthew ridacchiò, scuotendo la testa.

«Ti preoccupi di lui come se fosse un serial killer.»

«Beh... non sto dicendo che lo sia...» rispose Elon. «Ma è inquietante, okay?»

Fece una breve pausa.

«Solo guardarlo per un secondo ti fa venire voglia di scappare.»

Matthew sorrise appena.

«Allora meglio tenere gli occhi su di lui e non su Madison.»

Continuarono a parlare della giornata.

Professori noiosi.

Compiti da consegnare.

Piccole chiacchiere adolescenziali senza importanza.

Elon parlava a raffica, con quell'energia che sembrava inesauribile.

Matthew lo ascoltava.

A volte rispondeva con frasi brevi.

A volte con commenti sarcastici.

Ma rideva.

E il loro legame restava lo stesso di sempre.

Un equilibrio perfetto tra chiacchiere logorroiche e silenzi complici.

Quando chiusero la telefonata, Matthew rimase seduto sul letto per qualche secondo.

Guardava il soffitto.

La luce della sera filtrava dalla finestra e il rumore distante delle auto sulla strada gli dava quella sensazione familiare di una città tranquilla.

Ordinaria.

Eppure, anche in mezzo a quella normalità, Matthew aveva sempre l'impressione di essere leggermente fuori posto.

Come se stesse osservando la propria vita da mezzo passo più indietro.

Allungò una mano sotto il materasso e tirò fuori il pacchetto di Marlboro Rosse.

Aprì la finestra.

Il davanzale era collegato lateralmente a un piccolo angolo di tegole che portava direttamente sopra il tetto della casa.

Da lì si poteva vedere buona parte della città.

Matthew uscì con un movimento abituato, arrampicandosi senza difficoltà.

Si sedette sulle tegole fredde.

Accese la sigaretta.

Il fumo grigio salì lentamente nell'aria della sera.

Davanti a lui Silent Falls sembrava addormentata.

Silenziosa.

Matthew rimase lì, a guardare la città sotto di sé, mentre il fumo si dissolveva lentamente nel cielo.