Capitolo 1: La Sincronia del Binario 3
La stazione di prima mattina ha un odore particolare: un misto di ferro freddo, caffè bruciato e l’umidità che sale dalle traversine. Ero arrivata in anticipo, come sempre, con quella mia ansia cronica di perdere il treno che altro non è se non il bisogno di controllare ogni secondo della mia vita. Mi aspettavano ventiquattro ore di fuoco a Milano, il rush finale per la collezione, e poi il ritorno immediato alla mia "bolla": il lavoro, un marito premuroso, una figlia di sei anni che è il mio sole. Una vita ordinaria, solida, rassicurante. O almeno così credevo.
Stavo finendo di salire gli scalini che portano al binario 3 quando lo vidi. Era appoggiato a una colonna di ghisa, le cuffiette bianche alle orecchie e lo sguardo perso verso l'orizzonte dei binari. Michele.
Dio, quanto era bello in quella luce grigiastra. Aveva il fisico di chi ha giocato a basket per anni, una struttura solida che i vestiti scuri non riuscivano a nascondere, e quei capelli leggermente brizzolati che gli davano un’aria di autorevolezza malinconica. Sapevo chi era: un architetto stimato, un uomo con una compagna bellissima e una figlia quasi coetanea della mia. Sapevo anche, per vie traverse, che il suo castello stava scricchiolando. "Sono in crisi," avevano sussurrato durante un pranzo. "Lui fa un po' lo stupido in giro." Quel dettaglio, quella crepa nella sua perfezione, mi aveva ossessionata per settimane.
Quando salii sul treno e trovai il mio posto, il cuore mi saltò in gola: lui era lì. Posto 14D. Io ero il 14C.
"Scusami, tolgo subito le mie cose," dissi con voce leggermente incrinata.
"Tranquilla, ti do una mano," rispose lui. La sua voce era più profonda di quanto immaginassi. Mentre sollevava la mia borsa, i suoi muscoli si tesero sotto la camicia e per un istante sentii il suo profumo: sesto, cuoio e qualcosa di agrumato.
Per la prima mezz'ora restammo immersi nei nostri mondi, separati dalle cuffie. Ma la tensione nello spazio tra i nostri sedili era quasi solida. Quando cambiai playlist, lui si tolse un auricolare e mi guardò. "Pensavo di essere l'unico che li ascoltasse ancora," disse con un mezzo sorriso. Quel sorriso. Gli occhi si ridussero a due fessure e comparvero quelle rughe laterali che mi facevano mancare il respiro.
Iniziammo a parlare. Non era una conversazione da viaggio, era un riconoscimento. Gusti musicali, passioni architettoniche, la fatica di vivere in una città che ti sta stretta. "Forse non era ancora il momento per noi di conoscerci," disse a un certo punto, e quella frase rimase sospesa nell'aria come una promessa. Nessun accenno alle rispettive famiglie. In quel vagone eravamo solo Michele ed Emma, due sconosciuti che stavano scoprendo di non esserlo affatto.