Chapter 1: La sindrome della stampante inceppata
La mia città di mare ha un senso dell'umorismo discutibile: è abbastanza grande da permetterti di perderti tre volte nello stesso giorno, ma abbastanza piccola da sputarti fuori esattamente davanti al bar dove sta facendo colazione la persona che meno vorresti incontrare.
Io ci vivevo dentro come potevo, il più delle volte inciampandoci.
Trentacinque anni, un lavoro d'ufficio dignitoso e una vita privata che definire "in pausa" era un atto di estremo ottimismo; era più un cantiere abbandonato con i cartelli di pericolo ancora esposti.
Non ero infelice, intendiamoci.
Ero solo... funzionale.
Come quelle stampanti da ufficio che fanno il loro dovere per settimane, finché un giorno non decidono, senza motivo apparente, di non collaborare più e iniziare a emettere fumo.
E poi c’era Riccardo.
Lui non era un semplice ricordo; era il mio crush adolescenziale.
Quello serio.
Quello che ti rimane incastrato nei lobi cerebrali come il jingle di una pubblicità degli anni ’90 che non riesci a smettere di canticchiare.
Un anno più grande, stesso campus, scuole diverse. Passava nel cortile con quel sorriso che gli chiudeva gli occhi a fessura e quelle fossette che sembravano fatte apposta per farti dimenticare come ci si regge in piedi.
Aveva l’aria di chi non sa di essere bello, ma purtroppo lo era in modo imbarazzante.
Io, invece, lo sapevo benissimo.
Ero la ragazzina che lo studiava da lontano con la coordinazione motoria di un cucciolo di giraffa e la borsa che scivolava dalla spalla come se avesse una volontà propria.
Non ci eravamo mai parlati.
Lui non sapeva chi fossi; io invece lo conoscevo come si conoscono i menù dei ristoranti preferiti: a memoria, compresi i prezzi.
Poi, per vent'anni, il nulla.
Puff.
Sparito.
Fino a qualche settimana fa.
All'improvviso, Riccardo ha deciso di diventare lo sfondo costante della mia esistenza.
Era ovunque: sabato sera, io con gli amici, lui al tavolo accanto che ride.
Martedì mattina, io al bar con le occhiaie, lui che ordina un cappuccino mentre io quasi rovescio il mio addosso al barista.
Domenica pomeriggio, festa di compleanno della figlia di un'amica. Lui arriva con la compagna e una bambina di sette anni.
Ogni volta mi irrigidivo come se il professore di matematica stesse per interrogarmi a sorpresa su un programma mai studiato.
Lui non mi conosceva.
O forse sì? O forse faceva finta?
Non avevo il coraggio di scoprirlo, troppo impegnata a fingere di essere una persona normale e non un reperto archeologico del suo liceo.
Poi, la mazzata finale durante un pranzo di lavoro noiosissimo.
Tra un risotto scotto e un bicchiere di vino, qualcuno ha lanciato l'esca: «Ha aperto il suo studio d’architettura in centro. Pare che con la compagna sia in crisi nera... dicono che faccia un po’ il farfallone ultimamente.»
Ho fissato il mio bicchiere con un'indifferenza che avrebbe meritato un Oscar.
Ma dentro, in quel piccolo ufficio polveroso che era il mio cuore, è partito un fuoco d'artificio. Uno di quelli illegali.