March 12

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Summary

"A volte ho un corpo, come ora, caldo, vivo.. a volte sono solo... un’ombra. Un’eco. "

Genre
Horror
Author
Ephram
Status
Complete
Chapters
19
Rating
n/a
Age Rating
16+

Come il Vento



Ogden, Utah

Eric

La neve non aveva mai avuto quel suono. Non qui. Scendeva densa e rotonda, ammortizzando ogni rumore come un tappeto steso su una stanza dove qualcosa era appena morto. Da dentro il Frozen Moose, sembrava quasi romantica. Fuori, invece, era solo un peso bianco che cadeva sul mondo.

Avevo bisogno d’aria.

Lasciai la birra sul bancone, dissi qualcosa a metà al barista, e mi misi il giubbotto. I miei amici continuavano a ridere al tavolo in fondo, ignari. Non li avevo seguiti nel loro entusiasmo per Ogden, per la neve, per il “fottuto fascino da road trip americano”. A me serviva solo stare lontano.

Appena spinsi la porta, l’aria mi tagliò il viso come un rasoio. Mi fermai sotto la tettoia, tirai fuori una sigaretta dalla tasca interna del giaccone e l’accesi con mani che tremavano più per i pensieri che per il freddo.

Non so quanto tempo passò prima che la notassi. Forse un minuto. Forse dieci.

Era lì, non troppo lontano dall’ultima luce gialla dell’insegna al neon, in piedi nella neve. Sembrava aspettare qualcuno. O qualcosa. Il suo cappotto blu si fondeva col buio, ma era intriso di neve, pesante. I capelli scuri, lunghissimi, le ricadevano come tende bagnate sui lati del viso. La pelle pallida, invece, brillava nella penombra come se avesse una sua luce propria.

Quando alzò gli occhi verso di me, la mia prima reazione fu quella di distogliere lo sguardo. Ma non ci riuscii.

— Ti stai congelando per abitudine o per convinzione? — disse lei. La voce mi arrivò chiara, sopra la neve.

Ci misi un attimo a capire che si stava rivolgendo a me.

— Scusa?-

Fece qualche passo verso il portico, abbastanza da restare sotto la neve, ma abbastanza vicina da vederle gli occhi. Erano scuri, senza riflessi. Liquidi e calmi. Quasi ipnotici.

— Stare lì fermi a fumare, con la neve che ti si infila nel collo... È più filosofia o punizione?-

— Un po’ l’una, un po’ l’altra — risposi, incerto.

Lei sorrise appena.

— Allora sei uno di quelli profondi.-

— No, solo uno che non ha voglia di chiacchierare con ubriachi. — Le indicai il bar con un cenno del capo.

— Capisco. — Si fermò lì, a due metri da me, le mani infilate nel cappotto. — Tu non sei di qui.-

— Perché lo dici?-

— Nessuno di Ogden fuma fuori in una notte come questa. E nessuno sta zitto quando una sconosciuta gli parla. Se sei del posto, al massimo ti chiedono se sei armato.-

Mi venne da ridere. Lei inclinò la testa, incuriosita.

— Mi chiamo Eric, comunque.-

— Lo so.-

Mi si bloccò il respiro per mezzo secondo.

— Come?-

— L’ho sentito prima, nel bar. Uno dei tuoi amici ti ha chiamato. Eric, porta da bere. Eric, dove sei finito. Così. — Scrollò le spalle. — Nessun mistero.-

— Ah. — Risi nervosamente. — Giusto. Be’, piacere allora…?-

— Marty. Solo Marty.-

Il nome mi si incise addosso. C’era qualcosa di antico in quel suono, qualcosa che non combaciava del tutto col suo volto, né con quella voce calma che sembrava non temere il freddo.

— Aspetti qualcuno? — chiesi.

— No. Passavo. Ogni tanto capita.-

— Cosa capita?-

— Che ti fermi in un posto dove non dovresti più esserci.-

Mi fissava.

— Ti capita spesso?-

Lei non rispose. Tirò su il bavero del cappotto, poi lasciò che un fiocco di neve le si sciogliesse tra le labbra. Fu un gesto lentissimo, quasi sensuale, che mi lasciò spiazzato.

— Sai... — cominciai a dire, solo per non rimanere in silenzio — è strano incontrare qualcuno qui fuori. Pensavo di essere l’unico scemo.-

— Magari lo sei. Magari no. Dipende da cosa speravi di trovare. O di dimenticare.

Sentii qualcosa nel petto contrarsi. Non lo dava a vedere, ma ogni parola che diceva sembrava scavata da qualche parte profonda. Una voce che conosceva il peso delle cose.

— Tu sembri... — dissi, esitando — come se fossi in questo posto da molto.-

Lei mi guardò, e per la prima volta abbassò gli occhi, come se volesse proteggere qualcosa.

— Diciamo che conosco i suoi inverni.

Un silenzio si stese tra noi. Solo il vento tra i pini e la neve che cadeva. Nessuna macchina. Nessun rumore dal bar. Solo lei, ferma a qualche passo da me, immobile come una statua viva.

Poi alzò di nuovo gli occhi.

— Tu credi che certi posti si ricordino di noi?-

— Come... luoghi che trattengono le persone?-

— O quello che resta di loro.-

Rabbrividii. Lei se ne accorse, e si fece un po’ più vicina. Il suo profumo mi colpì all’improvviso: freddo, ma dolce. Come legno bagnato e qualcosa di più dolce, quasi fruttato. Come i frutti dimenticati nei cassetti.

— Ti fa paura quello che dico?-

— No. Ma non so se lo capisco.-

— Meglio così. I misteri troppo semplici non durano.-

Le sue dita sfiorarono la ringhiera ghiacciata vicino a me. La neve si sciolse dove le appoggiava. Istintivamente, guardai le sue mani. Erano pallide, ma vive. Forti. .

— Marty...-

— Mmm?-

— Sei vera?-

Lei mi fissò, poi rise. Stavolta sul serio. Un suono breve, vibrante. Una risata da ragazza giovane. Ma durò troppo poco.

— Che domanda stupida.-

— Forse. Ma...sei davvero originale come tipa. -

— Sono qui ora. — Mi si avvicinò ancora. I suoi occhi erano a pochi centimetri dai miei. — È abbastanza?-

Poi, con la stessa rapidità con cui era comparsa, fece un passo indietro.

— Devi tornare dentro. Stai gelando.-

— E tu?-

— Io sto bene nella neve.-

Fece un mezzo inchino, come fosse un’attrice a fine scena.

-Ci vediamo alla prossima, se capiterà, è stato un piacere. - Poi si voltò, con calma, e si incamminò nella direzione del parcheggio laterale.

— Marty! — la chiamai.

Si fermò solo un istante, senza girarsi. Poi sparì dietro l’angolo dell’edificio.

Mi mossi di scatto. Corsi oltre l’angolo, ma dietro il bar non c’era nessuno.

E la sigaretta tra le mie dita si era spenta.