Untitled chapter 1
Brace di Lava
Capitolo 1: Nel Cuore della Notte
La notte in cui tutto cambiò, il mondo sembrava trattenere il respiro. Era l’inizio di ottobre del 2028, e il freddo di Vík í Mýrdal si insinuava già nelle ossa, anche sotto le coperte pesanti. Avevo diciotto anni, capelli color rame che mi cadevano in ciocche disordinate sulle spalle, e gli occhi che la gente del villaggio trovava strani: uno verde come l’erba d’estate, l’altro metà castano, metà azzurro, come se il cielo e la terra si fossero messi d’accordo per dividersi il mio sguardo. Le lentiggini mi punteggiavano il viso, una costellazione che non avevo mai imparato ad amare. Ero magra, forse troppo, ma il lavoro alla fattoria di Jónsson non lasciava molto spazio per mettere su peso.
Ero nel mio letto, avvolta in un sogno confuso di onde quando la terra iniziò a tremare. Fu un ruggito basso, profondo, che sembrava salire dalle viscere dell’isola. Il letto vibrò sotto di me, e il bicchiere d’acqua sul comodino si rovesciò con un tonfo sordo. Mi svegliai di soprassalto, il cuore che mi martellava nel petto. Per un attimo pensai che fosse solo il vento, che qui a Vík può ululare come un lupo affamato, ma poi la stanza si inclinò, e un quadro appeso alla parete cadde con un crack. Era un terremoto.
Saltai giù dal letto, i piedi nudi sul pavimento gelido. La mia stanza, piccola e spartana, sembrava sul punto di crollare. Le travi di legno scricchiolavano, e il rumore della terra che si scuoteva era come un tamburo che rimbombava nelle mie costole.
– Mamma! Papà! – gridai, ma la mia voce si perse nel caos.
Corsi verso la porta, inciampando su una coperta che si era attorcigliata ai miei piedi. Il corridoio era buio, e l’odore di legno umido e lana impregnava l’aria. La casa, una costruzione bassa e robusta come tutte quelle di Vík, sembrava gemere sotto il peso di qualcosa di più grande di lei.
Raggiunsi il salotto, dove trovai mia madre, con i capelli grigi sciolti e gli occhi spalancati.
– Áróra, stai bene? – chiese, afferrandomi per le spalle.
Annuii, ma non ero sicura di stare bene davvero. Mio padre era già alla porta, con gli stivali infilati a metà e la giacca buttata sulle spalle.
– Dobbiamo uscire – disse, la voce calma ma tesa, come una corda di violino sul punto di spezzarsi. – Non è sicuro qui dentro.
Fuori, l’aria era gelida e pungente, e il cielo sopra di noi era una distesa di stelle, indifferente al caos sotto di esso. La spiaggia nera di Vík, con le sue onde che si infrangevano contro le rocce basaltiche, sembrava più viva del solito, come se anche il mare percepisse l’agitazione della terra. Il terremoto era cessato, ma il silenzio che seguì era pesante, innaturale. I vicini stavano uscendo dalle loro case, ombre confuse nella notte. Qualcuno gridava, qualcuno piangeva. Io stringevo la mano di mia madre, il cuore ancora in gola.
– È stato forte – mormorò mio padre, scrutando l’orizzonte verso il Katla, il vulcano che incombeva su Vík come una presenza silenziosa ma sempre minacciosa. – Troppo forte.
Non disse altro, ma capii cosa intendeva. In Islanda, i terremoti non erano una novità, ma questo era diverso.
Tornammo dentro quando fummo sicuri che non ci sarebbero state altre scosse, almeno per il momento. La casa era in disordine: piatti rotti sul pavimento della cucina, una sedia rovesciata, il vecchio orologio a pendolo di mio nonno fermo per sempre alle 2:17. Mi sedetti sul divano, ancora intontita, mentre mia madre preparava del tè con mani tremanti. Mio padre si mise a controllare le fondamenta della casa con una torcia, come se potesse trovare una risposta nelle crepe del cemento.
– Áróra, domani vai alla fattoria? – chiese mia madre, rompendo il silenzio. La sua voce era calma, ma c’era una nota di preoccupazione che non riusciva a nascondere.
– Devo – risposi, stringendo la tazza calda tra le mani. -Chi fa il mio lavoro sennò?-
Cercai di sorridere, ma il mio viso sembrava di pietra. La verità era che non volevo pensare a cosa sarebbe successo dopo. Il lavoro alla fattoria di Jónsson era l’unica cosa che mi teneva ancorata, che mi dava uno scopo. Non ero come le altre ragazze del villaggio, che sognavano di trasferirsi a Reykjavík oaltrove. Io amavo la terra, anche quando era dura e spietata come quella notte.
Il resto della notte passò in un silenzio inquieto. Non riuscii a dormire. Ogni tanto, chiudevo gli occhi e vedevo immagini di crepe che si aprivano nel terreno, di lava che sgorgava dal Katla, di Vík inghiottita dalla cenere. Era una paura che conoscevamo tutti, qui. Il vulcano era sempre lì, a ricordarci quanto fossimo piccoli.
Quando l’alba finalmente tinse il cielo di un grigio pallido, mi alzai, infilai i miei stivali e la giacca di lana, e uscii.
La fattoria di Jónsson era a pochi chilometri dal villaggio, un complesso di edifici bassi circondati da pascoli brulli e muretti di pietra. L’aria odorava di erba umida e letame, un profumo che per me era casa. Le pecore, però, erano irrequiete. Si muovevano in cerchio nel recinto, belando più del solito. Anche loro avevano sentito il terremoto.
– Áróra! – mi chiamò Jón, il proprietario, un uomo robusto con la barba brizzolata e gli occhi sempre socchiusi, come se stesse scrutando il mondo attraverso una fessura. – Hai visto cos’è successo stanotte?-
– Difficile non accorgersene – risposi, cercando di mantenere la voce leggera. – Le pecore stanno bene?-
– Per ora sì, ma sono nervose. E non sono l’unico. – Si grattò la barba, guardando verso il Katla, la cui sagoma scura si stagliava contro il cielo. – Ho sentito che a Hella hanno registrato una scossa di magnitudo 6.2. Non è normale, Áróra. Non per noi.-
Annuii, ma non dissi nulla. Non c’era molto da dire. In Islanda, la terra non era mai solo terra. Era viva, imprevedibile, e noi eravamo solo ospiti di passaggio. Passai la mattinata a controllare i recinti, a fare tutto quello che facevo ogni giorno. Ma c’era qualcosa di diverso nell’aria, un peso che non riuscivo a scrollarmi di dosso. Ogni tanto, guardavo il vulcano, e mi sembrava che mi stesse osservando di rimando.