Un regalo per Luca

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Summary

Di cosa si nutre il male?

Genre
Horror
Author
Sonia
Status
Complete
Chapters
1
Rating
n/a
Age Rating
18+

Chapter 2

La mattina dopo si alza presto, nonostante la lunga nottata. Mi trascina con sé verso il suo giochino preferito e capisco subito.

Crede ancora che sua madre giocherà con lui. Che spasso.

Mentre andiamo verso il salone, vedo tutto nero. L’odore di terra bagnata mi avvolge, pesante, soffocante. Cosa cazzo significa adesso?

Daniel mi risveglia dai pensieri con un forte singhiozzo. Ci risiamo, sta per piangere. La mammina non ha di nuovo mantenuto la promessa?

Fisso incessantemente il bimbo con un sorriso cupo. Che mamma cattiva, vero? davvero cattiva. Preferisce lavorare che stare con te.

Mentre mi trascina in camera sua non posso fare a meno di pensare che potrei spingerlo a fare qualcosa di interessante.

Mi trascina nel suo mondo di giochi, inconsapevole di quanto sia facile manipolarlo. La sua innocenza è oro.

I suoi passetti sono piccoli e incerti. Arrivati in cameretta mi mette sul bordo del letto e scrutandomi mi chiede “Gioca con me, ti prego…”

Sospira, si guarda intorno nervosamente, mentre il suo sguardo torna verso di me. Non posso fare a meno di pensare a quanto sia fragile, quanto siano sottili i fili che lo tengono legato alla sua innocenza.

Con un po’ di sforzo, riesco di nuovo a girare gli occhi e guardarlo.

Mi ero promesso di non rispondergli, ma sento l’adrenalina che mi scorre per tutta l’imbottitura.

Lui sorride contento, ignaro di tutto.

Daniel si avvicina al mucchio di attrezzi da giardinaggio, frugando tra cesoie, corde e picconi. Con lo sguardo gli indico un paio di cesoie arrugginite, le prende in mano con attenzione e si dirige verso una porta di legno che conduce alla cucina. Mi appoggia su una sediolina e, con un cenno del mio sguardo, gli indico dove andare e cosa fare.

Daniel trascina goffamente la sedia fino alla porta, facendo fatica a mantenerne l’equilibrio. La sedia scricchiola sotto il suo peso, ma lui sembra completamente concentrato. Con la mano tremante, afferra le cesoie da giardinaggio, facendo un lieve tintinnio metallico. Poi si sporge sopra la porta socchiusa, cercando di sistemare le cesoie con cura sulla parte superiore.

Il suo respiro è affannoso, il viso concentrato in una smorfia di impegno. Ogni movimento sembra essere una piccola sfida per la sua scarsa coordinazione, ma non si ferma. Si assicura che le cesoie siano ben posizionate. Rudimentale, ma letale.

Quando finalmente le sistema, fa un passo indietro dalla sedia e poi mi guarda con gli occhi cupi. “La mamma è... cattiva, vero?”

Certo… beh, a me non ha fatto nulla, voglio solo vedere un po’ di sangue in realtà. Sogghigno.

A quel punto un suono di chiavi all’entrata interrompe Daniel, che tutto felice mi prende e corre in modo maldestro verso la porta, dimenticandosi per poco della trappola. Si ferma di scatto davanti ad essa con un’espressione di puro terrore. Anche se volesse toglierla, non farebbe in tempo.

Si sente una risatina da dietro la porta. La signora Drosera… non è da sola?

La maniglia della porta si abbassa, è un attimo. Daniel urla e lei ha gli occhi spalancati mentre le cesoie le stanno per conficcarsi nella fronte.

Con la prontezza di un felino, si ritrae all’indietro e riesce ad evitarla, procurandosi però un taglio che copre subito con la mano.

Dietro di lei c’è un giovane dai capelli ricci e folti, il suo grande limpido sorriso svanisce non appena capisce cosa stava accadendo. Le cose si fanno interessanti.

“Daniel!” esclama Drosera furibonda. “Cosa stai facendo?! potevi farmi davvero tanto male, e potevi farti male da solo! Ma come cazzo ti è venuto!”

Daniel però, guardando il ragazzo con la bocca spalancata chiede balbettando “Non l-lavori? mi avevi promesso... che giocavamo e invece-”

Uno schiaffo lo interrompe. “E’ un collega di lavoro! Cosa credi che faccia tutti i giorni per mantenerti?!” Daniel però non ci crede, e risponde ancora più arrabbiato.

“Tu sei un… una troia!”

Un altro schiaffo, stavolta molto più forte, lo colpisce.

Ha ripetuto la parola che ho detto stanotte. Vorrei leccarmi i baffi, questa scena è maledettamente sublime. Mi colerebbe la saliva dal muso se solo l’avessi.

Daniel, piangendo e urlando, corre nella sua cameretta lasciandomi lì sulla sedia.

Un rumore di porta fa sobbalzare il ragazzo, che per tutta la scena è rimasto indietro imbarazzato. O impaurito che ci fossero altre trappole.

Drosera fa un grosso sospiro. “Mi dispiace che tu abbia dovuto vedere questo, Jack. E’ difficile fare la mamma e allo stesso tempo lavorare tutto il giorno, con-”

Lui la interrompe appoggiandole delicatamente un dito sulle labbra. “Non devi darmi spiegazioni, Kait”.

Giusto, il suo vero nome è una merda. A volte lo dimentico, è più forte di me.

Iniziano a baciarsi appassionatamente e si dirigono verso la sua camera. Alla faccia del collega.

Dopo un po’ di tempo sento una sensazione improvvisa, viscosa. Delle dita piccole e appiccicose mi stringono, si attaccano alla mia pelliccia. Marmellata?

Un lampo mi riporta alla realtà. Maledizione, ma che cazzo mi prende?

Ormai si è fatta sera, e le luci di un tuono illuminano la cucina. Intravedo anche Daniel, che finalmente ha smesso di piangere e viene verso di me.

Ha gli occhi rossi e gonfi, ma il suo sguardo esprime ancora rabbia. Mi piace la sua rabbia, è come se mi nutrissi di quello. Anche la paura mi piace, ma la rabbia è... viva. Sanguigna. Pulsante.

Nel frattempo Daniel mi afferra ma invece di riportarmi nella sua cameretta come al solito, si dirige verso il bagno.

Apre la porta piano come se non volesse farsi sentire e mi appoggia sul lavandino con poca cura. Sono emozionato da quante emozioni negative ci sono in questo bambino.

La medicazione del taglio della signora Drosera è ancora qui. Si intravede uno strano colore verdognolo, tipo disinfettante.

E’ un peccato, poteva farsi molto più male.

“Molto presto” dice il bambino.

Sì… sì, mi ha sentito. Mi ha sentito di nuovo! E vuole…

I miei neri bottoni brillano come stelle impazzite. Sento vibrare ogni filo della mia imbottitura. Il mio cuore di ovatta inizia a palpitare velocemente.

Facciamolo.

Facciamolo.

Facciamolo.

Dopo essersi controllato il rossore sulla guancia e aver trafugato qualcosa dal cassetto, mi stringe forte, con decisione, e si dirige verso la camera di Drosera con delle forbici in mano.

Ho ottenuto proprio quello che volevo cazzo! Rabbia, paura e sangue. E’ tutto così perfetto, poetic-

Daniel spalanca la camera ma non c’è nessuno.

Dove cazzo è adesso? Il suo turno inizia tra due ore. Avrà accompagnato la sua scopata a casa magari.

Daniel non si arrende e continua a controllare scrupolosamente in ogni stanza della casa, ma niente. Poi un’idea sembra attraversargli la testa, e inizia a correre verso la baracca in giardino.

Fuori piove ma non sembra importargli. Affonda i piedi nel fango ma non rallenta. Si ferma di colpo davanti ad essa. La porta è socchiusa, ma il rumore di pioggia ha coperto fortunatamente i passetti nel fango di Daniel. Oh sì, non vedo l’ora.

Spalanca la porta.

E quello che vediamo…

Un orrore si muove nel buio della baracca.

Un ammasso vivo di rosse radici viscide, nervature che pulsano, tentacoli coperti di spine, sangue e fango. C’è un suono, un suono disgustoso e bagnato, come carne viva masticata sott’acqua.

E l’odore. Dio, l’odore. Marcio. Ferro. Terra fradicia. Morte.

L’essere si gira.

Metà del suo volto... è la signora Drosera. Colta in flagrante.

Il suo occhio enorme, acquoso, iniettato di venature nere si inchioda su Daniel.

Tra i tentacoli di spine c’è la testa del ragazzo venuto questo pomeriggio. Il suo volto è un grumo di terrore e morte. Sanguina ancora. Pezzi del suo corpo sono sparsi, mancanti, strappati via come rami secchi. Le spine lo stringono come un bouquet macabro.

Daniel urla e mi lancia via.

Rotolo nel fango. Sento la pelliccia inzupparsi, sporca. Il mondo gira.

Lui corre. Tenta. Ma un tentacolo viscido, nodoso, costellato di grandi bolle rosse appiccicose, lo avvolge sul collo.

Quelle bolle… sono come la pianta carnivora che lei ama tanto.

Daniel grida, si contorce, combatte con tutta la sua forza. Ma è inutile.

Il suono.

Quel suono.

Carne che si lacera. Ossa che si spezzano.

Ora ricordo.

Un’ondata di fango, sangue, viscere. Una sensazione familiare.

Una stretta che non era mai sembrata tanto reale.

Il mio corpo è mezzo sommerso, con un bottone affondato nel fango. E mentre guardo, ricordo.

Non solo la scena, ricordo me stesso.

Ho portato Daniel a fare la mia stessa fine.

Che… che cosa ho fatto?

*Qualche giorno dopo.*

Era una bella mattina, l’odore dei biscotti al burro che invadeva la casa.

La signora Drosera sorrideva, come sempre. Un sorriso gentile, pacato, di quelli che mettono a proprio agio anche le mamme più ansiose.

Il bambino nuovo si chiamava Luca.

Cinque anni, occhi chiari, un taglio di capelli fatto male.

«Guarda, ti ho fatto un regalo», disse la madre, porgendogli il pacchetto.

Luca strappò la carta, curioso.

Dentro c’era un orsacchiotto. Nuovo, a quanto pareva. Marrone scuro. Gli occhi erano bottoni lucidi e neri.

«Lo chiamiamo Daniel?» disse la signora Drosera, con tono dolce.

Luca annuì. Non aveva ancora detto una parola, ma stringeva già il pupazzo con forza. Come se lo conoscesse da sempre.

In cucina, la signora Drosera versò il tè.

E nel suo sguardo, per un attimo, brillò qualcosa.

Non era luce.

Era fame.