Cap.1 - Rossana - Ah, che Capitano!
Gennaio, Anno domini 1370, Pagazzano, Gera d'Adda
“Queste sembrano proprio le impronte che cercavamo”
Antonio è accovacciato accanto a me con l’arco a tracolla. Mi guarda e so già che non gli piace.
“Forse dovremmo tornare indietro. Potrebbe essere pericoloso”
Faccio finta di non sentirlo.
Avanzo nella loro direzione. “Qui si è fermato. Guarda la neve… e le foglie schiacciate. Le tracce continuano… per di qua!”
“Forse è solo un cervo, fermati”
“Forse hai solo paura!”
“Sì. E lo sai che un cinghiale non si caccia in due, Rossana. E di certo non con una fionda e un arco. Se ci scoprono finiamo in castigo per una settimana”
La campana della chiesa suona i 4 rintocchi. Il sole sta calando.
Accidenti!
“Dai Rossana torniamo, si sta facendo tardi. Donna Flora ci ammazza se non rientriamo… e se scopre dove siamo. Ci aveva detto di non andare a cercarlo”
Ai quattro rintocchi si aggiunge il suono più acuto della campana del castello
“Perché suona?”
Contiamo.
Due.
Tre. Fine.
“Mio padre!”
“Ecco siamo nei guai.”
Parto di corsa.
Mio padre è al castello!
Ci siamo allontanati troppo.
“Dai Antonio, tieni il passo!”
“Aspettami, non ce la faccio”
Corre proprio come una lumaca.
Arrivati al bivio di casa sua ci separiamo.
“Domattina al castello” gli urlo accelerando di nuovo.
La campana della chiesa batte la mezza.
Sono senza fiato. Donna Flora mi uccide davvero.
Arrivo al fossato, è già quasi buio. La nebbia sale dalle acque regalando alle mura una cornice sfumata. Costeggio il perimetro orientale e mi dirigo al ponte. I miei passi risuonano veloci sul ponte. Claudio, la vecchia guardia, mi anticipa:
“Sono nel salone”
Gli sfreccio davanti ringraziando con un cenno della mano. Sa sempre il modo per coprirmi. Più tardi gli porterò un pezzo di dolce.
Attraverso il cortile e salgo a due a due i gradini del loggiato.
I suoi quattro levrieri mi corrono incontro giocosi.
La risata di mio padre riecheggia nel loggiato.
Avanzo quatta quatta verso la finestra della sala ricevimenti. I cani mi si accostano aspettando le coccole che prontamente ricevono.
Perché mio padre è al castello?
Avevo sperato che quei tre rintocchi significassero qualcos’altro.
Ma cosa potrebbe esserci di peggio?
So che devo stargli alla larga. Antonio e io non dobbiamo mai importunarlo, a meno che non sia lui a chiamarci. È qui per parlare con mia madre, o per ricevere i villani, o per la giornata dei cani…
Già, domani.
Ma le altre voci?
Accosto l'orecchio.
Voci sconosciute.
"Cinquecento fiorini non sono bastati a saziare i vostri uomini? Le campagne intorno a Firenze portano ancora i segni del loro passaggio. Abbiamo già pagato abbastanza per le razzie del vostro capitano.”
"Il mio capitano è qui presente," risponde mio padre con voce gelida. "Non metterà più piede nei vostri territori, ora serve me. I vostri confini sono al sicuro... finché pagate!".
Quel capitano è qui?
Una serva esce rapida dalle cucine con due secchi in mano. Appena mi vede, impallidisce e torna indietro.
Corri pure, spiona, penso, ma la curiosità è più forte della paura.
"Vi consegniamo l'accordo scritto," ribatte il fiorentino. "Baderete a star buoni per tre anni".
"Tre anni sono tanti," risponde mio padre, fin troppo allegro. "Possono succedere un sacco di cose".
Il passo pesante di donna Flora mi gela il sangue. Mi appiattisco contro la parete. I cani scappano tornando dal loro padrone. Forse la foschia mi nasconde. Ma lei ha le antenne di un serpente.
Cagnaccio, il suo vecchio bracco bianco e marrone, la segue scodinzolando. L'opposto del suo umore.
"Oh Signùr... Oh Signùr, ma come ta se cunsàda*! E lui vuole vederla!". Mi afferra per un braccio e mi trascina verso la scala interna e verso la sala di servizio del salone. Si gira verso di me minacciosa. Mi squadra i pantaloni e la camicia fuori posto.
"Tuo padre ti vuole vedere!" aggiunge minacciosa. Mi afferra la giacca, mi infila la camicia nei calzoni e cerca di lisciarmi i capelli con le dita, strappandomi ciocche intere.
“‘Ndoe ta se stada! Razza di un monello! Puzzi come un mucchio di melma!”
Sputa sul grembiule e cerca di ripulirmi la faccia.
Che schifo!
Mio padre? Cosa vorrà da me? Mi si stringe lo stomaco. Lui è sempre così freddo e austero; quando mi parla, dà solo ordini.
Mi strapazza ancora un po’, poi, accontentandosi dello scarso risultato sibila:
"Alùra... vienimi dietro. Sguardo basso e parla solo se interpellata; möet*!". Mi punta un dito sul petto: "E ricordati l'inchino!".
Entro. Alla mia destra il fuoco scoppietta nel grande camino. Mio padre siede a capotavola, di schiena alle fiamme. Mi dirigo in fondo al tavolo, davanti a lui, impettita. Cagnaccio si mette seduto accanto a me. Grazie amico! Gli sfioro la testa.
Uh l’inchino.
Metto la gamba davanti, o era l’altra? Allargo le braccia e provo a inchinarmi senza perdere l’equilibrio. Torno impettita come un soldato. Sento lo sguardo di tutti i presenti su di me e soprattutto quello del padrone. Che miseriaccia!
"Rossana".
La sua voce allegra suona falsa alle mie orecchie e dallo sconcerto alzo gli occhi: errore! Il suo sopracciglio destro è alzato e si muove da solo. È furioso.
Lancia un'occhiata di fuoco a donna Flora, poi torna su di me. Lui è elegantissimo; io, un topo di fogna. Con un gesto secco mi ordina di avvicinarmi.
Faccio un lento… mezzo passo.
"Signori, mia figlia Rossana," dice con un tono affabile che non gli appartiene.
Presenta gli ambasciatori e poi lui: Teodoro Acuto, un soldato venuto dall'Inghilterra.
Alzo gli occhi e rimango senza fiato. Non ho mai visto un uomo così.
Spalle larghe, capelli neri, occhi scuri.
Una sottile cicatrice bianca sulla guancia.
E quando si alza... è perfino più alto di mio padre!
"Teodoro, questa è la figlia di cui vi parlavo" gli sussurra mio padre.
"Molto... lieto di incontrare voi, Madama”, dice con una voce profonda, una cadenza gutturale, dura come la pietra, accennando un inchino.
Sorride, e io dimentico di esistere!
D'un tratto mi ricordo di come sono vestita! Timidamente mi liscio i capelli, poi raddrizzo la giubba e vedo le macchie di terra e fango.
Maledizione!
Vorrei sparire. Alzo colpevole lo sguardo su di lui e noto che il suo sorriso mi cerca. Tutto svanisce. Sento le campane suonare a festa, nella testa rimbombano i versi del Petrarca che il precettore mi faceva ripetere per punizione:
'Benedetto sia ' l giorno e ' l mese e l ' anno
e la stagione e ' l tempo e l ' ora e ' l punto
e ' l bel paese e ' l loco ov' io fui giunto ...'
Teodoro si alza, mi si avvicina, mi prende la mano, la bacia. La sua pelle scotta sulla mia. Mi incendia il sangue.
"Rossana!"
La voce di mio padre è come un tuono che squarcia la notte e fa esplodere la bolla armonica in cui mi ero rifugiata, riportandomi con i piedi per terra. Nascondo la mano dietro la schiena. Teodoro non si è mai mosso; è ancora seduto con una pergamena in mano e mi guarda incuriosito. È stato solo un miraggio.
Rossa per la vergogna, scappo dalla sala, seguita da Cagnaccio.
Passandogli vicino, annuso l'aria: una odore forte mi investe, diversa da quella di stantio e cenere del castello: sa di cuoio vecchio, di cavallo stanco e di quel metallo freddo che hanno le spade dopo una giornata di pioggia. È il sentore del mondo fuori dalle mura, l'odore di chi non ha radici.
Giunta in corridoio, affondo il viso nella pelliccia di Cagnaccio per calmare il batticuore.
Tendo l'orecchio alla porta, sento mio padre: "Scusate mia figlia, è ancora una bambina".
Bambina! Quella parola mi ferisce più di una freccia.
"Non è grave," risponde Teodoro. "Ho avuto sorelle più giovani anche io". Lo sento rispondere con parole scandite, quasi masticate, prive di quella cantilena morbida che usano i signori di queste terre.
Il tempismo perfetto di donna Flora interrompe il mio stato di angoscia mista a estasi. Mi afferra per un braccio e mi spinge via. "Fò di pé*! Non si origlia! E poi guarda come sei conciata. Pòta, se almeno mi avesse avvisata l'avrei sistemata io per tempo". Si avvia a passo svelto verso le cucine proseguendo nel suo sproloquio.
La seguo barcollando.
Ho lo stomaco pieno di farfalle.
Oh, che capitano!








