Prologo
MIKE POV
h: 8 a.m. | Settembre, 4 2025
Russian Hill, San Francisco
Di solito impostavo cinque sveglie a distanza di cinque minuti l’una dall’altra. Era una precauzione inutile ma lo facevo da anni. Quella mattina non ce ne fu bisogno. Alla prima, aprii gli occhi di scatto, disattivai le altre e balzai giù dal letto. Pochi secondi dopo ero già sotto la doccia.
Mi aspettava una mattinata intensa.
Con i capelli ancora bagnati, indossai il mio solito completo — camicia, giacca e pantaloni — e presi il telefono.
«Marisol?»
«Sì?» disse una voce gentile dall’altra parte della cornetta.
«Che cosa c’è per colazione?»
«Pane tostado, burro salato, marmellata, brioche, fruta fresca, bacon, omelette, zumo de naranja, y café…»
Non capivo lo spagnolo e non avevo la minima idea di cosa avesse elencato.
«Porti tutto.»
Dall’altra parte del telefono ci fu silenzio. Tanto valeva andare sul sicuro.
«Per una persona sola?»
«Si, grazie.»
«Arrivo subito.»
Quando la cameriera bussò alla porta, il carrello era talmente pieno che dovette spingerlo con entrambe le mani. Sistemò tutto sul tavolo e, prima di uscire, mi rivolse un’occhiata perplessa.
Le sorrisi e attesi che la porta si chiudesse alle sue spalle.
Solo allora mi sedetti.
Avevo troppa fame per preoccuparmi delle buone maniere. L’omelette sparì quasi subito, seguita dal pane tostato. Poi il bacon, la banana e infine la spremuta d’arancia.
Infine, sorseggiando il caffè bollente, mi misi a scorrere l’agenda sul tablet. Per la prima volta in anni, tutti i miei impegni si sarebbero conclusi prima delle dieci del mattino.
La cosa avrebbe dovuto farmi piacere, invece sentii una stretta allo stomaco che si trasformò quasi subito in un crampo.
Posai la tazza del caffè sul tavolo, cercando di controllare il respiro, ma un’ondata di nausea mi costrinse a precipitarmi in bagno. Ne uscii con la bocca impastata e le vene alle tempie gonfie.
Presi dalla scrivania le due buste recapitate il giorno prima per Sam e le infilai nella borsa. Prima di uscire mi fermai un istante davanti allo specchio. Avevo il viso più pallido del solito.
Marisol mi stava già aspettando nel corridoio per accompagnarmi all’appuntamento con Sam.
Lasciai il caffè a metà e uscii dalla stanza.
L’ufficio occupava il piano più alto della villa. Una volta dentro, notai la stessa logica del resto della casa. Attorno alla lunga scrivania in vetro e acciaio, le linee essenziali dell’arredamento convivevano con oggetti d’altri tempi, come un vecchio orologio a pendolo e una libreria di inizio secolo scorso.
Tra i suoi volumi impolverati si nascondevano telecamere di sorveglianza di ultima generazione. Le vidi, non perché fossero visibili, quanto perché Sam mi aveva chiesto un parere quando aveva deciso di installarle.
Mentre mi guardavo attorno, Marisol andò a spalancare le tende che coprivano le ampie vetrate.
«Madre de Dios, che odore di chiuso…» borbottò in un miscuglio di inglese e spagnolo.
«Lo dico sempre che dovrebbero lasciare entrare un po’ d’aria, ma nessuno mi ascolta.»
La luce del mattino invase la stanza facendomi socchiudere gli occhi.
Davanti a me si apriva l’oceano.
«Il señor Sam, in questi giorni è muy stressato.» disse Marisol prima di andar via.
«Non mangia, non dorme,» si portò una mano alla catenina con la croce che portava al collo e in spagnolo disse: «Y cuando los padres sufren, los niños también lo sienten.»
«Tra poche ore sarà già in volo. Non avremo molto tempo per lavorare. Anzi, dovremmo cominciare subito.»
Marisol annuì.
«Voya chiamarlo.»
Poi uscì, chiudendosi la porta alle spalle.
Appoggiai la borsa su una sedia e mi avvicinai alle vetrate e ne aprii una. L’aria tiepida della sera precedente era sparita. Tra gli alberi che circondavano la villa, notai le prime foglie ingiallite.
Durante la notte l’estate se n’era andata, lasciando spazio a un freddo inatteso. Un brivido mi attraversò la schiena e mi strinsi nella giacca.
«Dormito bene?» chiese una voce alle mie spalle.
Mi voltai e vidi Sam. Indossava una maglietta e un paio di jeans. Aveva il viso tirato e le occhiaie più scure del solito.
«Io per niente,» aggiunse senza aspettare la mia risposta.
Aprì un piccolo contenitore arancione e fece scivolare una pillola nel palmo della mano e la mandò giù. Aveva convissuto con l’ansia per anni e, nonostante stesse migliorando, si affidava sempre più spesso a terapie sperimentali sviluppate da AuxGene— una delle società biomedicali che finanziava.
Presi una delle due buste arrivate per lui che tenevo in borsa e gliela porsi.
«Sam, è arrivato l’invito ufficiale.»
Sam prese la busta.
«Lo mandano ancora cartaceo?» chiese schiarendosi la voce.
La aprì e scorse rapidamente il testo.
“Il Presidente degli Stati Uniti invita il Sig.re Sam Altman a cena presso la Casa Bianca…”
«Beh, direi che il gran giorno è arrivato,» constatò alzando gli occhi su di me.
Poi, guardando l’orologio aggiunse: «è tardi, mettiamoci al lavoro, Washington non aspetta,» facendomi un occhiolino divertito.
Non erano passati nemmeno dieci minuti dall’inizio della prova del discorso che avevamo preparato, quando delle voci nel corridoio ci interruppero.
Distinsi soltanto quella di Marisol.
«Señor Oliver, por favor…»
La porta si spalancò.
«Sam, ti devo parlare.»
Oliver si fermò sulla soglia.
«Adesso.»
Quando mi vide, il suo volto si irrigidì.
«Lasciaci soli.»
Mi alzai dalla sedia.
«Mike, resta dove sei,» ordinò Sam con una voce calma ma decisa.
«Non è un problema, Sam. Dovevo recuperare alcuni documenti che ho lasciato in camera.»
«Quali documenti, Mike?»
«Quelli dell’avvocato, li ho dimenticati sulla scrivania.»
Non era vero, la busta con quei documenti l’avevo in borsa.
Sam scosse la testa.
«Non adesso, di Ann parliamo dopo.»Poi indicò la sedia con un cenno.«Resta.»
Mi rimisi a sedere.
Sam tornò a guardare Oliver.
«Si può sapere che cosa c’è di così urgente, Olly? Ho una mattinata piuttosto complicata.»
«Sì, si può sapere,» contestò Oliver incrociando le braccia, «e non chiamarmi Olly.»
«Avanti, dimmi.»
«Prima manda via Mike.»
Ma Sam rimase immobile.
«Già, dimenticavo» polemizzò Oliver, «in questo matrimonio siamo in tre.»
Mi alzai e andai verso la porta.
«Mike, per favore, non andartene,» mi ordinò Sam senza distogliere lo sguardo da Oliver.
«Non c’è nulla che tu non sappia già.»
Tornai a sedermi.
Oliver posò due fogli sulla scrivania.
Uno era spiegazzato, come se fosse stato accartocciato.
L’altro riportava il logo di AuxGene Lab.
Sam prese il primo.Lo distese con il palmo della mano. Gli bastò uno sguardo per capirne il contenuto. Lo ripiegò senza dire una parola e lo infilò in tasca.
Poi passò al secondo foglio.
«È una mail di AuxGene Lab,» spiegò Oliver. «Un referto sul caso #SM_888.»
La sua voce iniziò a tremare.
«Dean mi ha detto che il laboratorio me l’ha inviata per errore.»
Si avvicinò a Sam.
«Perché non dovevo sapere delcaso #SM_888?»
Sam non rispose.
«Dean mi ha spiegato cos’è #SM_888…» continuò Oliver con voce tremante, «… chi sono i genitori biologici di nostro figlio, Sam?»
Nella stanza si sentiva solo il fruscio della carta tra le mani di Sam. Quando ebbe finito di leggere, richiuse il foglio e lo posò sulla scrivania.
Aprì il flacone arancione, lasciò cadere una pillola nel palmo e la mandò giù.
Dal corridoio tuonò il pianto del neonato che nel giro di pochi secondi tramutò in una serie di strilli insopportabili.
Abbassai gli occhi sulla scrivania e guardai quella busta.
Era la prima volta che vedevo Sam e Oliver litigare. Avrei preferito trovarmi in qualunque altro posto, ma non lì.
Marisol si affacciò alla porta e Oliver le fece un cenno con la testa. Lei annuì e si allontanò. Poco dopo il pianto cessò.
«Chi sei?» chiese Oliver.
Sam sollevò lentamente lo sguardo.
«Ti prego, Sam. Dimmi, chi sei?»
A quella supplica, la voce gli tremò.
«Olly…» sussurrò Sam.
«Non chiamarmi così!» gli intimò.
Poi, puntò un dito contro Sam: «L’uomo che ho sposato non avrebbe mai fatto una cosa del genere alle mie spalle.»
Poi, con gli occhi lucidi,Oliver guardò me di sbieco.
«Pensavo di sapere chi avevo accanto.»
«Sono sempre io…» replicò Sam.
«Non è vero,» smentì.
Appoggiò entrambe le mani sulla scrivania e si sporse in avanti.
«Io non ti riconosco.»
Sam tese una mano verso quella di Oliver ma lui la ritrasse immediatamente.
«Le mie valige sono pronte all’ingresso. Decidi tu se serviranno per venire a Washington con te o per lasciare questa casa.»
Sam impallidì.
«Vieni con me, Olly.»
«Chi sono i genitori biologici di nostro figlio?»insistette Oliver.
Entrambi si voltarono verso di me.
Poi il mio telefono vibrò. Lo estrassi dalla tasca della giacca. Diedi un’occhiata veloce al display.
C’era una nuova e-mail.
< Da: Laura Bennett
Oggetto: Richiesta urgente di contatto con il Sig. Altman
Buongiorno,
avrei urgente necessità di parlare con il Sig. Altman. Ho provato a contattarlo più volte senza ricevere risposta. Data l’urgenza, preferirei organizzare una videochiamata il prima possibile.
Attendo riscontri.
L. Bennett — Direttrice della Comunicazione Strategica >
Non avevo idea di chi fosse Laura Bennett. Né di come avesse ottenuto la mia e-mail personale.
Ma, se cercava Sam con quella urgenza, doveva avere a che fare con la partenza per Washington.
E io non potevo più rimandare. Dovevo dire a Sam quello che mi tenevo dentro da molto tempo ormai.
Per giorni avevo rinviato quella conversazione, raccontandomi che il momento migliore sarebbe stato l’ultimo possibile, magari pochi minuti prima che salisse sul jet privato.
La verità era un’altra: non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi.
🎧 Rachmaninov Concerto No.2, Op.18 | Sviatoslav Richter








