INTRODUZIONE
Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono frutto della fantasia dell'autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, viventi o defunte, o con fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Quelli che costruiscono, quelli che mantengono, quelli che consumano.
Ogni famiglia, prima o poi, si trova davanti alla stessa domanda, anche se raramente ha il coraggio di formularla ad alta voce:
chi ha costruito tutto quello che abbiamo?
La risposta, nella maggior parte delle famiglie, si perde lentamente nel tempo.
I nonni.
Sono loro che cominciano
Costruiscono quando ancora non possiedono quasi nulla. Mettono insieme mattoni prima ancora di avere una casa, risparmiano quando risparmiare significa rinunciare a qualcosa che desidererebbero, conservano gli oggetti perché potrebbe sempre servire, tengono da parte il denaro perché non si sa mai.
Non si sa mai.
È questa la frase che accompagna la prima generazione.
Non si sa mai che venga un inverno difficile.
Non si sa mai che qualcuno si ammali.
Non si sa mai che servano soldi.
Non si sa mai che un figlio abbia bisogno di aiuto.
E così i nonni costruiscono.
Costruiscono case, conti bancari, orti, garage, stanze che per anni rimangono chiuse perché «prima o poi potrebbero servire».
Costruiscono soprattutto una cosa che non compare in nessun atto notarile: la sicurezza della generazione successiva.
I loro figli ricevono tutto questo.
E fanno una cosa diversa.
Mantengono.
Non hanno più bisogno di partire da zero. La casa esiste già. Il tavolo è già in cucina. Il terreno è già lì. Qualche risparmio è stato messo da parte. La generazione precedente ha già affrontato le fatiche più dure.
I figli devono soltanto non distruggere ciò che hanno ricevuto.
È un compito apparentemente semplice.
E per qualche tempo ci riescono.
Pagano le bollette. Riparano il tetto. Curano l'orto. Cambiano le finestre quando è necessario. Conservano le fotografie. Mettono via qualche soldo.
Poi arrivano i figli dei figli.
La terza generazione.
Quelli che non hanno costruito.
Quelli che non hanno dovuto mantenere.
Quelli che, spesso, entrano in una casa già pronta e la guardano con la naturalezza con cui si guarda qualcosa che è sempre esistito.
Per loro il muro è semplicemente un muro.
Il terreno è semplicemente un terreno.
La casa è semplicemente una casa.
E i risparmi sono, soprattutto, una cosa che qualcuno ha messo lì.
Da qualche parte, in quella successione apparentemente ordinata, si nasconde il principio di una tragedia familiare.
O di una commedia.
A seconda del punto di vista.
Nella famiglia di Rao, per esempio, la questione era diventata particolarmente complicata.
I nonni avevano costruito.
I genitori avevano mantenuto.
I figli avevano cominciato a consumare.
Ma nessuno aveva previsto Dina.
Dina apparteneva a una categoria completamente diversa.
Non costruiva.
Non manteneva.
Non si limitava nemmeno a consumare.
Dina riorganizzava.
Questa era la parola che preferiva.
Quando vendeva qualcosa, diceva che stava riorganizzando.
Quando trovava un lavoro a qualcuno, stava riorganizzando.
Quando decideva che una stanza avrebbe avuto una funzione diversa da quella per cui era stata progettata, stava riorganizzando.
Quando proponeva di trasformare una casa familiare in un'attività ricettiva, non stava certamente stravolgendo la vita di tutti.
Stava riorganizzando.
La sua convinzione più profonda era che il mondo, lasciato a se stesso, fosse un sistema inefficiente.
Le persone lavoravano troppo poco.
Le case erano utilizzate male.
I soldi erano distribuiti senza criterio.
Gli oggetti rimanevano fermi.
I vecchi riposavano.
I giovani dormivano.
Le automobili venivano usate soltanto per spostarsi.
Dina considerava tutto questo uno spreco.
E ogni spreco, nella sua mente, rappresentava un'opportunità.
Rao lo aveva capito molto presto.
Il problema era che non aveva mai capito per chi fosse l'opportunità.
Per Dina, certamente.
Per la famiglia, molto meno.
La famiglia viveva tra abitudini antiche e ambizioni moderne.
C'erano ancora i vecchi mobili dei nonni, le fotografie ingiallite, le stoviglie che avevano attraversato decenni e qualche oggetto che nessuno avrebbe mai buttato perché apparteneva a qualcuno che non c'era più.
Accanto a tutto questo c'erano telefoni, automobili, carte di credito, lavori precari, affitti, rate e una quantità crescente di problemi che sembravano avere la straordinaria capacità di riprodursi durante la notte.
Ogni generazione aveva avuto il proprio modo di affrontare la difficoltà.
I nonni lavoravano.
I genitori risparmiavano.
I figli cercavano soluzioni.
Dina non lavorava, ma lei trovava lavori ad altri.
Molti lavori.
Troppi lavori.
Il primo sembrava innocuo.
Poi ne arrivava un secondo.
Poi un terzo.
Poi un quarto.
A un certo punto Rao aveva smesso di chiedere quanti lavori avesse.
Preferiva non saperlo.
Era diventato più prudente.
La prudenza, tuttavia, aveva un limite.
Quando un uomo lavora di giorno, di notte, nei fine settimana e occasionalmente anche mentre sta cercando di mangiare, prima o poi comincia a sospettare che qualcosa non stia funzionando.
Rao aveva cominciato a sospettarlo quando Dina gli aveva detto:
«Ho trovato un'altra opportunità.»
Lui aveva chiuso gli occhi.
«Per chi?»
«Per te.»
Quella frase sarebbe diventata, negli anni successivi, una specie di annuncio funebre.
I genitori di Rao appartenevano ancora alla generazione che considerava il lavoro una cosa seria.
Non chiedevano se convenisse.
Chiedevano se servisse.
Se serviva, si faceva.
Avevano vissuto abbastanza a lungo da sapere che una giornata difficile non era una tragedia e che un mese difficile non era la fine del mondo.
Avevano costruito la propria vita con piccoli gesti ripetuti per decenni.
Una spesa fatta con attenzione.
Un vestito conservato.
Un mobile aggiustato invece di essere sostituito.
Una somma messa da parte.
Un orto coltivato.
Una casa mantenuta.
La loro filosofia era semplice:
non buttare ciò che può ancora servire.
Dia avrebbe preso questa filosofia e l'avrebbe portata a conseguenze che nessuno dei due avrebbe mai immaginato.
Perché Dina non vedeva una vecchia sedia.
Vedeva un bene monetizzabile.
Non vedeva una stanza vuota.
Vedeva una camera da affittare.
Non vedeva un pomodoro.
Vedeva un prodotto da vendere.
Non vedeva un genitore stanco.
Vedeva una persona che, forse, poteva ancora lavorare qualche ora.
E quando tutti le dicevano che era troppo, Dina rispondeva sempre nello stesso modo.
«Bisogna darsi da fare.»
Era una frase semplice.
Quasi ragionevole.
Ed era proprio questo il problema.
Perché le peggiori idee, in quella famiglia, non arrivavano mai presentandosi come disastri.
Arrivavano travestite da buon senso.
Rao, invece, era rimasto nel mezzo.
Aveva ereditato dai nonni il senso del dovere.
Dai genitori aveva ereditato la convinzione che, in qualche modo, i problemi si potessero risolvere.
Da Dina aveva ricevuto una quantità di problemi che rendeva le prime due eredità completamente insufficienti.
Era il genere di uomo che, davanti a una situazione assurda, cercava ancora una spiegazione razionale.
Questo lo rendeva particolarmente vulnerabile.
Quando Dina proponeva qualcosa, Rao domandava:
«Ma perché?»
Dina rispondeva.
Rao ascoltava.
Poi cercava un punto debole nel ragionamento.
Lo trovava sempre.
Ma a quel punto Dina aveva già trovato un altro lavoro, un'altra vendita, un altro affare o un'altra soluzione.
E il ciclo ricominciava.
Nessuno, all'inizio, avrebbe immaginato dove tutto questo avrebbe portato.
Nessuno avrebbe previsto il mercato domenicale.
Nessuno avrebbe previsto il B&B.
Nessuno avrebbe previsto che una casa costruita dai nonni sarebbe stata trasformata in un'attività ricettiva con risultati economici discutibili.
Nessuno avrebbe previsto i lavori accumulati da Rao.
Né quelli dei suoi genitori.
Né le discussioni sulla proprietà.
Né la cantina.
Né i biglietti anonimi.
Né le fantasie di Dina sui Corleonesi e sui Soprano.
E certamente nessuno avrebbe previsto che, a un certo punto, una famiglia intera avrebbe discusso seriamente della propria situazione immobiliare mentre cenava dentro un'automobile.
Ma le famiglie non precipitano tutte insieme.
Lo fanno lentamente.
Una decisione alla volta.
Un favore alla volta.
Un sacrificio alla volta.
Un'idea alla volta.
E quasi sempre, prima del disastro, qualcuno dice:
«Non preoccuparti.»
Nella famiglia di Rao quella persona era quasi sempre Dina.
Ed era proprio allora che Rao cominciava a preoccuparsi.
Mariana, la primogenita, era riuscita a spegnere le 30 candeline senza aver mai lavorato in vita sua. Poi dal suo paesino natale dell’ Irpinia aveva ottenuto una supplenza a Monza.
Inutile dirsi, i genitori avevano dovuto organizzare il trasferimento. E lei non mancava di tornare quasi ogni fine settimana, ed ovviamente era il 55enne Rao a fare ore ed ore di guida ogni volta, percorrendo quindi lo stivale d’Italia.
Inutile a dirsi lo stipendio da supplente non era in grado di supportare il suo stile di vita. Quindi ecco Rao pronto a sopperire con il suo stipendio da operaio, gli anziani genitori di lui con le loro pensioni, e persino una prozia novantenne obbligata ad aiutare, ai limiti, se non oltre, della circonvenzione di incapace.
A dirigere tutto chiaramente c’è Dina, casalinga e organizzatrice per vocazione.
Dopo un po’ Mariana cambia scuola, nella stessa città.
Chiede al padre di prendere ferie per accompagnarla in auto nella stessa città…
È un comportamento che molte persone percepirebbero come eccessivamente dipendente.
Soprattutto perché:
il padre è un lavoratore manuale di 55 anni,
le ferie hanno valore fisico e mentale enorme,
non si parla di emergenza,
e molti ragazzini di 12 anni, suoi alunni, si muovono da soli.
La contraddizione è reale.
Lei probabilmente non vive la situazione come:
“sto sfruttando mio padre”
Ma come:
“mio padre c’è sempre per me.”
Perché nella sua famiglia:
la dipendenza è normalizzata,
il servizio genitoriale continuo è considerato amore,
i confini adulti sono molto sfumati.
Quindi non necessariamente c’è cattiveria o egoismo cosciente.
C’è spesso:
regressione emotiva,
incapacità di autonomia piena,
abitudine ad essere serviti.
Dina :
organizza
decide
pretende
investe emotivamente sui figli
Rao :
lavora
guida
cucina
trasporta
paga
esegue
Questa dinamica può diventare:
sfruttamento emotivo,
annullamento personale del padre,
ruolo servile interiorizzato.
Specie se:
lui non mette mai limiti,
nessuno considera la sua stanchezza,
il suo valore coincide solo con ciò che fa per gli altri.
Gli altri due figli della coppia avellinese sono : Antonio, 24enne ex studente universitario che sta cercando se stesso mentre vive a Salerno vicino al mare, e Genoveffa, 22enne studentessa universitaria a Roma.
Anche in questo caso le spese del mantenimento derivano totalmente dalla gestione di Dina.
La cucina è grande, con il tavolo coperto dalla solita tovaglia cerata a fiori.
Fuori piove piano sulla contrada. Dal garage arriva odore di gasolio e conserva di pomodoro.
Rao entra alle 19:40, ancora con la tuta sporca della fabbrica.
Dina è seduta con il telefono in mano, agitata.
Dina : Rao… Dobbiamo parlare
Rao :
(Appoggia lentamente le chiavi)
Manco il tempo di levarmi le scarpe…
Dina :Hai visto il messaggio di Mariana?
Rao : Qua ormai teniamo più gruppi WhatsApp che parenti
Ha detto che a Monza fa freddo.
A gennaio? Ma va
E che non trova più l’olio buono. Dice che quello del supermercato le fa acidità
…E io che devo fare?
Domenica le porti l’olio nostro
Rao si immobilizza lentamente
Ma sono stato a Monza appena una settimana fa
Eh poverina, sta pure sola
Sta col fidanzato.
Quello non conta.
Il telefono della madre vibra.
Aspetta… Messaggio di Antonio
Rao :madonna mia.
Leggo eh:
Mi servirebbero urgentemente 280 euro per un paio di serate ed un regalo di compleanno.
Ma gli abbiamo già dato 300 euro dall’ inizio del mese, oltre all’ affitto della stanza.
Dina : La vita a Salerno costa.
Rao apre il frigorifero. Dentro:
caciocavallo,
bottiglie di salsa,
teglie preparate,
contenitori con etichette: “MONZA” , “ROMA”, “SALERNO”
Li guarda in silenzio.
Noi praticamente siamo un corriere espresso alimentare.
Dina :
Almeno i figli mangiano bene.
Rao :
Io ieri ho cenato con pane e cipolla.
Perché non hai aspettato?
Silenzio.
Dina :
Comunque per Genoveffa dobbiamo muoverci.
Mo che è successo?
Il test di medicina.
Lo so.
Io ho parlato con Assunta.
Quale Assunta?
La cognata del fratello del marito della farmacista
Ah beh allora stiamo a posto
Conosce uno all’università.
Rao : …All’università di dove?
Non ho capito bene. Forse Foggia. O Chieti.
Tu vuoi corrompere l’università italiana con Assunta di San Lorenzello?
Non fare ironia. La ragazza deve diventare medico.
E se non vuole?
Come non vuole?! È intelligente.
Pure io ero intelligente. E a 16 anni stavo già in fabbrica.
Dina lo ignora completamente.
Io pure gliel’ho detto:
“Genoveffa amore, mamma paga tutto ma tu devi mettere il camice.”
E quanto dobbiamo pagare ancora?
Ma che discorsi fai?
No perché:
affitto a Salerno
affitto a Roma
viaggi,
benzina,
voli,
medicine,
ricariche,
psicodrammi…
Ci manca solo mantenere pure il fidanzato di Monza
Dina si irrigidisce.
Quello almeno ora lavora.
Dove?
Supplenze.
Ah quindi due stipendi pubblici e ancora devo partire io con la Punto piena di parmigiane.
Messaggio audio in arrivo.
La madre lo apre subito.
Voce della figlia maggiore:
“Mammaaa… Ma papà domenica viene vero?
Perché devo cambiare scuola lunedì e non conosco bene la strada…”
Il padre lentamente alza lo sguardo verso il soffitto.
Quanti anni tiene?
Rao…
No dimmelo.
Quanti anni tiene?
Trentadue.
Rao :
Trentadue.
Silenzio.
Rao :
A trentadue anni io:
lavoravo,
costruivo casa,
zappavo terreno,
e avevo già due figli.
Lei non può attraversare Monza
Tu non capisci.
No, infatti spiegami.
È sensibile.
È il navigatore che è sensibile.
Dina sbuffa.
Comunque domenica parti presto.
PARTIAMO?
Io no, ho la schiena.
Ah certo.
Il padre prende il pane, si siede.
Dina… Ma noi quando finiamo?
Che significa?
Che io sto sempre:
in fabbrica,
in macchina,
all’aeroporto,
a Salerno
a Roma
a Monza
Io ormai conosco l’Italia solo tramite aree di servizio.
Dina per un secondo sembra colpita.
Poi si riprende subito
Eh ma i figli sono sacrifici.
No.
Questa ormai è logistica NATO.
Arriva un altro messaggio.
La madre legge.
Genoveffa dice se gli mandi pure 70 euro per una giacca.
Ma non ne aveva 3?
Dice che a Roma i si vestono diversi.
E lei si vuole integrare nell’ecosistema.
Rao ride nervosamente da solo.
Dina… Noi abbiamo cresciuto tre figli o aperto un villaggio turistico?
Dina finalmente si siede.
Rao… Io non voglio che facciano la vita nostra.
Silenzio lungo.
Questa volta vero.
Rao :
(lo dice piano)
E secondo te questa che stanno facendo… È vita?
Dalla stanza accanto si sente il freezer del garage partire con un ronzio metallico.
Pieno di teglie da portare al Nord.





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