Capitlo 1
Quel treno sfrecciava verso la riunione in cui avrebbe dovuto presentare il progetto. Ci aveva lavorato per tutto il fine settimana insieme al suo scenografo: tra telefonate e computer, aveva dormito appena quattro ore a notte.
Nella carrozza c’erano solo lei e un ragazzo con uno zaino enorme. Carlotta, con l’agenda aperta davanti, ripassava mentalmente le slide. Il giovane, che dimostrava a malapena ventotto anni, la scrutava da un po’. Quel bagaglio ingombrante suggeriva che fosse diretto chissà dove per girare chissà quale video; sicuramente un blogger o qualcosa del genere. Lei decise di chiudere l’agenda, la infilò nella borsa insieme al computer e si girò verso di lui. Occhi scuri, tratti orientali, iridi castane e capelli raccolti in una crocchia sulla testa.
“Dimmi, perché mi guardi così?”
“Sembri così ansiosa mentre leggi. Mi chiedevo cosa ti tormentasse”
Il ragazzo aveva ragione. Non sapeva come si chiamasse, ma aveva ragione. A metterle ansia era la paura di perdere l’amore della sua vita: quel lavoro. Le dava la stessa scarica adrenalinica di una storia d’amore che può finire da un momento all’altro. Era la sua più grande soddisfazione.
“Non è ansia, è concentrazione”
rispose, mentendo. D’altronde non lo conosceva, poteva farlo tranquillamente.
“Posso aiutarti a rilassarti?”
Una proposta carina, pensò lei, ma non aveva voglia di fumare: Carlotta fumava erba solo per dormire e mai quando doveva lavorare.
“Come ti chiami?”
“È importante?”
“Sinceramente no. Cosa proponi per farmi rilassare?”
Il ragazzo si alzò, chiuse la porta del compartimento e le si inginocchiò davanti. Le sollevò la gonna di jeans e le allargò le gambe, iniziando a bagnare la stoffa delle mutandine con la lingua. Premeva proprio lì, in corrispondenza della fica, facendole sentire il contatto diretto sul clitoride attraverso il tessuto.
Carlotta iniziò ad ansimare, godendo. Sentì le dita di lui spostare lo slip di lato per aprirle le labbra e continuare a leccarla, stavolta sulla pelle nuda. Poi spinse la lingua dentro, scopandola con quel solo movimento. Le afferrò le natiche con le mani per spingersi ancora più a fondo, assaporando il suo gusto acre e intenso. Lei si stava bagnando tantissimo. Più Carlotta ansimava, più lui insisteva con quella lingua calda e bagnata, portandola all’orgasmo.
Carlotta cacciò un urlo trattenuto. Quando il ragazzo si alzò, la guardò dritta negli occhi e si leccò le labbra. Lei, ancora a cosce aperte sul sedile, lo fissava con lo sguardo famelico di chi ne vuole ancora. Il giovane, però, si limitò a sedersi al suo fianco. Si avvicinò al suo orecchio e le sussurrò:
“Per oggi fattelo bastare. Ci rivedremo.”
Lei lo guardò, senza capire come avrebbero potuto incrociarsi di nuovo.
“Ora riposati”
concluse lui.
“Domani è una giornata importante.”
Il treno continuava ad andare; avrebbe viaggiato tutta la notte. Un viaggio economico, pensava, e stressante, ma in realtà fu molto interessante. Stava per riprendere l’agenda quando il ragazzo le disse:
“Ho detto riposati. Ti ho fatto rilassare, ora dormi.”
“Guarda, ti ringrazio, è stato molto piacevole, ma non penso siano fatti tuoi quello che faccio o non faccio.”
Il ragazzo prese un libro dallo zaino, lo aprì e disse:
“Dormi un po’, controllo io le tue cose.”
Quando aprì gli occhi aveva l’agenda chiusa sulle sue gambe, mancava una sola fermata. Erano le sete e mezza e la riunione sarebbe stata a mezzogiorno. Il ragazzo dormiva accanto a lei; aveva allungato le gambe come a volerla chiudere nel suo sedile. Carlotta prese la borsa e lo zaino e scavalcò le gambe del giovane per andare a sciacquarsi in bagno prima di scendere. Lui continuò a dormire.
Arrivata nel piccolo bagno, prese il suo beauty case, si sciacquò la faccia e si lavò i denti. Si guardò allo specchio e sorrise: quella notte le aveva fatto fare un salto nel passato, a quando usciva con le sue amiche e passava da un uomo all’altro senza preoccuparsi di chi fossero, mentre gli stronzi di cui si innamorava, invece, non volevano mai una relazione. A trentanove anni, la dedizione al lavoro le aveva dato talmente tanta soddisfazione che per lei era inutile cercare qualcuno; non ne sentiva la necessità. Si truccò velocemente, prese le sue cose e si avviò verso l’uscita della carrozza.
Ripassando davanti allo scompartimento dove aveva dormito sbirciò all’interno, ma non c’era più nessuno. Scese dal treno e ad accoglierla trovò una Milano caldissima. Quel luglio era tremendamente rovente, afoso, quasi non si respirava. Si avviò verso un bar a caso e chiese un caffè e un cornetto, o meglio una brioche, perché sì, a Milano si chiama brioche. Si sedette a un tavolino e prese il computer per dare un ultimo controllo a tutto. Gerardo, lo scenografo, chiamò per sapere del viaggio e come si sentisse. Non era proprio un capo, o meglio, sicuramente lo era, ma si comportava più come un amico, un confidente, una figura paterna lavorativa. Con lui si sentiva al sicuro. Rividero tutto insieme, poi lei andò a cambiare la maglia.
Per il viaggio indossava una canotta bianca e una gonna di jeans lunga; per la riunione, invece, si era portata un jeans lungo e una maglietta nera con il colletto. Si fece una treccia francese. Aveva i capelli lunghi e castani, con qualche filo bianco che spuntava. Maledizione, doveva fare la tinta. Si riguardò allo specchio: poteva farcela. Non era la prima riunione a cui partecipava, ma sicuramente era la prima nell’azienda madre. Avrebbero incontrato il CEO del marchio a cui stavano preparando la pubblicità: un nuovissimo brand di prodotti coreani che stava spopolando su internet per tutte le età. La sede italiana era gestita da un gruppo di cosmologi il cui capo era il rampollo di una famiglia coreana.
Chiamò un taxi e arrivò all’ingresso dell’azienda. Incontrò l’assistente alla regia, l’assistente del reparto trucco e capelli e quella dei costumi. Erano tutti lì, tutti chiamati da Roma.
“Carlotta!” Martina, l’assistente di Lorena, la truccatrice, le corse incontro e l’abbracciò.
“Che bello che sei qui anche tu! Hai visto Camille?”
Camille era la direttrice di produzione, una ragazza molto in gamba che gestiva tutti gli spot della casa di produzione.
“Non l’ho vista, forse è dentro...” le rispose.
Si avvicinarono agli altri assistenti e si salutarono. Nell’ambiente si conoscevano un po’ tutti, ma con alcuni si erano creati dei legami più forti che con altri.
“Hai visto Giorgio? Vi siete più rivisti dopo la festa di fine set dell’anno scorso?” le chiese l’amica, guardandola con curiosità. Ma con la vita che facevano si sa: l’amore dura un set e poi amici come prima. E a lei andava bene così.
Entrarono in azienda e li condussero in una sala riunioni, seguiti da altre persone dell’azienda. Ognuno di loro scelse il suo posto; lei e Martina si sedettero vicine. Distribuirono delle cartelline con i vari progetti. Il CEO era connesso in videoconferenza a telecamere spente.
“Dovete perdonare il signor Yang, ma non può presiedere alla riunione di persona.”
Non ci facemmo caso; anche i nostri capireparto erano presenti in videoconferenza a telecamere spente. Procedemmo confrontandoci sui vari progetti: le palette colore scelte, gli ambienti, i costumi per gli attori. Quando il regista concluse come voleva riprendere le varie scene, il signor Yang intervenne:
“Trovo tutto perfetto. Vorrei una location storica romana per questo spot, credete che si possa fare?”
Camille disse di sì, ma alcune scene si sarebbero dovute tenere in teatro di posa per rendere le riprese più fluide.
“Se scenografia è d’accordo procediamo.”
Carlotta attese la risposta di Gerardo, che non intervenne ma le mandò un messaggio:
“Sì, per noi va bene. Dobbiamo consultare i costruttori per affinare qualche dettaglio, ma possiamo procedere.”
“Allora perfetto. Ora rilassatevi, domani faremo una riunione su come procedere con la casa di produzione. Voi siete liberi, godetevi Milano.”
Voce familiare, pensò Carlotta, ma non ci fece troppo caso. Uscirono dall’azienda per andare all’albergo che gli avevano prenotato per pernottare lì; il giorno dopo sarebbero dovuti ripartire per Roma. Martina la raggiunse e uscirono. Andarono a bere a un ristorante sui navigli, molto carino. Mentre cenavano le arrivò una mail dall’azienda per capire come procedere con le costruzioni del teatro di posa.
“Ah, che palle! Domani devo tornare in azienda, devo vedere l’assistente del signor Yang per alcuni dettagli sulla scenografia.”
“Ma davvero?”
“Sì, mi aspetta un’altra notte di lavoro.”
In albergo chiamò Gerardo e si misero a lavorare a una bozza di papabili set di posa storici che sarebbero potuti interessare al cliente. Finirono tardissimo. Quando la sveglia suonò, Carlotta era distrutta. Si vestì con la stessa gonna lunga con cui era partita e una canotta nera; non indossava mai il reggiseno, le dava fastidio.
Raggiunse l’azienda e l’assistente la fece accomodare in un grande ufficio vuoto.
“Buongiorno.”
“Buongiorno” rispose girandosi Carlotta e ritrovandosi davanti il ragazzo del treno.
Non sembrava più così giovane in giacca e cravatta. I capelli erano tirati indietro in una coda bassa, lo sguardo severo; non aveva notato che fosse così alto sul treno. Si sedette alla scrivania e la guardò prima di iniziare a parlare:
“Desidera un caffè prima di iniziare? Ha bisogno di rilassarsi?”
“Oddio, guarda ti chiedo scusa per essere andata via senza salutarti, ma quando sono ripassata non c’eri già più…”
“Le sto chiedendo se vuole un caffè prima di iniziare a lavorare.”
“Sì, la ringrazio.”
Non si aspettava di rivederlo, non si aspettava che fosse il suo cliente; sarebbe voluta fuggire, si sentiva fortemente in imbarazzo. Quando portarono i caffè, lui si alzò e le si avvicinò:
“Mi faccia vedere il progetto. Ho parlato con Gerardo questa mattina, mi ha detto che avete fatto una bozza.”
Carlotta prese il computer e iniziò a presentare le slide.
“Alzati mentre lo spieghi.”
Si alzò e con un po’ di imbarazzo continuò a spiegare i progetti. Lui si sedette accanto a lei e la osservò. Le fece scivolare una mano in mezzo allo spacco centrale della gonna e le iniziò ad accarezzare l’interno coscia salendo. Carlotta si bloccò. Yang alzò lo sguardo:
“Continua a parlare.”
Carlotta riprese la sua spiegazione mentre il signor Yang faceva salire la mano fino allo slip. Iniziò a massaggiare lentamente. Carlotta annaspava nel suo discorso tra piacere e timore; lui le massaggiava la fica con dita esperte. Scansò lo slip e ne infilò una dentro. Quando Carlotta ansimò, ne infilò un altro piano, fin in fondo. Aveva dita lunghe. Incalzò il ritmo. Carlotta si poggiò sulla scrivania; stava per venire ma lui si fermò, si leccò le dita e disse:
“Mi piace il tuo sapore. Ora togliti le mutandine e mettile sulla scrivania.”
Carlotta fece quello che il signor Yang le aveva chiesto.
“Può andare, il progetto va bene.”








