Chapter 1
LA CASA E' DOVE HAI IL CUORE
Ce ne era uno che lo avevo eletto posto ideale ed era in campagna dai nonni materni lo raggiungevo dopo chilometri con la bici sulle stradine sterrate di campagna arrivavo in un posto dove c’era un’enorme quercia e li mi fermavo a riprendere fiato. Come quel giorno che avevo otto anni ci arrivai facendo un giro ancora più lungo e quando arrivai dopo aver preso delle more mi fermai a mangiarle e mi distesi sotto la quercia addormentandomi. Mi svegliarono il canto assordante delle cicale non si sentivano a chilometri di distanza altri rumori, e dalla luce capii che si era fatto tardi troppo per la mia età mio padre tornando dal lavoro mi avrebbe sicuramente rimproverato. Corsi così velocemente che mi voltai per vedere l’enorme nuvola di polvere che lasciavo alle mie spalle. Da lontano intravedo la casa dei nonni e stranamente tante troppe figure nella stradina pensai che mia madre in preda al panico avesse coinvolto mezzo paese cercandomi infatti vidi mio fratello di cinque anni più grande di me secco come una carruba che gli dava quella sensazione di essere più alto di quanto in realtà fosse irto sulla strada che agitava le braccia che sembravano i lunghi rami di uno spampinato pioppo come a voler dire a qualcuno che ero arrivato. Quando mi avvicinai mi accolse con la sua solita espressione di sempre. - “Eccolo, il cazzone è arrivato”. Non capivo tutta quella gente la mamma davvero aveva coinvolto il paese per cercarmi? Pensai. Mi tolse il dubbio mio fratello con il suo solito modo di fare a dir poco fin troppo esplicito, -“Hanno ammazzato Papa”. Vai da mamma che ti vuole vedere”. Mia madre era chiusa in stanza con lei ci stavano solo la vecchia zia la nonna e una vicina di casa. Mi vide e mi abbracciò. Aveva gli occhi rossi dal pianto chissà quando era successo e da quanto tempo piangeva. Mio padre non c’era era nella camera mortuaria dell’ospedale soltanto l’indomani pomeriggio portarono la salma. Era stato ucciso insieme con un altro collega da due terroristi. Sono entrato in polizia dopo essermi diplomato per sete di giustizia non cercavo certo vendette chi aveva ucciso mio padre avevano già da qualche tempo saldato le loro colpe. Uno ucciso durante un tentativo di rapina dopo che era riuscito a evadere dal carcere dove era stato condannato per l’omicidio di mio padre e del suo collega e l’altro ammazzato in carcere da un regolamento di conti interno alla loro organizzazione. Quando mio padre entrò nell’arma era un periodo tranquillo che nel giro di un decennio portò al terrorismo con tutte le sue gravi conseguenze che mi toccarono molto da vicino, quando sono entrato io l’emergenza erano gli ultrà gente che si odiava senza motivo senza neanche conoscersi dietro la maschera della fede calcistica un’assurdità che non sono mai riuscito a capire ed io che nei primi tre anni ero al reparto celere ne prendevo atto in presa diretta anche con conseguenze fisiche come quella volta che presi una coltellata a una coscia.
Ho provato qualche volta con risultati ovviamente scadenti di parlare con mio fratello di questa mia condizione se anche lui provasse quello che provavo io ma in lui a parte qualche eccezione non c’era traccia sarà che la sua età lo aveva aiutato quei cinque anni in più gli avevano lasciato maggiore ricordo dei nomi dei suoi amici ma sono sicuro che anche lui avesse qualche défaillance e che non se ne curava più di tanto lui volendo i suoi amici grosso modo soprattutto quelli della scuola se li ricordava abbastanza bene ma del fatto di non sentire “quel luogo” che ricondurrebbe a tutta una vita vissuta quella proprio non ne sentiva l’esigenza. Quindi mi chiedevo se era solo un mio personalissimo problema.
E’ giunto il momento di cercare di mettere un po’ d’ordine dentro di me di cercare di togliere un po’ di ragnatele dai ricordi e ritornare a poco a poco nei luoghi dove sono stato fin da piccolo o quantomeno in quelli in cui c’è traccia di memoria dentro di me. Era da un bel po’ di tempo che ci pensavo ma il lavoro mi rubava sempre del tempo ora che la libertà di movimento non mi manca sapendo di avere tre giorni di ferie non godute andrò per cominciare in quelli più vicini ma più lontani nel tempo. E’ l’alba quando mi metto in macchina verso il mio esodo al contrario nei luoghi dei miei ricordi raminghi. Arrivo nella cittadina dove ho lasciato quelli più o meno nitidi. Sotto un cielo che via via si è fatto minaccioso in questa bizzarra primavera. Vago per la città lungo i viali e vie che ricordo a mala pena quando mio padre nei pochi giorni liberi mi portava a fare qualche giro in quelle piccole improvvisate giostrine che montavano giusto nei giorni festivi e nelle stradine fuori dal centro urbano perché il resto della vita qui in questa città era tutta vissuta vicino dove abitavamo ed era in periferia e vicino scorreva un breve tratto del fiume che attraversava la città. Senza navigatore satellitare mi faccio guidare dall’istinto. Ed eccomi con mia sorpresa proprio nella via dove abitavamo. Posteggio e lentamente mi aggiro tra i palazzi alla ricerca di un posto preciso dove giocavamo a pallone a catturare le lucertole le piste per i tappi disegnate nel marciapiede con il gesso a fare a gare di lotte e di corse. Ed eccolo almeno quello che ne è rimasto lo spazio verde dove giocavamo ora c’è un asilo nido ne è rimasto sì o no un quarto di quello che c’era prima. Nonostante tutto dietro nascosta c’è ancora la casa vecchia ora abbandonata dove abitava Lucio. Lucio e pochi altri era un bambino che non potrò mai dimenticare abitava con sua sorella di qualche anno più piccola di lui con il padre che l’avrò visto si o no un paio di volte appena e che nel quartiere dicevano fosse un padre-padrone e alcolizzato la madre non di meno ricordo che tra i grandi di allora facendo riferimento ai suoi genitori dicevano fosse la coppia-alcool. La madre se ne era andata quando lui era piccolo con un altro uomo un altro sbandato. Spesso faceva assenze a scuola ma era un bambino molto allegro e vivace. Mi giro attorno poco è rimasto di allora il fiume che passava proprio dietro la filiera di pioppi che circondava il posto ora è ridotto a un rigagnolo allora soprattutto dopo gli inverni piovosi era sufficientemente grosso da portarsi via se non si stava attenti anche una persona spesso capitava che il pallone finisse dentro il fiume allora seguendone la corrente passando proprio accanto la casa di Lucio con il coppino che gli dava sua sorella si riusciva a recuperarlo. Quel dannato giorno non fu cosi. La corrente era troppo forte. Lucio conosceva a menadito il letto del fiume pieno di pietre e più o meno sapeva dove poteva fermarsi era sempre lui che partiva per recuperarlo ma quel giorno non fece i conti con la corrente troppo forte per le piogge incessanti che erano cadute pochi giorni prima. Non lo vedemmo più spuntare dalla curva che formava il fiume e dagli arbusti che coprivano la visuale dopo un po’ sentimmo le urla di sua sorella che ci chiamava. Lo ricordo ancora sdraiato con la schiena sui massi del fiume era scivolato e aveva battuto la testa perdendo i sensi. Sembrava morto. Un fantoccio inanimato tutto bagnato con la testa fuori dall’acqua e gli occhi chiusi. Scappammo dalla paura con sua sorella che gridava dalla finestra. Corremmo a casa impauriti ad avvertire i nostri genitori. Quando sentì arrivare l’ambulanza io ero già in pigiama e avevo preso la mia razione di schiaffi da mia madre sapendo che ancora non erano finiti perché mi attendevano quelli di mio padre. Venni a sapere che Lucio non avrebbe più camminato e mi ricordo il senso di colpa che mi colse e che traumatizzò tutti gli amici. Non seppi più altro di lui perché qualche settimana doposolo quattro anni ci trasferimmo in un’altra città.
Ritorno in macchina. E’ quasi l’ora di pranzo e qualche goccia comincia a venire giù sono dentro che sto guardando i palazzi gli androni e i marciapiedi dove giocavamo. Chiudo gli occhi e dentro di me sento echeggiare delle voci dal passato.
“Nicola, Sali che è tardi e tra poco arriva tuo padre lo sai che ti vuole trovare a casa. “ “Ma’ ancora un altro po’, dai, c’è ancora luce, c’è Massimiliano eLucio non sto solo”. “Va bene, ma appena ti chiamo sali subito prima che viene tuo padre.” “Lucio: oh, che fa c’annamo a vedè il cantiere aperto che c’è di fronte? Hanno fatto un buco enorme sulla strada, annamo a vedè come è fatto sotto.” “Ma ci stanno gli operai. “No. Se ne sono annati.”
Il rumore di un clacson mi riporta alla realtà e voltandomi mi accorgo di una donna sulla trentina che cammina velocemente girandosi in continuazione è una strana situazione che non può sfuggire a uno sbirro vedo che un tizio la segue a passo svelto con aria minacciosa. La situazione non mi convince e scendo dall’auto inseguendo








