Capitolo 1 - Il killer dei killer
«Scrivi: “il sottoscritto”, aggiungi il tuo nome, cognome e codice fiscale; “dichiara di essere a capo della malavita di questa zona”. Punto. “Dichiara di essersi macchiato degli illeciti citati nella nota allegata numero uno, in prima persona o come mandante”. Punto. “Dichiara che le identità e i ruoli dei membri e degli affiliati al clan sono elencati nella nota allegata numero due...“»
Il bunker, ricavato nella cantina di una casa sfarzosamente arredata, ormai sembrava un mattatoio. Era incredibile come un solo individuo avesse potuto compiere una tale carneficina proprio nel giorno della riunione generale del clan.
Il boss fissava tremante, quasi ipnotizzato, il nascondiglio costellato dei cadaveri dei suoi uomini. Era l’unico rimasto in vita e ogni centimetro quadrato di quella stanza era ricoperto da uno spesso strato di sangue. Le tappezzerie damascate e i mobili dorati erano intrisi del liquido scarlatto, al punto che i decori dei tappeti persiani erano ormai indistinguibili.
Tutto era così surreale attraverso i suoi occhi offuscati dalle lacrime. Gli sembrava di essere intrappolato in un orrendo incubo, ma il nauseante odore di polvere da sparo, morte e fluidi corporei, era lì per ricordargli che, per quanto assurda, quella era la realtà.
«“Dichiara inoltre che il sottoscritto e il clan in genere sono, in prima persona o attraverso prestanome, proprietari degli immobili citati nella nota allegata numero tre e dei conti bancari citati nella nota numero quattro”. Vai a capo. “Pertanto il sottoscritto cede al Comune tutti i beni, mobili e immobili, descritti nelle succitate note allegate tre e quattro, poiché possano essere messi a disposizione della comunità e per la lotta alla malavita”. Punto. Fine! Allora... perché non scrivi? Non vorrai mica che ti spezzi un altro dito, vero?»
Volse i castani occhi colmi di lacrime e sgomento verso l’individuo che lo stava interpellando: indossava una tuta nera piena di tasche, armi e gingilli vari, una lunga catena appesa alla schiena e un peculiare casco integrale che gli celava il volto e ne distorceva la voce.
Aveva capito subito chi fosse quell’uomo: i media lo avevano soprannominato il “killer dei killer”.
Quando, mesi addietro, avevano iniziato a scomparire e morire in circostanze misteriose i primi pesci piccoli della malavita, le ultime ruote del carro, nessuno ci aveva dato troppo peso, nemmeno lui. Ben presto, però, la scia di morte era risalita lungo la scala gerarchica del clan e la cosa aveva iniziato a fare notizia, mettendolo in allarme.
Aveva pensato a una banda rivale, oppure a un’operazione in incognito della Polizia o dei Servizi Segreti; ma mai avrebbe immaginato che quella potesse essere opera di un solo uomo, tantomeno che quell’individuo sarebbe riuscito a scalare la società criminale fino ad arrivare a lui, latitante da quasi vent’anni.
Il “killer dei killer” aveva fatto irruzione nella sua casa durante il raduno generale a cui erano presenti tutti gli affiliati.
Nonostante il capo fosse riuscito a rifugiarsi con i suoi uomini migliori nel bunker, oltre una botola sotto il pavimento della cantina, l’assassino lo aveva presto raggiunto, trucidando chiunque gli si parasse lungo la strada.
Aveva ancora impresse nella mente le grida di quegli individui straziati dal dolore, il rumore degli spari e il sibilo della catena che l’invasore roteava dinanzi a sé, deviando proiettili e fracassando teste.
Tutto era stato così rapido e inaspettato, che il boss non aveva nemmeno avuto il tempo di reagire. In un attimo si era ritrovato bloccato alla sedia della scrivania.
Aveva il corpo immobilizzato dalle strette spire della catena che l’assassino reggeva nella mano sinistra, mentre nella destra teneva una lama insanguinata, fissata all’altro capo di quella sua peculiare arma.
Il killer gli aveva già spezzato una gamba e un dito per convincerlo a collaborare, e di certo non si sarebbe fatto scrupoli sulle ossa rimanenti.
«Allora, vuoi iniziare a scrivere o no?» gli intimò quello, con tono fin troppo pacato.
«Non lo farò mai, bastardo!» Il malavitoso, ormai ultra sessantenne e temprato da decenni di crimini e soprusi, continuava a ostentare la sua superbia, nel tentativo di non essere del tutto sopraffatto dal terrore.
In risposta a quell’insulto, l’altro diede uno strattone alla catena. L’ultima spira, avvolta al collo dell’anziano, si tese, provocandogli uno spasmo e un lamento soffocato.
«Forza, capo! Non ho tutto il giorno. Sappi che se non lo fai tu, lo farò io. Sai, me la cavo piuttosto bene con la falsificazione di scrittura e firma. Ho fatto pratica, guarda!»
Con un gesto improvviso, l’individuo mascherato piantò con forza la punta della lama nel tavolo, liberandosi la mano destra, che portò verso una delle innumerevoli tasche sparse sulla sua tuta. Armeggiò per un istante, poi riuscì a estrarre un foglio stropicciato che sventolò davanti alla faccia del prigioniero. Vi erano scarabocchiate diverse parole e frasi senza senso, che sembravano proprio scritte e firmate di pugno dal boss.
Una smorfia mista a terrore e rabbia si dipinse sul volto solcato di lacrime dell’uomo. Era fregato, ma non voleva mollare. «Non funzionerà mai! Nessuno crederà mai a tutto ciò! Nessuno permetterà che questo accada!»
Il killer rimase un istante a osservarlo, quasi divertito: la forza d’animo di quel tipo era ammirevole, il modo in cui continuava a combattere nonostante avesse ormai perso tutto. Si meritava davvero il suo posto al vertice della criminalità organizzata, così come quell’atroce trattamento.
Accartocciò il foglio tra le dita coperte dai guanti neri e lo infilò con noncuranza nella stessa tasca da cui l’aveva estratto.
«Non importa che ci credano o meno. Un documento ufficiale è inoppugnabile, è per questo che il tuo notaio è ancora vivo. Non è vero, signor Notaio?»
Fece un cenno verso un uomo accasciato a terra, ai piedi della sedia dorata su cui era incatenato il prigioniero. Gli aveva fratturato le gambe e il braccio sinistro e giaceva inerme sul tappeto persiano zuppo di sangue.
A una prima occhiata si sarebbe potuto confondere tra gli altri cadaveri, se non fosse stato per l’impercettibile sollevarsi e abbassarsi del petto.
Forse era proprio il suo intento essere scambiato per morto.
«Anche se io scrivessi questo maledetto documento, lui non lo ufficializzerebbe mai!» ruggì il capo.
L’assassino estrasse con uno strattone la lama dal tavolo. Se la rigirò tra le dita con movimenti pacati, quasi fosse incantato a fissare le macchie di sangue che la tingevano. In silenzio, la avvicinò al collo dell’anziano, che si paralizzò all’istante; pareva persino aver smesso di respirare mentre seguiva i suoi movimenti con occhi carichi di apprensione.
Il killer si lasciò sfuggire una risatina a denti stretti quando vide l’altro serrare le palpebre, proprio nel momento in cui il filo del coltello gli sfiorò la gola; ma non andò oltre, si limitò a passare un paio di volte il metallo sul colletto della camicia beige del prigioniero.
Riportò l’arma davanti ai propri occhi per appurare che fosse sufficientemente pulita, lasciandosi sfuggire un verso di soddisfazione.
Girò nuovamente la testa verso il prigioniero, ancora paralizzato, e si degnò finalmente di rispondergli. La voce che fuoriuscì distorta dal casco era ferma, pareva essere pienamente sicuro di sé: «Credi davvero che non lo firmerebbe? Tu cosa ne pensi, signor Notaio? Ci tieni alla tua vita, vero? Mi pare che te la stessi passando piuttosto bene. Hai appena comprato una villa con piscina sulla costa, giusto? Quanti atti frutto di minacce ed estorsioni hai dovuto ufficializzare per potertela permettere?» Diede un lieve calcio alle gambe dell’uomo accasciato a terra, che emise un sommesso lamento. «È quella con quel bel salone stile Versailles, no? Il codice dell’allarme dovrebbe essere 6321... o sbaglio?» Il notaio ebbe un fremito. «La prenderò come una risposta affermativa.»
Il killer emise una lieve risata, poi si rivolse nuovamente all’individuo incatenato alla sedia, guardandolo dritto in faccia, «Quindi, capo, vogliamo darci una mossa? Come vedi il notaio freme dalla voglia di lavorare!» Con uno scatto fulmineo gli conficcò la lama nella gamba sana.
Il lancinante urlo di dolore del boss riecheggiò tra le pareti del bunker.
«Forza, se farai il bravo, forse ti salverò.»
Ci vollero una buona mezz’ora e altre due dita spezzate, ma alla fine la lettera fu pronta.
«Bravo! Vedi che con la buona volontà si può fare tutto? Ora... mettici una bella firma e la data di ieri. Non ti preoccupare: ho già comprato il bollo, lo offro io, ovviamente.» Attraverso la visiera scura del suo casco, il killer guardò il prigioniero apporre la propria firma con dita tremanti. Gli sbatté con forza una mano sulla spalla, in un sarcastico gesto di complimento, poi, dopo aver afferrato il foglio, vi applicò con cura la marca da bollo. «Forza, Notaio, finalmente è arrivato il tuo momento!»
Strattonò il burocrate per metterlo seduto contro la scrivania. Soddisfatto della sua posizione scomposta, oppure solo conscio che non avrebbe potuto ottenere di meglio, gli passò una penna, convincendolo ad afferrarla con un delicato colpo della bocca della pistola sul cranio. Gli esibì poi davanti al viso il foglio, sostenuto da una cartellina rigida trovata sulla scrivania.
Per il terrore, l’uomo a malapena riusciva a respirare. Il suo viso era una maschera di sangue e lacrime. Gli occhi spenti, come se la sua anima avesse già abbandonato quel corpo martoriato. Non aveva nemmeno la forza di parlare.
Le pupille si mossero lente dall’arma che incombeva sulla sua fronte, al foglio.
Sollevò a fatica l’unico arto rimasto sano e con un gesto automatico, quasi fosse sotto ipnosi, firmò, ufficializzando il documento.
«Grazie, Notaio, ottimo lavoro. È davvero un peccato che questo sarà l’ultimo documento frutto di minacce che firmerai.» Il grilletto scattò e l’uomo si accasciò inerme sul pavimento insanguinato. «Molto bene» esordì l’assassino con tono soddisfatto, riponendo la pistola nella fondina sulla sua coscia destra. Estrasse da una tasca una busta, che pareva già piena di altre carte, e vi infilò con cura il foglio. «Una leccatina qui, per favore.» Strinse con forza la mascella del boss, facendogliela aprire, per poi passargli sulla lingua il lembo adesivo della busta. «Anche i francobolli li offro io, non ringraziarmi!»
«Non funzionerà! Mi riprenderò tutto e ti ucciderò con le mie stesse mani! Maledetto bastardo!»
La catena si strinse con forza sempre maggiore attorno al collo dell’uomo, fino a lacerargli la pelle.
Iniziò a soffocare e ad agitarsi sulla sedia nel disperato tentativo di liberarsi, invano.
Il volto stava diventando sempre più paonazzo, tendendo rapidamente al porpora.
Volse lo sguardo iniettato di sangue e sgomento verso il suo aguzzino, che muto e immobile lo osservava agonizzare. Nemmeno un fremito o un segno di pietà, pareva tutt’altro che intenzionato ad allentare la presa.
Biascicò con l’ultimo soffio di aria che gli era rimasto: «A-avevi d-detto che m-mi av-avresti salva-to.»
La tensione alla gola si affievolì.
Osservò il killer muovere lento una mano verso il casco, fino a sollevarne la visiera per fissarlo negli occhi.
Il corpo del prigioniero fu attraversato da un brivido e si paralizzò all’istante sotto quello sguardo, che sembrava poterlo trapassare come una lama.
Senza mai interrompere il contatto visivo, l’assassino parlò con voce ferma: «Sai, capo, c’è chi dice che solo Dio ci può giudicare; quindi rimando a lui la decisione di salvare o meno la tua putrida anima.» Si avvicinò al suo viso sofferente, finché non riuscì a vedere le proprie iridi riflesse in quelle dell’uomo, «Guarda i miei occhi e ricordali bene, lurido bastardo. E quando sarai all’Inferno, di’ pure che sono stati questi occhi a mandartici!»
Piantò la lama in profondità nel cuore del boss, che dopo pochi istanti smise di tremare e si accasciò inerme sulla sedia, con il capo riverso all’indietro e le palpebre spalancate.

- AVVISO -
Per non offendere nessuno ho scelto di non dare un nome né ai malavitosi né alla città in cui è ambientata questa parte del racconto.
Questa storia è totalmente frutto della mia immaginazione ed è ambientata in una realtà alternativa, anche se molto simile alla nostra... chiamiamolo pure un mondo parallelo, in cui certe cose, seppur realistiche e mai fantascientifiche, avvengono in modi diversi da come ce li aspetteremmo nella nostra realtà.
Ci tengo a ricordare che questo libro, come ogni altro, è puro intrattenimento e, nonostante questo inizio turbolento, prometto che più avanti vi strapperà qualche sana risata.
Le (poche) scene violente presenti saranno tutte a livello di quelle viste in questo capitolo e in ogni caso tutti i personaggi presenti sono maggiorenni. Anche la “ragazza” viene chiamata così pur essendo ventenne.
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Intanto grazie per aver iniziato a leggere questo libro.
Vorrei rassicurarvi del fatto che la storia non sarà tutta così violenta come questo primo capitolo. Mi serviva un inizio col botto per presentare il killer, poi la trama prenderà una piega e un clima totalmente diversi, spero anche inaspettati e a tratti divertenti, con un bel po’ di ironia e umorismo.
Non sorprendetevi se all’inizio non sapremo molto dei personaggi perché si sveleranno pian piano e solo quando loro stessi vorranno farlo.
E ora lasciate che vi racconti la storia della ragazza dagli occhi di ghiaccio.
Buona lettura!
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