Ephemeral
VENERDÌ
Dopotutto, sono qui per rilassarmi. Non rispondo, per ora.
Lei è partita, è andata ad aiutare suo fratello.
Suo fratello sta in Germania, ha iniziato come pizzaiolo.
Poi si è un po' perso.
Ora ha combinato dei pasticci.
Lui è messo male, poverino.
Poverino mica tanto, perché se le è cercate tutte. E chi deve sobbarcarsi il peso di queste scelte screanzate è mia moglie.
Il suo senso della famiglia, la sua responsabilità, l’hanno portata a fare armi e bagagli e a partire in quattro e quattr’otto.
Io sono molto stressato, molto giù. Ma giù giù.
"È meglio", penso. Ho tutte le energie per il lavoro... Però questa scusa quanto è durata?
Molto. Molto. Eccessivamente.
Perché ora, essendo molto stressato, ho solo bisogno di rilassarmi.
Veniamo qui per riposarci, per respirare bene.
Siamo poco fuori città, ma è un altro mondo.
Totalmente. Totalmente.
Qui c’è il silenzio, quello che piace a me. Mi piace il silenzio.
Finisco di mangiare una cosina.
Sparecchio, e accidenti, non mi ricordo mai che qui non posso sbattere la tovaglia dalla finestra: devo farlo in casa e poi passare l’aspirabriciole che ho comprato per il tavolo... ma che mi dimentico sempre che c’è.
Questa sera c’è un’arietta frizzantina che mi invoglia al passeggio.
Uscirò.
Se solo ci fosse mia moglie, e fosse un po’ più ben disposta nei miei riguardi… dopotutto, cosa ci manca?
A me manca.
E il passare del tempo mi rende la mancanza un desiderio, e il desiderio una voglia giustificata dalla mancanza.
Giustificato.
Ma cosa vado a pensare?
Pensavo domani di andare in città, voglio vedere se posso comprare un camper.
Mi metto una giacca, esco.
Faccio due passi, ma il freddo è tagliente. Troppo.
Ho valutato decisamente male.
Torno su e mi metto una giacca più pesante, una giacca da lavoro che tengo qui.
Vado. E per bacco, comincia a nevicare!
Sembra ghiaccio. Che freddo.
Camminando mi scaldo, sono un buon camminatore fin da ragazzo: abituato al silenzio e alla fatica.
Sono stato, per un periodo, una guida alpina.
Attraverso una strada asfaltata, poi un’altra.
Vero, qui ci passa un fiume.
Attraverso un ponte di pietra e mi dirigo verso un piccolo borgo.
Al primo incrocio, una costruzione in legno con un giardino recintato da rete metallica, rotta in diversi punti.
Un cane bianco, pelo lungo, abbaia dalla sua cuccia.
Marina. Ah, è una femmina.
Sembra più un invito che una minaccia.
Una scritta luminosa, in rosso e giallo, composta da sottili tubi di neon sovrapposti, disposti con precisione a formare la parola «Ephemeral».
A fianco, il disegno di una prosperosa pin-up si accende e si spegne.
Ora ho capito.
Accelero il passo, come colto sul fatto.
Torno a casa.
Procedure di rito in bagno.
Vado a dormire.
Ma non penso ad altro.
SABATO
Sono già davanti al locale.
Avevo notato il cartello arrugginito con gli orari.
È il giorno più freddo dell’anno.
Sono fermo.
Il mio cuore batte fortissimo.
Sto sudando.
Mi guardo le mani: tremano.
Solo il pensiero che un volto conosciuto — che ne so, la vicina, il barbiere, la panettiera, che ci conoscono — possa passare e vedermi qui... mi fa trovare il momento per entrare.
Momento che mi rendo conto sta durando più del dovuto.
La maniglia si muove, ma la porta è come bloccata.
Sento chiaramente una voce gutturale femminile scandire:
«Se non riesci ad aprire nemmeno la porta, questo non è posto per te.»
Sto aprendo e so che sarei comunque sorpreso, ma il locale è vuoto.
Vuoto.
Nemmeno qualcuno al bar.
Sposto il tavolo per sedermi sulla panca, ma la stessa voce urla:
«Prestooo!»
Come?
Mi alzo, me ne vado.
È ancora presto.
Sono le 11.
Torno verso mezzanotte.
Questa volta c’è tutta un’altra atmosfera.
Il colore predominante è il blu.
Le ragazze sono diverse, davvero poco vestite.
Ci sono altri clienti, questo mi mette a mio agio.
Toh, posso sedermi qui.
Subito arriva una.
Almeno non tocca a me andare.
Però ne sono, allo stesso modo, infastidito.
Così non posso scegliere.
Dice di avere 25 anni.
La guardo.
Appare così una donna a 25 anni?
Non credo proprio.
Mi chiede se le offro da bere.
Certo!
Intanto, mentre lei parla, posso guardarmi agevolmente intorno.
Le guardo. Qualcuna è proprio bellina, ma in netta minoranza.
Io sono molto esigente.
Mi rendo conto, per un attimo, di dove sono.
Avvampo.
Più sono perso nei miei pensieri, più è violento il ritorno alla realtà.
Mi chiede insistentemente se mi va bene.
Ma cosa? Che non ho capito?
Però le dico che preferisco rimanere seduto qui ancora un po’.
Sul palco balla una ragazza molto prosperosa, con un sorriso disarmante.
Troppo prosperosa, però. Esageratamente.
Mentre penso che sia meglio prosperosa che venticinquenne, vedo lei:
dai capelli nero corvino, è seduta, non si guarda neanche intorno, non parla.
Ho di nuovo le palpitazioni nell’orecchio.
Il bicchiere di Coca-Cola Light è difficile da portare alla bocca, quindi lo poso e, con questo gesto, mi do lo slancio e sono in piedi.
Vado da lei.
Mi siedo a fianco, su uno sgabello.
Mi guarda.
Mi sorride, ma torna a fissare il vuoto.
E ora?
Se non viene lei, vuol dire che non le piaccio?
Chi le piace?
Aspetta qualcuno?
«Bevi?»
Mi dice di sì, e mi fa cenno di sederci al tavolo.
È rumena.
Ah, una connazionale mi avrebbe messo in difficoltà.
Mi racconta la sua vita.
Con chi vive? Mah, non ho capito.
Però ha delle belle tette.
Mi racconta che quest’inverno non è riuscita a tornare a casa per Natale.
Io le chiedo come funziona qui.
Mi spiega.
Non è chiarissimo, ma d’accordo.
Andiamo di là.
Spero che non voglia esagerare.
Sono sconvolto, ma gestisco tutto al meglio.
Quasi spettatore.
Mezz’ora passa veloce.
Lei è bellissima, liscissima, profumatissima.
Io in estasi.
Mezz’ora passa in un attimo, e mi accorgo che in realtà non è successo niente.
Non la voglio fare andare via.
Beviamo ancora.
È l’una e venti.
Alle due sto tornando, con passo svelto, attento a non incontrare nessuno.
DOMENICA
Mi alzo riposato, è una bellissima giornata.
Quelle mattine in cui fa freddo, il naso pizzica e le mani si intorpidiscono, ma sopra di te il cielo è di un azzurro brillante senza una nuvola.
E il sole ti scalda appena, quando ti fermi un attimo.
Esco a fare un giro con il cuore fra le rose, guardo le vetrine dei negozi e penso a cosa mi piacerebbe vederle addosso.
I visi dei commercianti mi vedono, mi sorridono, mi chiamano dottore.
Io e mia moglie veniamo da anni, ma siamo sempre di passaggio.
Riconosciamo le persone, ma non le conosciamo davvero.
Questo è il lusso di avere una casa proprio qui.
Il telefono squilla.
È agitata: Daniel è all’ospedale.
Ora sta bene… ma non ho capito?
Ha preso qualcosa?
È confusa.
Ma io oggi sono rilassato, ben disposto ad ascoltare e assecondare.
È una questione seria, dopotutto.
Sono ottimo. E paziente.
Finisco con lei e non voglio sentirmi in colpa.
Devo farmi una riserva.
Se voglio andare avanti.
Passeggio e penso agli anni che sono passati, e non lo so…
Mi sembra di aver trovato il modo di rivederli.
Va bene.
Ora il mio dolce pensiero mi accompagna.
Passo il pomeriggio a casa, guardo la TV, faccio circa una quindicina di telefonate e sprofondo in un sonno profondo.
Mi sveglio che è buio.
Ho fame?
No.
Mi faccio una doccia e vado al locale.
Mi accoglie e beviamo.
Mi sembra già rituale, e mi rassicura.
Le do un regalino.
"L’ho comprato per te, bambina!"
Mi sembra stupita.
Beviamo, e io che solitamente non bevo mi sento piacevolmente alticcio.
Andiamo di là.
Lei è molto passionale.
Quasi troppo.
"Ehi, ma cosa vuoi fare?"
"Niente, niente..."
Eh sì, la prendo a ridere.
Finisce il tempo.
Pago ancora per rimanere.
Lei mi dice che però stasera poi non può, che arriva un suo amico e devono parlare, perché lei vuole comprare un cucciolo di cane.
Però, se posso, mi chiede — in assoluta sicurezza e discrezione — di accompagnarla in città, quando finisce il lavoro.
È un bel viaggetto, dico.
Vedo il suo musino rattristarsi, e sono colto da senso di responsabilità.
Acconsento.
Domani è anche lunedì. Tornerò direttamente a casa.
La aspetto fuori, in macchina.
Arriva venti minuti dopo, ma non fa niente.
Vestita con la tuta è molto più bella.
"Scusa, potresti struccarti completamente? Sei più bella senza trucco.
E sorridi... come mai non sorridi mai?
Sei più bella quando sorridi!
È che fai questa vita e non dovresti, lo sai… sei giovane.
Quanti anni avrai?
Io conosco un sacco di persone, potrei trovartelo un lavoretto.
Certo, non guadagneresti quello che guadagni qui, eh?
E dovresti almeno lavorare otto ore, però vuoi mettere?
Eh, vuoi mettere?"
Lei mi dice:
"Amore, come sei dolce."
Anche lei conviene con me: lavorare il triplo e guadagnare la metà avrà i suoi vantaggi, ma è in una fase della vita in cui è propensa ad aspettare ancora un po’ prima di approfittarne.
Usciamo dall’autostrada.
Mi dà due indicazioni, mi dice di accostare.
È molto esplicita, me lo chiede senza mezzi termini.
Certo che sì.
Mi sarei mai tirato indietro?
Però qui?
Sì, sembrerebbe qui.
Mi dico di seguire l’istinto, ma mi sento completamente, totalmente a disagio.
Mi sembra che il mio stomaco batta sincrono al mio cuore.
Cerco un minimo di complicità, e sì, diciamo…
Però amoreggia talmente fuori misura che non risulta minimamente credibile.
Fatto sta che qualcosa a fatica riesco a combinare.
Non so cosa dire.
Sento già il peso della colpa.
Lei si sistema i capelli davanti allo specchietto, con calma, mentre io cerco di infilarmi i pantaloni con le mani che mi tremano.
Il cuore mi batte in gola.
Sto sudando anche se fuori c’è il gelo.
Rompe il silenzio.
Mi chiede se va tutto bene.
Ha un sorriso quasi dolce.
Annuisco, senza fiato.
Volevo solo scendere, sparire, dimenticare tutto.
Ma lei si volta, prende il telefono dalla borsa e me lo mostra.
Sul display c’è un video.
Io.
Noi.
Lei e io, lì, pochi minuti prima.
"È solo… così ti ricordi di me",dice.
Ma cosa? Cosa sta dicendo?
"Non c’è niente di male se sei gentile con me."
Quel "se" ipotetico mi chiude la gola.
Mi cedono le gambe.
"Non fare quella faccia.
Pensa a me" dice.
Lei è brava.
Questo è un modo per essere bravo anche io.
Non la ascolto più.
Non riesco.
Deve solo tacere.
Le parole mi arrivano addosso come graffi.
Non capisco nemmeno cosa sta dicendo adesso.
Il telefono. Il video. La sua voce dolce che mi minaccia.
Sorride e minaccia.
Basta.
Deve solo tacere.
La mia testa è un ronzio.
Le mani sudate.
Sento il cuore battere ovunque.
La guardo muovere la bocca.
Sento qualcosa — forse una risata, forse un’altra frase cattiva — ma non la seguo più.
Deve tacere.
Le voglio prendere il telefono dalle mani, quindi mi butto su di lei, sul sedile passeggero.
Ho un rumore dentro la testa, e lei che parla, parla, parla.
E io che voglio solo il silenzio.
Non c’è più niente. Adesso.
Forse l’ho soffocata.
Ma apro la sua porta, le do una spinta e la lascio lì.
Metto in moto. Riparto.
Dieci metri...
Cazzo, il telefono!
Torno indietro, scendo.
Lei è sempre lì.
Subito non lo vedo.
Poi mi accorgo che è finito un po’ più distante.
Lo raccolgo.
Lo schermo è nero.
Lo sblocco.
Nessun video. Nessuna galleria.
Nessuna memoria.
Ho sognato?
Mi ha mentito?
Scherzava?
Oppure… cosa ho visto?
Torno in macchina.
Ho freddo.
Il riscaldamento al massimo.
Sudo, ma ho freddo.
Mi accorgo di guidare senza una meta.
Mi concentro e mi fermo.
Dove sono?
Riprendo la strada.
Come imbocco l’autostrada, inizio a pensare a come posso venire collegato a questo fatto.
No, non riesco a pensarci.
L’ansia mi sovrasta.
Fatico a ricordare che giorno è.
Ma sono arrivato a casa.
Domani mattina chiamerò mia moglie per avvisarla che sarò stato trattenuto per una consulenza.
Arriverò a casa nel tardo pomeriggio.
So già che il giorno dopo la dovrò recuperare in aeroporto.
Magari trovo anche il tempo di farle trovare l’erba del nostro giardino tagliata.
È diverso tempo che me lo chiede.
Ieri poi, in gioielleria, ho comprato un pensierino anche per lei.
Non vedo l’ora di darglielo.
Le scriverò:
"Per una ritrovata serenità.”