Capitolo 1: Il peso dell'originale
Il fumo denso della trementina era l’unico profumo che Maya Thorne riuscisse a sopportare da tre anni a quella parte. Era onesto, pungente, e non prometteva nulla che non potesse mantenere. A differenza delle persone.
«Maya, mi stai ascoltando?» La voce di Richard, il suo capo alla galleria, grattò il silenzio dello studio. «Ti sto offrendo il biglietto di ritorno per l’alta società del restauro. Notting Hill, una collezione privata che farebbe sbavare il Getty Museum, e un cliente che ha fatto il tuo nome. Solo il tuo.»
Maya non sollevò lo sguardo dalla tela del diciottesimo secolo su cui stava lavorando. Con un bisturi minuscolo, stava rimuovendo uno strato di vernice ingiallita, rivelando l’azzurro vibrante di un cielo dipinto trecento anni prima. «Nessuno fa il mio nome per stima, Richard. Non dopo quello che è successo con Edward. Di solito mi chiamano perché sperano di ottenere uno sconto o un po’ di gossip su dove siano finiti i soldi del fondo d’investimento di mio marito.»
«Questo cliente non cerca gossip. Cerca la migliore. Si chiama Alexander Black. Molti soldi e ancora più discrezione. Vuole una valutazione completa e il restauro di tre pezzi chiave. Pagamento anticipato. Doppia tariffa.»
Maya si fermò. Il nome Alexander Black non le diceva nulla. Ma la “doppia tariffa” parlava una lingua che il suo conto in banca, prosciugato dai debiti legali che Edward le aveva lasciato in eredità, comprendeva fin troppo bene. «Quando dovrei andare?»
«Adesso. Ti aspetta per il tè alle quattro. Lansdowne Road 14.»
Notting Hill sotto la pioggia sembrava un set cinematografico in bianco e nero. Maya scese dal taxi davanti a una villa vittoriana che trasudava opulenza silenziosa. Si strinse nel trench, sentendosi improvvisamente fuori posto con le dita macchiate di pigmento e le scarpe consumate.
Il maggiordomo che le aprì la porta non disse una parola, limitandosi a condurla attraverso un corridoio pavimentato in marmo bianco. La casa era fredda, priva di quelle tracce di vita che rendono una dimora un posto in cui abitare. Era una galleria. Una prigione dorata.
«Il signor Black la attende nello studio, Miss Thorne.»
Maya prese un respiro profondo, cercando di richiamare la sua maschera professionale. Entrò nella stanza, pronta a parlare di solventi, epoche e stime d’asta.
L’uomo era di spalle, in piedi davanti a una finestra che dava su un giardino interno avvolto nella nebbia. Indossava un abito di taglio impeccabile, grigio fumo, e teneva le mani intrecciate dietro la schiena.
«La ringrazio per essere venuta, Miss Thorne. Ho sentito che la sua capacità di distinguere la verità dall’inganno non ha eguali.»
Il mondo di Maya si capovolse prima ancora che lui si voltasse. Quella voce. Era più profonda, con una cadenza studiata, ma il timbro era un proiettile che la colpì dritto allo sterno.
L’uomo si girò lentamente.
Non era un sosia. Non era una somiglianza. Era lui. La stessa linea dritta del naso, la stessa mascella decisa, e quella piccola cicatrice appena sopra la tempia sinistra, ricordo di una caduta in barca a vela durante la loro luna di miele.
Il cuore di Maya smise di battere. La valigetta degli attrezzi le sembrò pesare una tonnellata.
«Edward?» sussurrò, e il nome bruciò come acido.
L’uomo inarcò un sopracciglio, un gesto di pura cortesia interrogativa. Non un muscolo del suo viso tradì il minimo riconoscimento. Si avvicinò a lei, fermandosi a una distanza che era quasi un insulto alla loro storia passata.
«Vedo che ha molta fantasia Miss Thorne» disse lui, tendendole una mano dalle unghie perfettamente curate. «Ma temo che mi stia scambiando per qualcun altro. Io sono Alexander Black. E credo che abbiamo dei dipinti di cui occuparci.»
Maya fissò la mano tesa. La stessa mano che aveva intrecciato la sua sotto le coperte per anni. La stessa mano che aveva firmato le carte che l’avevano lasciata nella rovina prima di sparire nel nulla.
Senza riflettere, Maya ignorò la mano e gli fece un passo incontro, finché non poté sentire il calore della sua pelle.
«Non so a che gioco tu stia giocando» rispose lei a voce bassa, ferma. «Non so come tu abbia fatto a farti scagionare, né chi ti abbia dato questo nuovo nome. Ma non osare fingere con me. Non dopo tre anni. Non dopo quello che mi hai lasciato addosso.»
Lui non indietreggiò. Il suo sguardo rimase una lastra di ghiaccio, ma Maya colse un millimetrico irrigidimento nella sua mascella. Un dettaglio che solo chi aveva dormito accanto a lui per anni poteva notare.
«Miss Thorne» disse lui «Il mio avvocato mi aveva avvertito che lei fosse... umorale. Ma mi è stata garantita la sua eccellenza nel restauro. Se ha intenzione di confondere la realtà con i suoi fantasmi personali, temo che questa collaborazione finisca prima di iniziare.»
Si voltò, tornando verso la scrivania con una grazia predatrice che Maya non ricordava. Edward era sempre stato più impulsivo, meno controllato. Questo “Alexander Black” sembrava una versione di lui passata sotto una pressa idraulica: più densa, più dura, priva di spigoli vivi.
«Sedetevi Maya» disse lui, usando il suo nome di battesimo per la prima volta. Lo fece scivolare nel discorso come se fosse una concessione professionale, ma l’effetto fu quello di una scossa elettrica. «Abbiamo molto da discutere sulla... conservazione delle opere d'arte.»
Maya rimase immobile al centro del tappeto. Avrebbe voluto colpirlo o forse voltarsi e correre fuori da quella villa fino a perdere il fiato. Invece, strinse i pugni e si sedette.
«Bene “Alexander”» disse lei, caricando il nome di tutto il sarcasmo di cui era capace. «Parliamo pure di falsi. Mi sembra il campo in cui lei sia un vero esperto.»
L’uomo non rispose subito alla provocazione. Si limitò a far scivolare una cartella di pelle scura sul piano della scrivania verso di lei. Il gesto fu calmo, quasi ipnotico.
«I sentimenti sono pessimi restauratori, Miss Thorne. Offuscano la mano e confondono il giudizio. Mi auguro che, per il bene della mia collezione, lei sia in grado di lasciarli fuori da questo cancello.» Edward, o chiunque volesse essere quel pomeriggio, si appoggiò allo schienale della sedia, incrociando le dita. «C’è un trittico fiammingo nella stanza attigua che presenta un distacco pericoloso della pellicola pittorica. Voglio che inizi da lì. Domani mattina alle otto. Sarà scortata dal mio personale ogni volta che entrerà e uscirà dalla proprietà.»
«Scortata?» Maya inarcò un sopracciglio. «Non sapevo che valutare un quadro richiedesse un servizio di sicurezza. Temi che possa rubare qualcosa?»
Per un brevissimo istante, il ghiaccio negli occhi di lui parve incrinarsi. Fu solo un battito di ciglia, ma Maya lo vide: un lampo di autentica inquietudine che Alexander Black non avrebbe dovuto possedere.
«Londra è una città piena di persone che desiderano ciò che non appartiene loro» rispose lui, la voce di nuovo piatta. «La sicurezza non è per diffidenza nei suoi confronti, Miss Thorne. È per garantire che nulla interrompa il suo lavoro.»
Maya si alzò, afferrando la cartella con una decisione che non sentiva davvero. Le tremavano le dita, ma non gli avrebbe concesso la soddisfazione di accorgersene. Si chinò leggermente verso di lui, invadendo il suo spazio vitale un’ultima volta.
«Lo sa qual è il problema dei restauratori, signor Black?» sussurrò. «Passiamo la vita a cercare l’originale sotto gli strati di polvere e vernice. E non importa quanto sia brava la mano che ha eseguito il falso... alla fine, troviamo sempre il punto in cui la tela è stata forzata.»
Si voltò e si diresse verso la porta, sentendo lo sguardo di lui bruciarle tra le scapole come un marchio a fuoco.
Solo quando fu fuori dalla villa, sotto la pioggia sferzante di Notting Hill, Maya si permise di respirare. Si appoggiò a un muretto di pietra, incurante dell’acqua che le bagnava i capelli. Aveva bisogno di capire se quello che aveva appena vissuto fosse un miracolo o l’inizio di un incubo.
Ma mentre cercava il telefono nella borsa, si accorse di un dettaglio che le fece gelare il sangue.
Dall’altra parte della strada, una berlina nera con i vetri oscurati era ferma, il motore acceso che emetteva un ronzio sommesso. Non appena Maya incrociò lo sguardo del guidatore attraverso il parabrezza, l’auto partì lentamente, scomparendo nella nebbia.
Edward non era solo tornato dalla morte. Aveva portato con sé i suoi demoni.
E ora, quei demoni avevano visto lei.









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