Cap.1
Sono giorni che non dormo come Dio comanda, appena chiudo gli occhi sprofondo in uno dei mille incubi che si alternano a ripetizione ogni sera.
La luce nel bar non aiuta, è forte e fastidiosa. Mi fa venire mal di testa e bruciare gli occhi, il che aumenta la mia irritazione per questo posto. Vorrei soltanto che qualcuno abbassasse la luminosità delle lampade o meglio, che le spegnesse proprio.
Chiudo gli occhi e li copro col mio braccio per far passare meno luce possibile. Mi rilasso contro lo schienale del divanetto mentre le ragazze ai miei lati continuavano a parlare ininterrottamente. Non le sopporto e la mia pazienza si sta piano piano logorando e in più il rumore fastidioso, adesso più acuto, delle loro risate e delle loro conversazioni è insopportabile e mi fa venire un mal di testa lancinante aumentato da queste luci.
Sto cercando di ignorare il mal di testa con tutte le forze, ma le grida delle ragazze non accennano a diminuire e vorrei tanto sapere questa volta quando cesseranno di fare tutto questo baccano.
Apro gli occhi, e la luce mette in risalto la sagoma del mio braccio accecandomi per qualche secondo. Mi sforzo di tenere gli occhi aperti e mi tiro su contro lo schienale del divanetto. Prendo uno dei calici di vino appoggiati sul tavolino davanti a me, affogo uno sbadiglio in un lungo sorso e poi inizio a giochicchiare mentre ascolto ciò che dicono le ragazze. Discorsi alquanto volgari e tremendamente banali tanto da irritarmi più del dovuto. È veramente fastidioso come le donne cambino atteggiamento, soprattutto quando sono ubriache, diventando una seccatura.
Il suono delle loro risate sguaiate rimbomba nella mia testa mentre le osservo bere troppo e comportarsi come delle ragazzine incapaci di controllare i loro desideri più bassi. Trattengo una risata isterica mentre ascolto i loro tentativi di flirtare con i pochi uomini ancora capaci di parlare. Sento frammenti di conversazioni su abiti, uomini e su quante coppie si possano creare con le persone presenti nel locale. Sono totalmente fuori controllo per via dell’alcool.
Sono banali. Insignificanti.
Allo spettacolo si aggiunge una di loro che parla ad alta voce in maniera piuttosto nervosa.
“Avete visto quel tizio laggiù? È così carino!”ùLa ragazza al lato del tavolo si gira nella direzione del ragazzo per poi sbuffare e ritornare ad osservare il boccale di birra in mano mentre una sua amica riporta lo sguardo al tavolo.
“ Ehi! Ma dai! Guarda come si comporta con quella.”
“Quel vestito è troppo corto, è praticamente indecente!” se ne aggiunge un’altra un pochino più sobria rispetto alle altre due.
“È ovvio che vuole attirare gli sguardi con quell’abbigliamento da troia”.
A quella considerazione alcune ragazze ridacchiano in accordo, mentre qualcuna sembra troppo ubriaca per capire, scatenando una lite.
Che stronze.
Mi sporgo verso il tavolino con attenzione, cerco un angolino libero nel mezzo del caos di bottiglie per appoggiare il calice. Il mio braccio ha un contorno incerto, sfocato, si muove con imprecisione: un colpo secco, una bottiglia barcolla e oscilla per un istante come indecisa se cadere o no.
Poi precipita. Il vetro esplode in mille pezzi sul pavimento.
Il rumore fa sobbalzare il gatto nero addormentato sul mio grembo, che con un balzo nervoso si allontana con un’eleganza teatrale, una piccola sfilata d’orgoglio ferito, mentre mi soffia contro. La sua coda si alza con una curva perfetta, si gira per un ultimo sguardo facendo scintillare la pietra nera sulla fronte, per poi andarsene scomparendo tra le ombre della locanda senza fare nessun rumore.
Il caos del locale mi investe in pieno e rivedo i volti delle donne attorno a me con sguardi di desiderio, una sensualità che mi sembra... frivola oltre ogni misura.
Mi alzo e sento addosso gli sguardi affamati delle donne, che seguono ogni mio passo. Il loro desiderio è palpabile, il loro sguardo brama attenzione.
Che schifo.
Finché, con movimenti fluidi e lenti ostacolati dalla noia che mi opprime, grazie a Dio, arrivo al bancone e mi sedio. Le donne ubriache attorno a me cercano di attirare la mia attenzione.
Ma non provo nessuna emozione e le ignoro.
Forse è meglio così. Le emozioni complicano solo la vita.
Di norma io non sono uno che parla molto, né che ama socializzare. Anzi, la ritengo una perdita di tempo. Sono convinto che nelle parole non ci sia poi così tanto di utile, soprattutto in quelle dette nei locali. Sono leggere, volatili, forse troppo fragili per reggere il peso delle azioni che accompagnano.
Eppure eccomi qui, ogni sera mi siedo su quel divanetto, ad ascoltare quello che hanno da dire, quello di cui credono di aver bisogno. Vengono, si lamentano, e io ascolto, sfoggiando la maschera di cui hanno bisogno. Aspettando solo il gran finale: andarmene e prendere ciò che mi spetta.
Proprio come adesso, anche se un po’ in anticipo, ma non ce la faccio più.
Che lavoro di merda.
Il contatto col bancone è stranamente piacevole: freddo, rilassante, in contrasto con tutto il resto del locale. Il posto riservato ai fratelli Moore è praticamente perfetto sotto ogni punto di vista: un angolo lontano da risate sguaiate, gente molesta, fatta, incosciente.
È sul lato più lungo del bancone ad U, posto al centro della sala. Tossisco per attirare l’attenzione di mio fratello e ottenere ciò che voglio, ciò che mi spetta. Inutile dire che non ottengo nulla: quel maledetto idiota è troppo impegnato a servire quattro galline dall’altro lato.
“Mayon.” Niente.
“Mayon.”
Ancora niente. Se fossi chiuso in una fottuta teca, avrei più possibilità di farmi sentire da quel genio.
“MAYON!” Cazzo.
Sto davvero perdendo la poca pazienza rimasta. Porca puttana, non è complicato: voglio solo che prenda la mia ordinazione, così da poter reggere le stronzate delle ragazzine che mi rimangono prima di finire il turno.
La mia pazienza è al limite. Sbatto le mani sul bancone, con la remota speranza di attirare la sua attenzione.
Ma niente.
“Cazzo! Non mi sembra difficile, Mayon!”
In quell’istante, sul bancone compare il classico bicchiere trasparente decorato da piccoli rettangoli su tutti i lati, creando quell’effetto tridimensionale che lascia intravedere il colore scuro del liquido.
Finalmente ora posso bere… ma…
È scuro? Aspetta… no. Non è possibile. Non è ciò che prendo di solito. Mayon… ha sbagliato!.
Alzo lo sguardo per chiedergli spiegazioni, ma non c’è più nessuno. Me ne frego e butto giù. Uno vale l’altro.
Il liquore scende come un pezzo di ferro incandescente. Sbatto il bicchiere sul bancone e mugugno un “ancora”.
A quanto pare quel genio era ritornato perché pochi secondi, e il bicchiere viene sostituito da uno pieno. Poi un altro. E un altro ancora. Un terzo, un quarto, un quinto.
A quanto sono arrivato?
Appoggio l’ultimo bicchiere come segno di riempirlo di nuovo.
Ma stavolta non succede nulla. “ANCORA.”
“Cazzo, Ipse…”
“Mmh” mugugno qualcosa in risposta a l’imprecazione che mi hanno rivolto, mentre la frase rimbalza nella mia testa come un’eco.
“È da un quarto d’ora che sbraiti e insulti tutti. Rompi il cazzo a chiunque, smettila o vattene.”
“Ancora!” La mia voce sovrasta quella di Mayon, anche se inizio a pensare che non sia davvero lui. È troppo… stronzo per esserlo.
Sbatto di nuovo il bicchiere sul tavolo, più forte di prima.
“Merda! Ti rendi conto dei problemi che stai causando? Sei ubriaco fradicio! Vattene, per favore. Non ti reggo piu.”
In quel momento non mi interessa la sua predica, chiunque dei miei due fratelli la sta facendo. Il bicchiere è rotto. A pezzi. In frantumi. Inutilizzabile.
“Mayon. Il bicchiere. Un altro. Me ne serve un’altro. Ora.” l’ultima parola mi è uscita più come supplica che come ordine, ma fa niente perché ne ho davvero bisogno.
Alzo lo sguardo per convincerlo, ma appena lo faccio capisco il motivo dei miei problemi di stasera.
Davanti a me c’è un ragazzo con una camicia nera ,nera, non rosa fluo, e un grembiule semplice, senza fronzoli. Sul viso, incazzato a causa mia, ricadono ricci bianchi.
Non è Mayon.
Non è il suo viso delicato, ma quello del mio fratellino guastafeste.
“Oh, cazzo.” È la prima cosa che riesco a dire dopo minuti di silenzio. “Che diamine ci fai tu qui?”
“Se mai, dovrei chiederlo io a te, dovresti essere al tavolo o sbaglio?”
Ha ragione. Cazzo se ha ragione. Ed è proprio per questo che non può finire così. Ogni volta che è nei paraggi, i miei piani vanno in fumo. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che tutto ciò che fa risulta sempre perfetto. Impeccabile.
“Aylan, aspetta, ti prego.”
Mio fratello si gira appena, un miracolo dato che di norma mi ignora.
“Non tutti sono ottimisti e perfetti come te, mio caro fratellino,” biascico, devo farlo sentire in colpa, fargliela pagare. L’alcol inizia a farsi sentire, ma me ne frego. “Tu vedi il mondo attraverso delle cazzo di lenti colorate. E per te è tutto perfetto, normale. Anche quella volta.” sulla sua faccia l’espressione cambia, sa dove sto andando, ancora un po ‘e crolla, forza. “Per te era tutto “normale” e “perfetto”: per lui è stata la condanna che tu hai scelto di ignorare. Hai guardato il tutto come se fosse un bel quadro: perfetta, pulita e così l’hai lasciato.” Se n’è andato. Non ci credo, nemmeno una minima reazione, ha girato i tacchi e se ne andato. Via.
I venti minuti successivi li passo in silenzio, dedicandogli a svuotare la bottiglia di whisky che Aylan ha dimenticato sul bancone per la disperazione.
Sorrido. Forse addirittura rido. Dio solo sa di cosa.
È come se qualcosa dentro di me si fosse rotto.
Mentre tutto gira, mi alzo e mi dirigo verso le scale. Sono solo 1:15 dovrei tornare dalle ragazze ma non ci riesco, le supero ignorandole e lasciandole alla deriva insieme agli uomini che si sono uniti quando mi sono alzato. Salgo i gradini che portano alle nostre camere, affondo in ognuno di essi mentre i muri sembrano sul punto di schiacciarmi.
Credo che il mix di droga e alcool non sia dei migliori ma per stasera meglio così. Non voglio pensarci.
Apro la porta della mia stanza ed entro. L’odore è familiare: legno vecchio, umido, la giacca bagnata di qualche giorno fa accatastata insieme ad altri vestiti.
Tolgo le scarpe e le lascio in un angolo, mi butto sul letto come ci si butta da un trampolino.
Guardo il soffitto che gira piano. È bianco, ma adesso sembra scuro, ora è a macchie. Ci vedo forme che non esistono.
Sento una voce lontana, forse la mia, o forse quella di Ezra. Non lo so.
Tolgo gli occhiali e li lancio verso il comodino, ma dal rumore capisco che non ci sono arrivati.
Alzo le spalle. Fa niente.
Chiudo gli occhi.
Sento il cuore che batte lento.
Domani sarà tutto uguale, se non peggio.
Ma per stasera… basta.
Il sudore freddo mi solletica la fronte mentre il suono delle mie urla mi muore in gola,
è l’ennesima volta in questa settimana che mi sveglio così. Vedo appannato e non distinguo ciò che mi circonda.
Quella lettera. Quella dannata lettera è un tormento, non mi lascia, non è possibile.
Ho bisogno di aria. Di respirare. Di Aria. Ne ho bisogno, subito.
Devo trovarla. Devo trovarla ora.
Mi alzo di scatto. Barcollo mentre cammino alla cieca per la stanza, colpisco quello che potrebbe essere la sedia, ma non mi interessa. Cammino, ma non presto attenzione minimamente a ciò che mi circonda. Mi butto nella direzione della scrivania, lancio e calpesto ciò che sta sulla mia strada facendole ricadere da qualche parte sul pavimento.
Mi muovo per la camera senza logica ma con l’unico scopo di trovare la lettera. Apro cassetti che rovescio sul pavimento con una violenza inaudita. Vedo nell’armadio ma nulla. Butto la mia scrivania sul tappeto c’è di tutto, penne, vecchi appunti e fogli ma non quello che cerco. Quella lettera deve essere lì, cazzo, da qualche parte deve pur essere. Deve.
“La libreria” mi fondo , apro ogni libro, sposto ogni vaso, pianta “dove cazzo è?”
“Ipse, cosa..”
“Ip... qui ... IPSE!”
“Cosa c’è? Che diavolo vuoi, Ashley?” Punto i miei occhi nei sui. Ha un’espressione terrorizzata ed è sul punto di piangere.
“Cosa dovrei fare, secondo te, cosa cazzo starei facendo? Mi sembra ovvio, no?”
“Posso ai…”
“No. Non sono affari tuoi. Vattene, sei in mezzo.”mi dirigo verso la porta e aspetto che esca per chiudere la porta ed evitare altre interruzioni.
Lo so. Ho esagerato.
Mi interessa? No, ci penserò più tardi.
Riporto il mio sguardo sulla libreria alla ricerca di un fottutissimo foglio di carta. Un fottutissimo fogl…
Eccolo.
Mi precipito verso il divano e mi siedo prendendo in mano quel dannato foglio.
Lo leggo.
Lo rileggo.
Lo leggo di nuovo analizzando ogni parola.
Non ci credo.
Non credo a nessuna parola che ho letto. La abbandono lì, sulla curva del divano e rimango così a fissare il vuoto. Mi odio, perché di tutto ciò non so cosa fare.
Mi viene da vomitare.
Chiudo gli occhi.
Non sento nulla a parte il calore soffocante e l’odore stantio della camera mischiato alla puzza di fumo impregnata nella coperta in cui sono avvolto fino al collo.
Non so che ora sia.
Non so che giorno sia.
La tenda è tirata, un muro di stoffa grigia che sigilla la stanza da ciò che succede fuori. Giorno, notte. Notte, giorno. Non lo so. Non lo so più.
“Aiuto”
Sento la gola chiudersi, voglio piangere ma ormai ho già dato fondo a tutte le lacrime che avevo nei giorni precedenti.
Il sapore che ho nella bocca è sempre lo stesso, polvere e sale, mescolato al sapore di ferro del cucchiaio che ho messo nel contenitore che poi ho lanciato per terra insieme agli altri. L’ennesimo che si aggiunge al mucchio.








