Rockstar
In quell’unica notte, in quell’ultima notte.
Dovrei scrivere un romanzo, stavo pensando mentre l’altoparlante annunciava il mio treno. Oh, mi son tirata a lucido, e al solito sarò estremamente fuori luogo — tipo, ma non tipo: “che figa”, ma più: “come si è conciata quella? Sembra uscita dal Cocoricò!”.
Ma no, dai, sono vestita normale… però vai a sapere la gente che ci sarà a vederlo: dall’intellettuale all’avanzo di centro sociale, e in mezzo tutti gli altri.
Poi, da quando ha lasciato gli Argonauti, c’è stata una diaspora nel suo pubblico: molti lo hanno abbandonato, ma di nuovi se ne sono aggiunti.
Questo pensavo mentre salivo sul mio treno per venirti a vedere.
Dico “vedere” perché declamavi poesie. Sì, sì, poesie.
Il frontman *sex, drugs and rock’n’roll*, dal giorno alla notte lascia il gruppo all’apice del successo, scompare letteralmente per tre anni e ricompare come un novello Petrarca.
Arrivo, cerco il locale. Una bettola. Vabbè, non che mi aspettassi qualcosa.
Sento il brusio della gente, eterogenea, ne sanno tutti di più — gente che spiega le cose ad altra gente che vuol fargli sapere, invece, di saperle spiegare meglio.
Ho un’ansia che mi sembra di non c’entrare un cazzo qui. Ma ci sarai tu.
Io conosco ogni parola che pronuncerai.
Vorrei fingere di essere qui per caso.
Sarei più credibile?
Entri. Un breve lunghissimo momento di silenzio in sala, seguito da voci che si confondono ma tutte dicono la stessa cosa:
Accidenti se è cambiato.
Ma cosa gli è successo?
Mi annuso i polsi per sentire il profumo che mi sono messa e così avere un ricordo olfattivo della prima volta che ti ho visto dal vivo.
Vivo, oddio… *not dead yet*.
Sei emaciato, magro ma elegantissimo. Veramente una nota stonata in un posto di gente vestita con pantaloni bucati, hippie scaduti e, nel migliore dei casi, look impiegatizio.
Si spengono le luci e incredibilmente il mio cervello funziona ancora.
Che pezzo di bravura. O no?
Imbarazzante.
Decisamente in conflitto.
Come nel post di una prima volta.
Aspetterò i pennettieri che avranno capito tutto loro.
Posso, per ora, non avere un’opinione che non sia strettamente la mia?
Mi bevo qualcosa.
Coca e rum?
No, non hai qualcos’altro?
Vodka alla pesca e Red Bull.
Aspetterò fuori col bicchiere, per darmi un tono.
Chi può distinguere con certezza la differenza tra la realtà e il mondo onirico?
Io ti ho aspettato per conoscerti.
Di cosa mi devo vergognare?
Tendenza naturale.
Un modo come un altro.
Vorrei fare finta fosse tutto casuale, ma nel susseguirsi degli eventi c’erano due o tre fatti che non riuscivo a incastrare.
Quando sei nella merda scegli la via della verità. Chi l’ha detto? Io? O Vasco Rossi?
Sai, quando qualcuno ti dice: “che differenza fa?”, è questo che intende.
Sì, adesso mi sta suonando *Mind Games* in testa. Non riesco a smettere di sentirne un frammento in loop.
All’esterno del locale riecheggia *Radio Ga Ga*.
Che fare?
Campiono mentalmente il loop, lo rovescio, lo mando in controfase. Trovo il silenzio.
Che grigio, comunque, in giro. Se non fosse per i volantini appesi, che hanno vari colori, predomina il grigio, ma con tonalità marroni.
Che colore è?
Chiedere Pantone.
Adesso, fra poco, sfodererò il meglio di me.
Praticamente disarmante.
Un aut-aut.
Ma no, non giochi se non sai.
Non giochi se non sei.
Tu sei.
Mi sbaglio?
No. La certezza.
Perché non è possibile che questi anni di esperienza, per lo meno, non abbiano portato alla certezza.
Io, invece, ho già capito tutto.
E tutto quello che avevo capito mi dà sulla pelle la sensazione di verità.
Gurdjieff, e molti dopo di lui, sostenevano che essere osservatori di sé stessi fosse la via.
E io mi osservavo trovare — prima di cercare — quelle parole che sapevo essere vere. Ma solo in differita.
Quante volte ho messo in scena il nostro incontro?
Tanto da saper gestire le viscere.
La butto sul ridere, eh certo.
Così facile con te.
Le domande con le risposte rituali.
Sì, ma vai veloce, che lo so. Lo so già.
Come quando in un matrimonio ci si annoia.
Creami l’inaspettato, tu che la magia l’hai creata.
Una situazione in cui posso improvvisare, mi trovo bene con te.
Intanto si avvicina un tipo, ti saluta, e sei di nuovo in un altro insieme.
Io però vi ascolto.
Parlate di impegni futuri, di cose che dovrete fare, parlate di date.
Tu hai un futuro, quindi.
Cerco di trattenere il più possibile, da quella conversazione, frammenti della tua vita che ora appartengono anche a me.
Però con la testa vado a scuola, elementari.
Testo libero.
Decido di scrivere tanto da finire il quaderno come opera unica: testo libero, frasi a metà, indovinelli finti, fumetti, piccoli disegni e piccole frasi a senso compiuto — alcune, e alcune no.
La maestra: *“Brava, manifesto futurista”*.
Vai. Aveva capito.
E adesso però state parlando di qualcuno e non ho capito.
Ma santissimo benedetto, possibile?
Quando serve?
*Amici miei*, il film, spiegava il genio associandolo a una certa velocità di azione.
Possibile?
Devo valutare le conseguenze.
Sì, valutare le conseguenze significa preoccuparsi — sì, occuparsi prima.
Accademia di ‘sto ceppo di crusca.
Ma è giusto.
Come potrebbe essere altrimenti?
In balia degli eventi?
Arrivare a preoccuparsi che, a fronte della quantità di flash di eventi accaduti che il cervello ripropone nelle maniere più random, potrebbe succedere di morire mentre si visualizza la parte posteriore di una Vespa che procede in uno stretto vicolo, con alla guida un ragazzo con al guinzaglio un cane.
Non è da escludere.
Si avvicina una tipa, un incrocio fra Cicciolina e Il Corvo. Però figa.
Sei anche affabile.
Ma lo hai visto *Alta Fedeltà*?
Dico “visto” perché questa è una scena che ricordo di aver visto nel film, ma credo che nel libro non ci sia.
Vabbè, comunque se hai visto il film sai di cosa parlo.
Ecco, quello.
Identificarsi. Aahh, che catarsi.
Quindi, quando è inopportuno e controproducente agire: raggirati!
Come premiata, ritorni nel mio campo energetico — che deve ancora faticosamente essere campo d’azione.
Nevica.
Di solito non nevica mai, anzi non nevica più.
Almeno in città.
Camminiamo sotto i portici.
Che belli i portici.
Tutta la città dovrebbe essere porticata: almeno sei protetto, puoi camminare senza ombrello.
Cosa stai dicendo?
Parli.
Parli come se ci conoscessimo da una vita, come se avessimo altre occasioni per parlarci, e non fosse questa l’occasione per dirsi cose che non abbiamo mai detto.
Forse parleresti così anche se ci fosse qualcun altro al mio posto.
Hai parlato così ieri e ieri l’altro.
Allora è così che parli tu?
E io ti dico di me.
Eh, un disastro.
Ma tanto da incuriosirti.
Andiamo a casa.
Ti ricordi? Casa mia o casa tua? Si diceva!
Siamo a casa tua.
Pensa: sono a casa tua ancora prima di saperne l’indirizzo.
Come avevo immaginato, come avevo già visto, tra l’altro anche in TV.
In uno special, una tua intervista.
Ci sediamo.
Bello. Bellissimo.
Ti vedo come se mi si componesse una foto davanti, e io potessi vederne ogni pixel.
Sei più digitale dal vivo.
La realtà è molto differente dalla simulazione della realtà. Però poi, alla fine, dipende da quale sei più abituato.
Ora che ti potrei chiedere tutto, quasi non mi interessa.
Però ti avvicini.
Io capisco che sei molto più vicino di quanto tu non lo sia stato nel corso della serata.
Ti abbraccio fortissimo.
E anche tu.
Ma sento che c’è qualcosa che mi spinge a non buttarmi.
Neanche mi trattiene.
È un momento unico. Aspetto che tu te ne accorga.
Ci guardiamo.
Gli occhi chiari hanno quella genialità, che riconosco.
Ma come sei serio, mentre mi dici che non è una pausa, quella che ti sei preso.
Sei terminale.
Lo sappiamo in tre. Ora.
Vuoi andartene nel mistero.
Che cosa?
Allora siamo davvero fiamme gemelle?
Tutto questo ha un senso?
Siamo stati chiamati?
È il destino che ci ha guidati?
Aspetta… però quindi è finita?
Cioè… non è iniziata.
Ovvero: forza maggiore.
Indipendente persino dalla tua volontà, che era l’unica variante casuale in tutto questo.
Posso andare in bagno?
Quindi niente?
Non si combina?
Ho anche un segreto da custodire.
Ma no, come parteciperò ancora da spettatrice della farsa sapendo questo?
Ci facciamo un caffè.
E mi confidi che hai paura — di tutto quello che di fisico verrà, del dolore.
Hai abbandonato qualunque materialità, qualunque piacere della carne già da molto tempo.
Ma per te è stata una liberazione: togliersi qualcosa per avere molto di più.
Non sei mai stato così equilibrato.
Hai ucciso i mostri.
Sei completo, presente, centrato.
Viene su il caffè.
L’odore della moka mi porta al mattino, una casa in penombra, una voce dolce e accogliente che mi porge una tazzina.
Non è giusto.
Niente ci libera dal dolore.
No… forse qualcosa sì.
Nulla ci libera davvero dal dolore.
O forse qualcosa sì.
Prendo il coltello da carne, quello bianco in ceramica, appeso con le calamite accanto al lavandino.
Una coltellata.
Poi un’altra.
Ti accoltello sul serio.
Anzi: ti ho proprio ucciso.
Cosa faccio?
Sono un po’ sporca ma non importa.
Mi sciacquo sommariamente. Sommariamente, ma tanto da togliere lo sporco visibile.
Esco dalla porta.
La chiudo alle mie spalle.
Che ore sono?
Le cinque.
Bene.
Vado in stazione. Dai, ottimo, sta aprendo il bar.
Prendo un cappuccino, una brioche — che mi sembrano i migliori della vita.
Mi sento come prima di entrare al cinema: incuriosita ed elettrizzata.
Tra venti minuti il mio treno.
Faccio il biglietto.
Un ragazzo mi sorride, è gentilissimo, mi parla, mi fa passare avanti a lui.
Che gentile!
Salgo sul treno con ancora il sapore dolce della colazione.
Mi siedo.
Finalmente sul treno.
Che fortuna averne trovato uno subito, senza aspettare ore.
Sto tornando a casa.
Tra l’altro, domani ho anche compito in classe.
Canto V dell’Inferno.
Io sono già *flambé*.
Prima di uscire ho anche rubato la mitica scaletta del concerto che fecero in piazza, proprio qui, in questa città.
Naturalmente io non ero ancora nata, ma fu una cosa epica.
Dopo questo furono eletti a semidei.
Dei miti e delle leggende.
Pensa adesso quando lo racconto alla Yle che l’ho conosciuto davvero.
Minchia, sai le risate quando le racconterò la sfiga!
Non solo lo conosco, ci vado a casa…
Ma non trombiamo, perché è malato terminale!
La chiamerei anche, ma dovrei raccontare dettagli che non sono adatti per un vagone Intercity.
Mi metto le cuffie nelle orecchie.
Parte *Death for Everyone*, che avevo lasciato a metà, quando avevo dovuto spegnere perché il treno era arrivato a destinazione, nel viaggio di andata.